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mercoledì 23 ottobre 2013

I cittadini ringraziano... ma poi?



La (ottima) notizia pubblicata da Il Quotidiano della Calabria a firma di Peppe Baldessarro, secondo la quale i cittadini di Scilla hanno ringraziato i Carabinieri per avere smantellato l’organizzazione mafiosa che strangolava la città mi ha riportato a riflettere per l’ennesima volta sui motivi che costringono decine di migliaia di persone a sottostare a poche decine di delinquenti. E sono giunto per l’ennesima volta alla stessa conclusione. Non ce ne sono. O meglio, non ce ne sarebbero se tutto funzionasse. La sola violenza non sarebbe un motivo valido, se fosse immediatamente stroncata dall’azione dello Stato. Commetti un reato, chi lo subisce ti denuncia, chi riceve la denuncia ti arresta, lo Stato ti giudica e ti condanna. E allora? C’è qualcosa che non funziona, dov’è l’inghippo, se è vero com’è vero che le denunce stanno arrivando, ormai da tempo? E se è vero com’è vero che gli arresti e le condanne stanno fioccando? Nessuno è felice di sottostare alla violenza, chiunque possa sottrarsi lo fa immediatamente. Ed è felice di farlo, prova ne sono i ringraziamenti dei cittadini di Scilla. La mia opinione è che all’arresto ed allo smantellamento di intere cosche egemoni non corrisponde l’immediata occupazione dello Stato del terreno conquistato. Inutile asportare pezzi di tessuto malato senza poi riempire il vuoto creato con materia sana, la malattia tornerà sotto altra forma. Ma è tanto difficile capire che se lo Stato non si riappropria (ma forse è meglio dire appropria) della gestione della vita dei cittadini non vincerà mai la guerra, ma solo battaglie non decisive? Finché lo Stato, anziché aiutare il cittadino, gli creerà difficoltà, finché la gente avrà bisogno di guardarsi in giro per sapere a chi rivolgersi nella necessità, finché ci sarà chi si potrà proporre o imporre per risolvere in qualche modo i problemi essenziali dei cittadini, esisterà l’alternativa. E poi chiamatela come volete: usurai, politica corrotta, massoneria deviata, mafia, ndrangheta, camorra; sarà sempre e solo l’effetto dell’assenza dello Stato, quello con la S maiuscola. 

giovedì 18 luglio 2013

Il cittadino



Io invece sono  un cittadino. Fare il cittadino è facile. Mica come fare il mafioso o lo Stato. Ma preferirei essere chiamato "essere umano". Sono nato da solo, morirò da solo, nel frattempo sono costretto a vivere insieme ad altri miei simili. Organizzato, mi dicono; io dico sottomesso. Sono un essere umano. Da solo sono in pericolo, insieme ad altri sono pericoloso per me. Penso di essere libero di fare quello che voglio, ma è un'illusione. Un bel giorno, dopo che sono stato neonato bambino e ragazzo, appena compiuti 18 anni vengo nominato cittadino con il diritto di voto. Posso eleggere i miei rappresentanti, i miei amministratori, i miei governanti. Praticamente i miei padroni. Lo stabilisco io chi mi deve rovinare la vita. E di solito non sbaglio. Scelgo sempre il meglio, i più bravi a rovinarmela. O delinquenti conclamati, o incapaci irrecuperabili. Magari li metto insieme, così si creano l’alibi a vicenda. Sono esseri umani come me, eppure non fanno mai quello che io vorrei. Non fanno neanche quello di cui ho bisogno. Non fanno niente di utile, e neanche di inutile. Di solito fanno danno. Io sono pericoloso, perché se sono tra quelli in malafede, la minoranza, prevalgo, se sono tra quelli che in buonafede lasciano correre faccio prevalere gli altri. E il danno me lo succhio tutto, sempre io. Sono l’unico essere vivente che è carnefice di se stesso. Fare il cittadino è facilissimo, basta non fare niente. 

i precedenti monologhi qui e qui

lunedì 15 luglio 2013

Riflessioni di un mafioso.



Mi sono sempre chiesto perché l'uomo si lascia sottomettere da un suo simile.
Non che la ricerca della risposta mi tolga il sonno, dopo tutto per me questa condizione è utile ed essenziale. Sono un mafioso. Si, uno di quelli che sottomettono gli altri. Approfitto della naturale propensione che ha l'uomo a essere schiavo di un suo simile e ne traggo un utile. La gente lavora, produce, guadagna, e io alla fine incasso. Mi prendo una parte del guadagno, in cambio di un po' di aria fritta. La tranquillità, garantisco!  A chi mi paga garantisco che non avrà problemi, nella stessa misura in cui a chi non mi vuole pagare garantisco che ne avrà, di problemi. Ma non mi prendo tutto, anzi, ho interesse che il mio "contribuente" possa continuare a contribuire, mi sembra chiaro. Se mi paga, magari lo aiuto, gli mando clienti, gli trovo un socio con capitali freschi, oppure gli rilevo l'attività se intende ritirarsi. La mia coscienza? È a posto, perché dovrei essere preoccupato? C'è chi fa di peggio. Non parlo dei miei colleghi mafiosi, alcuni sono animali, decerebrati ottusi che portano la gente alla rovina e poi passano ad altre vittime, come se la catena fosse inesauribile. Io no, con me si ragiona, conviene a tutti. Secondo voi, perché il mio commercio di aria fritta va a gonfie vele? Perché non c'è chi propone qualcosa di alternativo; o se preferite, chi dovrebbe farlo non lo fa, fa il contrario. Lo stato, il mio alter ego. Se c'è un'attività produttiva che si potrebbe sviluppare, che dà lavoro, il mio alter ego che fa? La ammazza a tasse. E in cambio gli promette aria fritta: i servizi. E non glieli da neanche. Qualcuno mi dovrebbe spiegare che differenza c'è tra il pizzo che prelevo io e le tasse che risucchia lo stato. Io mi prendo una cifra sui guadagni, una percentuale. Anche lo stato si prende la percentuale e poi ci mette sopra le tasse indirette, le tasse di concessione, le accise, le marche da bollo, le penali, la mora, le sanzioni. Io presto soldi a chi ne ha bisogno, senza lungaggini, sull’unghia. Anche lo stato presta soldi. Si, dopo avervi messi in condizioni di averne bisogno, se riuscite ad accedere alle procedure ve li presta, tanto se poi non glieli restituite se li riprende, insieme a tutto il resto. Come me. Oppure, se avete bisogno di soldi e non volete chiedermeli, ci sono le mie sale giochi. Sono illegali, ma si vincono soldi, non cioccolatini. Anche lo stato vi fa giocare, se volete. Potete anche svenarvi, fare debiti per giocare, perdere tutto, lo stato non vi pone limiti, basta che paghiate. Io no, oltre un certo limite non vi faccio andare, non mi conviene. Con me è più semplice. Pagate? Siete a posto. Non vi serve neanche conservare la ricevuta, anche perché non ve la rilascio. Non pagate? Succede di rado, e di solito dura poco. Poi pagate. Vi conviene. Ma io rischio in prima persona, mica mi nascondo dietro una scrivania.  Allo stato tutto sommato conviene che voi non paghiate...a lui. Se non pagate, prima vi avvisa (come faccio io) poi vi prende la casa, oppure la macchina (io faccio quasi lo stesso: ve le brucio) oppure vi fa fallire dopo avervi pignorato tutto e incassa quattro soldi per un bene di valore triplo o di più. Io, se non ce la fate a pagarmi, seppure a malincuore vi sparo, se non ce la fate a pagare lo stato voi vi sparate da soli. A ben riflettere svolgiamo la stessa attività, l'unica vera differenza è che io rischio la galera e lo stato no. E lui fa meno fatica. Ma dico io, vi sembra giusto? 

La replica dello Stato


Ho letto le riflessioni del mafioso, e non posso esimermi dal replicare, visto che vengo chiamato pesantemente in causa. Sono lo Stato, o meglio "sono stato lo Stato". Adesso non mi saprei definire neanche io. Mi sono evoluto ad un punto tale che la parola Stato è riduttiva.
 Basti pensare a quando vengo menzionato: "esistono pezzi di Stato deviati", per esempio. Avete mai sentito dire che esistono pezzi di mafia deviati? Fare il mafioso è facile, l'indirizzo è uno solo, il crimine. Io invece mi devo barcamenare tra decine di attività.  
Credete che sia facile tutelare i miei cittadini e contemporaneamente metterli in pericolo con i miei commerci? Produco e vendo in tutto il mondo armi, guadagno sopra sigarette e liquori. Gestisco giochi e lotterie di tutti i tipi. Devo affrontare giornalmente problemi enormi, come l'inquinamento, i rifiuti tossici, le malattie che ne derivano.
E nello stesso tempo devo legalizzare le illegalità commesse da chi è responsabile di questi problemi. Mi devo inventare ogni giorno la soluzione per fare coesistere al mio interno il crimine e la legalità, con la differenza che il crimine me lo tengo puro così com'è, seppur camuffato, la legalità la devo adattare di volta in volta alle esigenze del crimine. E le risorse poi, sembra facile reperirle.
Dovrei ricostruire un paio di città, per esempio, distrutte dal terremoto. Che colpa ne ho io se contemporaneamente c'è da mantenere all'estero qualche migliaio di soldati? E se devo acquistare nuovi armamenti? I soldi quelli sono, non ho il pozzo da cui prenderli. Me li devono dare i cittadini; anzi, veramente me li prendo, ma non bastano mai. Ecco perché poi, per esempio, non pago le aziende.
Io, in quanto Stato, logicamente non ho una coscienza. Ma in fondo in fondo, mi dispiace dovere danneggiare le piccole aziende, non pagando i miei debiti e magari contemporaneamente pignorandole per altre pendenze. Ma solo le piccole, le grandi, quelle che fanno affari all'estero no, quelle le aiuto, ne va della mia credibilità. Sono forte con i deboli e debole con i forti, è nella mia natura e nella mia storia. Sul mio territorio vengono cani e porci a fare i loro traffici, spesso su mandato di paesi stranieri.
Sanno che io sono accondiscendente, nell'interesse del commercio con l'estero. Petrolio, armi, macchinari, edilizia, fruttano miliardi di euro alle multinazionali italiane ed estere, mica mi posso mettere a rompere le uova nel paniere a gente di quel calibro.
 Sono stato lo Stato. Adesso..... Fare il mafioso è più facile, sentite a me.
N.B. La prima parte di questo racconto è qui

domenica 10 febbraio 2013

Antonio Ingroia rischia la pelle per un'intervista...oppure no?

Il 10 febbraio 2013, alle ore 11 circa, Antonio Ingroia, magistrato Procuratore della Repubblica in aspettativa, candidato alle elezioni politiche come leader di Rivoluzione Civile, si fa intervistare (in diretta?) da Maria Latella su SKY davanti all'aereoporto di Reggio Calabria, in mezzo alla strada. Forse per 22 minuti circa tutto il mondo ha potuto sapere esattamente dov'era un uomo sotto scorta da anni a causa di minacce di morte contro la sua persona. Ma se anche l'intervista fosse leggermente differita, stare in mezzo alla strada all'aeroporto di Reggio Calabria dopo esservi giunto in aereo per un superpubblicizzato comizio,  non mi sembra un comportamento serio; mettere a rischio la propria vita e soprattutto quella degli uomini della scorta è cosa da irresponsabile, a meno che..... Ma è da un bel po' che in questa politica non ci vedo niente di serio... soprattutto nel (presunto) nuovo.

venerdì 24 settembre 2010

I professionisti dell’antimafia


(da "Il blog di Domenico Malara")
Venghino siori, venghino! Acrobati, saltimbanchi, domatori, banditori, clown, trapezisti, macchinisti, fuochisti, uomini di fatica, contorsionisti, nani, buffoni e ballerine: venghino siori, venghino a godere della magia dell’illusione al festival dell’ovvio, al circo del banale, alla sagra dell’ipocrisia.
Tutti insieme appassionatamente all’ennesima manifestazione antimafia, sabato 25 settembre a Reggio Calabria, città metropolitana, città “bella e gentile”, città della ‘ndrangheta a denominazione d’origine (in)controllata. Accorrete numerosi, donne, bambini, adulti e anziani. Sfileranno tutti quanti, dotti medici e sapienti.
Tutti hanno aderito, tutti partecipano, tutti sono onesti e tutti sono bravi. E tra i “tutti” ci sono decine di Comuni, amministratori locali, partiti e politici di ogni schieramento. Ma allora la criminalità con chi li fa gli affari? Con chi stringe accordi elettorali? Con chi si spartisce gli appalti?
Tutti in marcia contro la mafia. Eppure basterebbe davvero poco per non essere risucchiati dal vortice dell’ipocrisia. Basterebbe recarsi in Procura a denunciare nomi e personaggi che “tutti” conoscono. Allora c’è da chiedersi: quanti sono i commercianti che manifesteranno il 25 settembre e quanti coloro che realmente denunciano vessazioni e taglieggiamenti? Quanti gli amministratori che parteciperanno al corteo e quanti quelli che denunciano il mafioso di turno che lo avvicina per un appalto? Quante manifestazioni di questo genere sono state fatte negli anni e che cosa è cambiato? Tante per rimanere abbastanza nauseati.
Viste le “numerose e autorevoli” presenze, allora è meglio non esserci. Meglio non essere colluso con l’ipocrisia o prestare il fianco a coloro che non vedono l’ora che ci siano queste manifestazioni per mettersi in prima fila, possibilmente con bandieroni in mano, e fare bella mostra di sè. D’altronde, come disse qualcuno, il prodotto più redditizio che ha creato la mafia è proprio l’antimafia. Basta scorrere l’elenco di associazioni, parenti delle vittime, moglie, figli e nipoti che campano sulle ceneri del caro estinto per rendersene conto.
Sono i professionisti dell’antimafia, come li aveva definiti Leonardo Sciascia, coloro che appartengono prevalentemente a quella specie di persone dedite all’eroismo che non costa nulla o, peggio ancora, coloro che grazie all’antimafia ci campano, tanto da mutuare l’espressione icastica “tengo famiglia” in “tenevo famiglia”. Venghino siori, venghino!

Permettete una parola, io non sono mai andato a scuola
e fra gente importante, io che non valgo niente
forse non dovrei neanche parlare.
Ma dopo quanto avete detto, io non posso più stare zitto
e perciò prima che mi possiate fermare
devo urlare, e gridare, io lo devo avvisare,
di alzarsi e scappare anche se si sente male,
che se si vuole salvare, deve subito scappare...
Edoardo Bennato, Dotti, medici e sapienti

E io condivido totalmente quanto afferma Domenico Malara in questo post; non si può certamente fare di tutta l'erba un fascio ma il teatrino di questi giorni, con adesioni a pioggia alla manifestazione di domani (mancano solo le assemblee di qualche condominio), è semplicemente vergognoso. Non si offenda chi è in buona fede. Non ce l'abbiamo con lui.
Io sono contro la mafia 
e contro chi usa la mafia.




martedì 8 dicembre 2009

UN PENTITO.........INCREDIBILE


Immaginavo che una persona responsabile di sei stragi, della morte di decine di persone e di altri reati tra i più gravi previsti dal Codice Penale, qualora si dovesse pentire avrebbe molta difficoltà a comunicare; non perché non sia a conoscenza di fatti e persone coinvolte, ma perché il dolore, la vergogna, il rimorso e tutti quei sentimenti che (secondo me) dovrebbero venir fuori da un animo (veramente) pentito dovrebbero rendergli difficile anche il solo parlarne. Come fa uno che si è pentito a raccontare con noncuranza fatti che lo hanno visto protagonista e che hanno causato la morte di altri esseri umani? Ecco che la deposizione del cosiddetto "pentito" Gaspare Spatuzza non mi convince: io però non l'ho letta, l'ho sentita in diretta e vi posso garantire che sentire parlare è molto differente da leggere le parole dette, specialmente in questo caso. Questo "individuo", criminale incallito a suo dire pentito ha praticamente recitato una storiella senza alcuna sbavatura ed in discreto italiano (il suo titolo di studio è la licenza elementare, ma questo forse non vuol dire niente), rammentando a richiesta luoghi ed eventi relativi a quasi venti anni fa. Il tono della sua voce non mi ha trasmesso quell'umiltà che mi sarei aspettato da un così efferato criminale adesso pentito. Non c'è stato un momento di commozione, né un tentennamento nel rammentare i fatti, e anche quando ha dichiarato di non ricordare, la risposta è stata pronta, senza alcuna pausa di riflessione. Non credo a quello che ha raccontato, perché mi ha dato l'impressione di parlare sotto dettatura, anche se in quel momento non c'era nessuno a dettare. Ho letto da poco il libro di un altro pentito attualmente in auge, Francesco Fonti, che ha scritto "Io, Francesco Fonti pentito di 'ndrangheta e la mia nave dei veleni"; a pagina 4 c'è una premessa che dice: "L'opera è scritta interamente da Francesco Fonti, nato a Bovalino (RC) il 22 febbraio 1948 ed è riportata integralmente e fedelmente senza alcuna aggiunta e/o modifica che possa indurre il lettore ad una interpretazione non voluta dallo stesso scrittore." Ho letto diverse migliaia (veramente) di altri libri di tutti i generi e di autori di ben altro spessore (letterario, intendo, non criminale) e non ricordo di avere mai trovato prima d'ora una precisazione del genere. Leggendo il libro, a pagina 59, mentre parla di tutt'altra cosa, l'autore interrompe il filo del discorso per intraprenderne un altro: "..Dalla frequentazione con uomini dei servizi segreti, deviati o meno, ho appreso che ci sono molte tecniche atte a depistare le indagini. A seconda della situazione si utilizza quella che si ritiene più idonea. Una tecnica ottima, usata spesso, consiste nel bruciare in anticipo una pista investigativa che, se seguita, potrebbe risultare pericolosa. Questa tecnica consiste nel rivolgersi ad un soggetto amico, ovvero un depistatore, e chiedergli (o ordinargli se fa parte di una organizzazione gerarchica) di affermare come vere cose assolutamente false. Tra le varie cose che il soggetto afferma una sola è vera, proprio quella che si vuole non sia oggetto di indagine. Poiché il soggetto ha affermato, per la maggior parte, delle cose false, anche la notizia vera è così assolutamente screditata e nella sostanza bruciata..." terminata questa precisazione, l'autore riprende il filo del discorso precedente come nulla fosse. Io non so perchè Fonti ad un certo punto si mette a dare lezioni di depistaggio, ma la precisazione all'inizio del libro mi lascia credere che un significato in quest'atto c'è. Non so neanche per certo se la deposizione di Spatuzza risponda a questa "tecnica" di depistaggio, se quello che dice sia vero in parte o tutto o per niente, ma sono certo che al momento quello che esiste sull'argomento è solo ed esclusivamente quella deposizione, senza alcuna prova che la certifichi. E se dovesse venire fuori che Spatuzza ha raccontato un bel po' di balle, chi si sognerebbe più di toccare l'argomento Berlusconi = Mafia? Tutto ciò è veramente nauseante.