Stamattina a Scalea (CS) è morto un ragazzo di 16 anni. Si è suicidato facendosi travolgere da un treno, l'Eurostar 9371. Si chiamava Marco; non lo conoscevo, ma a modo suo era ferroviere come me: faceva parte del mondo ferroviario, in veste di appassionato, uno di quei ragazzi che vivono e si nutrono di locomotive e vetture ferroviarie, di scambi e binari. Uno di quei ragazzi che spesso vedo sui marciapiedi delle stazioni intenti a fotografare tutto ciò che è ferrovia. Conosco alcuni suoi amici con cui condivideva la sua passione, che mi hanno informato dei particolari. Su Facebook, un suo amico lo saluta così:
Un giorno, forse, ci rivedremo...magari a sbraitare sulle faccende delle nostre squadre calabresi o sul fatto che la nostra ferrovia è andata a rotoli...un giorno, forse, potrai anche spiegarmi il motivo per cui oggi hai deciso di farti inghiottire dal tuo mondo...ciao Marcù...
Quando c'è una morte sui binari, tutti gli addetti ai lavori ne vengono coinvolti emotivamente, anche se non conoscono la vittima. Ancora di più se la vittima è un collega.
Stamattina ho ricevuto una email da Flavio Stasi, calabrese, attivista in prima fila contro le centrali a carbone; la premessa era questa: --"Invio questo scritto, uscito nei giorni scorsi sulle pagine di un quotidiano regionale, a redazioni, giornalisti, compagni di una o di dieci battaglie, amici. Lo faccio con lo spirito che è nello scritto stesso, quello di condividere una paura per essere più forte, ma soprattutto di sollevare un problema e di stimolare un ragionamento ed un moto di coraggio in una terra di troppi silenzi"-- Non credo che ci sia bisogno di ulteriori parole...leggete il post...e se credete e ne avete la possibilità, diffondetene il testo:
"Erano lì, sedute comodamente a tavola in una pizzeria nei pressi dell'Università, le bestie che una settimana fa mi hanno massacrato per strada senza motivo, in tre. I delicatoni ordinavano un'insalata, ben pettinati, curati, uno di loro di certo lampadato. Io ho il naso fratturato, me lo hanno rotto con pugni e gomitate, e da poco ho rimosso i punti all'arcata sopraccigliare. Mi trovavo lì solo per prendere una pizza da portar via. Dopo avermi visto ed aver sussurrato qualcosa sottovoce tra loro, ghignando, il lampadato si è alzato venendo fuori, nei pressi del forno a legna dove stavo aspettando la mia pizza. Lentamente mi è passato vicino, ha dato un'occhiata fuori dalla pizzeria, dove era parcheggiata la mia macchina, come a dirmi che la stava tenendo d'occhio, dopo di che è tornato al tavolo. Li ho denunciati, sono stati identificati, e credo che non abbiano apprezzato granché la cosa. Di ritorno a casa, tra rabbia e paura, mi sono chiesto se è ancora il caso di restare qui, vivendo fianco a fianco con questi guappetti da quattro soldi ma talmente vigliacchi da poter fare qualsiasi cosa se solo hanno la certezza di poter vincere facilmente o di poter scappare al momento giusto. Funziona così: ti massacrano e tu passi i giorni seguenti tra ospedali e caserme, a lavare il sangue dalla macchina, a tranquillizzare chi ti sta vicino mentre allo specchio tranquillizzi te stesso. Loro nel frattempo vanno dall'estetista, spacciano coca e mangiano insalate. Non c'è una volante a proteggerti in ogni luogo. Gli angoli deserti e bui nelle città ad immagine di questa società, fatte di lustri in centro e giungle in periferia, sono tanti. Ricordo che ci abbiamo provato, tempo fa, a spiegare che non servono le telecamere e gli eserciti per garantire sicurezza, ma servono luoghi vivi e sociali, colmi di discussioni e di vigili occhi umani, non di inutili occhi elettronici nel deserto. Ricordo che parlavamo proprio del luogo in cui sono stato picchiato per una ventina di minuti, senza che passasse nessuno per aiutarmi in qualche modo. Ricordo che lo abbiamo fatto invano. Io non ho il denaro per permettermi una scorta, figuriamoci, e neanche una porta blindata. Non ho il porto d'armi per autodifesa e dovrei comunque essere davvero incazzato per sparare a qualcuno. E allora ti dici: quasi quasi me ne vado, per paura o per quieto vivere. Hanno vinto, perché non sei stato il primo, e non sarai l'ultimo, e sulle piccole vigliaccherie impunite, le violenze di strada, le sopraffazioni di quartiere e le conseguenti paure ed omertà, si costruiscono le grandi mafie e questa società di sudditi e sovrani. Allora non me ne vado più. Mi armo di parola. Non conosco nomi e cognomi, ed in verità non voglio conoscerli. So che i vili sanno di esserlo, e dovranno guardarsi allo specchio per quello che sono, e saranno riconosciuti e derisi per quello che sono. Non parlo solo di quei tre, ma di tutti quelli come loro. Si aggirano per le città come saprofagi, ma a differenza di questi non hanno nè un'utilità naturale nè una dignità sociale. Io non mi credo né Falcone né Impastato, non state leggendo "l'Idea Socialista", anche perché non ho a che fare con Rina e Badalamenti, ma con poveretti che la società ha trasformato in aspiranti tronisti con troppi film di Tomas Milian alle spalle. E del resto se potessi scegliere, non li metterei in galera, mi basterebbe che si guardassero allo specchio schifati. Tanta gente in questi giorni, per strada o nei negozi, mi confessa la propria disavventura, esperienza diretta o da genitori, fratelli, amici, quasi come se solo chi ha vissuto qualcosa di simile avesse la pazienza di ascoltare. La mia gente, che avrebbe dovuto avere uno sguardo rabbioso e determinato nei confronti di chi deturpa e condanna con la propria bassezza la nostra terra, che amo più di ogni altra cosa, invece mi guarda con occhi rassegnati e compatenti. No, non me ne vado più. In pizzeria sono passato quasi tre ore fa, due ore fa mi sentivo debole, mentre ora, pur avendo letto solo io ciò che ho scritto, mi sento forte e circondato da miei simili. Allora a voi tre ed a tutti quelli come voi, dico: venite a massacrarmi ora, anche in dieci contro uno. Potete spaccarmi tutte le ossa, potete sfigurare il mio volto e sfasciare la mia auto, potete accoltellarmi o spararmi, ma non farete neanche un graffio a quello che ho scritto, a quello che penso, e resterete comunque delle ignobili bestie senza dignità. A tutti gli altri, alla mia gente, imploro di non avere paura, di non restare in silenzio nei confronti delle ingiustizie e delle violenze, di avere il coraggio di vivere liberi, di essere Uomini. Flavio Stasi video
Certo, l'argomento sanità è già di per se delicato, specialmente in Calabria, e quando poi all'interno dell'argomento si va a toccare il tasto risanamento, ecco che le reazioni non possono mancare. Troppi interessi sono stati foraggiati negli anni (soprattutto dai due precedenti governi regionali, uno di centrodestra ed uno di centrosinistra) con sprechi e clientelismi, per poter pensare che un qualsiasi tentativo di far rientrare nella normalità il settore sia gradito a tutti (è l'esatto contrario, è sgradito a molti). Ma questo non deve far confondere eventuali azioni criminali di tipo intimidatorio con le proteste legittime dei cittadini, per quanto dure esse siano. Il concetto "devo risanare e quindi chi è contro di me è contro il risanamento" non è un concetto assoluto, è il caso che il governatore se lo metta bene in testa. Le proteste di Cosenza potrebbero essere state organizzate in malafede oppure no, ma se Scopelliti pensa di potere andare in giro a chiudere strutture sanitarie in zone dove per percorrere 20 chilometri ci si può mettere anche 40/50 minuti senza che la gente si preoccupi e protesti, allora vuol dire che non ha capito niente e non conosce la realtà della regione che governa. In Calabria quasi dappertutto le distanze si misurano in ore, non in chilometri; la stessa distanza che in Lombardia si percorrerebbe in dieci minuti, da noi in certe zone si percorre in un'ora, e di questo il governatore dovrà tenere conto. Associato (anzi, precedentemente) al piano di soppressione delle strutture sanitarie "superflue" dovrebbe essere messo in atto un efficace piano di sviluppo dei collegamenti viari nella regione che permetta lo spostamento veloce delle persone e dei mezzi anche e soprattutto in casi di emergenza. Di trasporti in Calabria non si parla da anni, o meglio, se ne parla di solito in occasione di competizioni elettorali ma di fatti non se ne vedono. Ci sono paesi collegati con il resto della regione da una sola strada, e accade spesso che d'inverno la strada si interrompa per frana o altri motivi. Una delle due strade più importanti della regione, la S.S. 106 che percorre tutta la Calabria sulla costa jonica, è soprannominata "la strada della morte" per la pericolosità e l'alto numero di vittime per incidenti stradali. L'autostrada A3 è famosa per i tempi di percorrenza ed i cantieri perenni. Le strade che collegano queste due "arterie" con l'interno a volte sono poco più che strade interpoderali e comunque continuamente a rischio frane e interruzioni. Senza parlare dei collegamenti ferroviari pessimi. In un contesto del genere dichiarare di voler chiudere presidi che garantiscono una certa tranquillità alla popolazione in termini di presenza e di raggiungibilità non può non destare proteste, al di là della possibile malafede di chi potrebbe cavalcare la tigre del malcontento. Nessuno dei politici attualmente presi dalla frenesia di risanare ha detto una parola su questa piaga secolare. Detto questo, mi voglio soffermare sull'episodio di Cosenza per evidenziare che i soliti giornali hanno ben pensato di titolare a casaccio con la versione più "succulenta" dei fatti, senza verificarli. Titoloni oggi sui giornali e sul web (1, 2, 3, 4) sulla presunta "aggressione" subita ieri dal governatore della Calabria Giuseppe Scopelliti in occasione della visita all’ospedale dell’Annunziata, a Cosenza. Le dettagliate descrizioni dei fatti e i comunicati di solidarietà per il governatore e condanna per i manifestanti non si contano. Peccato che le descrizioni dei fatti con violenze e lanci di pietre non trovino riscontro nè nei filmati nè, cosa più importante, nell'interrogazione parlamentare che alcuni senatori del PDL hanno rivolto al ministro dell'interno Roberto Maroni: nel testo dell'interrogazione si parla di "gazzarra vergognosa", ma non un accenno a violenze o lanci di pietre, come d'altronde non potrebbe essere visto che non ce ne sono stati. La richiesta dei senatori calabresi di indagare su chi abbia sobillato i dimostranti e su chi abbia pagato i pullman mi da da pensare. I dimostranti sono facilmente identificabili dai filmati, lo erano anche sul posto, nessuno era a volto coperto, non sono stati commessi reati e l'assenza di fermi o denunce lo dimostra. Qual'è il motivo dell'indagine richiesta dai senatori del PDL? Scoraggiare eventuali altri casi del genere per il futuro? Chi protesta deve essere indagato? Il prossimo passo allora potrebbe essere la schedatura, ed eventualmente si potrebbe riaprire il campo di Ferramonti di Tarsia, che è in zona.
Ecco uno dei video registrati durante la protesta a Cosenza.