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"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
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lunedì 4 agosto 2014

Il macchinista e la bistecca

Come per tante altre città del sud, una cosa che non manca e non mancherà mai a Reggio è l’ironia unita all’innata tendenza al pettegolezzo che rende gossip qualsiasi episodio di natura dubbia o poco chiara, estrapolato dal suo contesto e riadattato alla fantasia del primo spettatore, il quale non esiterà a raccontarlo a sua discrezione a qualcuno che lo rilancerà aggiungendoci qualcosa di suo.
Mi viene in mente la storia delle due signore entrambe mogli di macchinista, che s’incontrano in macelleria e mentre attendono il loro turno, com’è normale, chiacchierano tra di loro:
-  ...si, signora, me’ maritu turnau stamatina prestu, iu a Napoli…. ‘Ciù dissi ieu mi si curca nu pocu, ma iddu nenti, si ‘ndi iu ‘nto giardinu ! Ora haiu a pigghiari un chilu ‘i tritatu, cusì fazzu ‘a pasta ‘o furnu, e ddu purpetti pi stasira. S’i mangiunu i me figghi, me maritu dissi chi iddu non voli carni, si mangia ‘na ‘nzalata ‘i pumaroru...-
-  Me maritu parti a menziornu e torna stasira, signora... dissi chi voli ‘na bistecca, ch’havi a fari ‘u rapidu!-
Molto probabilmente il mio collega aveva chiesto alla moglie di preparargli un piatto veloce da cucinare non avendo tanto tempo a disposizione, come per esempio proprio una fetta di carne arrostita. Ma da questo scambio di battute, ascoltato da qualche buontempone presente e riportato a modo suo, è venuta fuori la storiella del macchinista che per fare “il Rapido” (treno in realtà impegnativo dal punto di vista delle energie quanto qualsiasi altro) aveva bisogno di mangiare “una bistecca”.
Siamo fatti così, dopo tutto neanche male se mettessimo altrettanta creatività in altre cose più produttive, per esempio nell’immaginare e realizzare una città migliore.


lunedì 28 aprile 2014

Fabrizio Canale - Someday it happens





A volte succede, e meno male! Sono di ritorno da una serata memorabile, per me ma soprattutto  per Reggio. Ieri sera, un giovane reggino, un vero “self-made”, Boy prima e Man adesso, ha piantato  saldamente i piedi su un palcoscenico che potrà dargli solo soddisfazioni. Fabrizio Canale, bluesman  sopraffino, produce musica; la produce suonando due o tre strumenti contemporaneamente, con la sola voce, ma anche in silenzio con la sua storia, umile e gloriosa, che già adesso, poco più che ventenne, è degna di un romanzo d’autore.  Non ho la competenza necessaria per potere recensire tecnicamente il suo album “Someday it Happens”, lo valuto da ascoltatore appassionato. Mi piace, mi piace tanto. Ma mi piace soprattutto la forza che sprigiona; è la forza di uno che vuole, che cerca, che esplora. È la forza di uno che troverà. È la forza che in questo momento dorme in tanti, troppi ragazzi reggini. La musica parla un linguaggio universale, e parla a tutte le generazioni; è la strada per ripartire, il mezzo inarrestabile per rifondare una società che si sta deteriorando. Grazie a Fabrizio, grazie per la sua musica, grazie soprattutto per l’esempio che dà ai nostri giovani. 


giovedì 17 aprile 2014

Il punteruolo rosso e i parassiti della città.



Il punteruolo rosso, coleottero parassita della palma, sta distruggendo un patrimonio botanico di valore incommensurabile, ma soprattutto sta distruggendo una parte di storia di Reggio. E ne sta modificando l’immagine. È lacerante, per me,  vedere piante pluridecennali rinsecchirsi e perdere le foglie velocemente, lasciando in piedi il tronco spoglio simile ad un obelisco funebre. È impressionante vedere tutte le palme cittadine malate (tutte), ma è ancora più impressionante vedere come la città assiste indifferente ad uno scempio del genere. Ho detto la città? Ho sbagliato, dovevo dire i reggini. Perché la città in realtà farà come ha fatto sempre, per migliaia di anni: si adatterà. Modificherà il suo aspetto, le sue esigenze, alla nuova situazione. Le palme un giorno, purtroppo presto, non faranno più parte del contesto cittadino o ne rimarranno solo alcune varietà, quelle non attaccate dal punteruolo rosso. Che cosa mai sarà! I fichi d’india qui da noi non esistevano, prima della scoperta dell’America, anche gli agrumi sono stati importati, il bergamotto si è adattato sviluppando una specie particolare che vive solo qui; la flora, e anche la fauna se vogliamo, si sono sempre adeguati alle situazioni del momento. Punteruolo a parte, Reggio è una città che sembra attirare i parassiti. Il parassita è quanto di peggio possa esistere, si appropria e si nutre di ciò che non è suo, lo fa senza alcun diritto e spesso senza alcuno sforzo, quasi sempre portando la propria vittima alla morte. Di solito attacca le piante, che immobili ben poco possono fare per difendersi. Oppure animali malati, o esseri umani in condizioni disagiate, in difficoltà. A Reggio ci sono altri tipi di parassiti oltre al punteruolo rosso, e anche loro prosperano nutrendosi della loro vittima. Il massone, il mafioso, il politico corrotto, sono figure ormai consolidate nell’immaginazione popolare come responsabili dei problemi che attanagliano Reggio e i reggini al punto da strangolare mortalmente l’economia cittadina e di conseguenza mettere in grave pericolo la sopravvivenza dell’intera società. Non passa giorno senza che i giornali locali, ma anche quelli nazionali, non dedichino almeno un pezzo alla disastrata situazione reggina. E la litania è sempre la stessa: ndrangheta, politica, massoneria, ndrangheta, politica, massoneria, ndrangheta, politica, massoneria.... ogni tanto una bella iniezione di servizi segreti, magari qualche bel faccendiere internazionale. Parassiti. Ma un bell’articolo sull’apatia della loro vittima, ancora non l’ho letto. La vittima è il popolo reggino, la città è solo un contenitore che prende di volta in volta la forma del suo contenuto. I reggini non reagiscono mai, si girano dall’altro lato, al massimo stanno a guardare. Oppure, peggio ancora, aiutano i parassiti a farsi strada e a volte diventano parassiti anche loro. La città reagirà, i reggini no. D’altronde, se non reagiscono contro un qualsiasi “punteruolo”.....

lunedì 31 marzo 2014

Una favola per andare Dappertutto.


Bene, che cosa ci serve per raccontare una favola?
Per prima cosa abbiamo bisogno di sapere dove siamo . Ci serve una bussola; la bussola indica il nord, sapendo dov’è il nord sappiamo dove sono gli altri punti: sud, est, ovest. Se la usiamo sappiamo dove siamo, se la teniamo in tasca possiamo andare a Dappertutto. Dappertutto non vuol dire in qualsiasi posto. Dappertutto è un posto dove avvengono cose magiche. Non serve la bussola, per andare a Dappertutto. Poi ci serve qualcosa per sapere in che epoca viviamo; abbiamo un calendario. Il calendario serve a misurare i giorni, i mesi, gli anni, ci dice in che giorno, mese e anno siamo, e che giorno della settimana è: lunedì, martedì, mercoledì... ma non tutti funzionano solo al presente. I calendari normali forse, ma i calendari delle favole non sono così. I calendari delle favole possono portarci indietro nel tempo. Oppure, se li teniamo chiusi, ci possono portare in un luogo senza tempo, dove esistono le fate, i folletti, le creature magiche. Voi dove volete andare, indietro nel tempo, oppure in un luogo senza tempo, con le fate, i folletti ma attenzione, anche con le streghe cattive? ci potrebbero essere anche le streghe cattive e i draghi. Non vincono mai, le streghe cattive, ma ci provano lo stesso a fare del male alle principesse. I draghi muoiono sempre alla fine, ma prima si mangiano un bel po’ di cavalieri, e se gli capita anche qualche bambino, ma di quelli della favola, non certo voi.... a meno che non vogliate entrare anche voi nella favola. No, meglio di no....
Torniamo indietro nel tempo?
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Omar e il popolo nobile
Tanto tanto tempo fa la terra era un unico reame in cui i sudditi erano tutti nobili e ricchi: re, regine,  principi e principesse, duchi e baroni.  Era governata da un giovane povero, tanto povero che la sua casa era fatta di canne e fango. Si chiamava Omar.
Il Creatore aveva disposto, dopo avere creato la terra e gli uomini, che fossero tutti ricchi e non avessero bisogno di niente; solo uno, con la sua sposa, avrebbe dovuto soffrire per il bene degli altri. Per governarli doveva essere diverso da loro, quindi povero, ma in compenso gli aveva concesso la felicità del focolare domestico.
Così Omar governava felicemente insieme alla sua sposa, Shamira, anche lei povera; ogni giorno andava a lavorare nei campi dei suoi sudditi e guadagnava quel poco che gli serviva per vivere felice insieme alla sua sposa. I suoi sudditi avevano tutto quello che serviva loro, e anche di più. Cavalli, soldati, servitori (ma anche i servitori e i soldati erano nobili e ricchi, solo un po’ meno dei loro padroni), cibo in abbondanza; non dovevano lavorare, non avevano niente di importante da fare.
Per questo, non avendo niente da fare, impegnavano il tempo per litigare tra di loro. Ogni scusa era buona, per litigare. “Il mio cavallo è migliore del tuo!” – “Mia moglie ha un vestito più bello di quello di tua moglie!” – “Io ho più soldi di te!”.... E litigavano di brutto, al punto che ogni giorno Omar, che li governava ma non era il Re perché loro erano tutti nobili e lui no, era costretto ad intervenire per farli smettere.
Ma Omar non aveva soldati, perché era povero, i soldati li avevano i suoi sudditi. Lui governava con la forza più potente del mondo; una forza che se usata bene non ha rivali: la ragione. Omar ragionava, chiamava i suoi sudditi presso la sua casa e spiegava loro perché non dovevano litigare. Ragionando stabiliva chi aveva ragione e risolveva sempre i litigi; ma non dava mai tutta la ragione a uno solo perché sapeva che la ragione, quando due litigano, non è mai tutta da una parte mentre spesso può accadere che entrambi i litiganti abbiano torto. I sudditi ricchi non potevano opporsi, perché loro non ragionavano.
Qualche volta provavano a ribellarsi, e a mandare i loro soldati contro Omar, ma lui appena li vedeva parlava loro e, sempre ragionando, li rimandava indietro senza che fosse stata lanciata una freccia. In verità un aiuto lo aveva: su una montagna vicino alla casa di Omar abitava un potentissimo Mago,  Jamar. Jamar era un Mago buono, ogni tanto interveniva per aiutare Omar a risolvere i problemi.
E così fu per tanto tempo, Omar e Shamira vissero insieme poveri e felici. Un solo cruccio, ebbero: non poterono avere figli. Quando Omar si fece troppo vecchio e stanco si recò dal Mago Jamar, chiedendogli consiglio: “Tra poco io non ci sarò più, non ho figli, chi governerà la terra dopo di me?” Era un problema serio. Jamar si recò di persona a parlare con i sudditi di Omar, chiedendo che concedessero un bambino ed una bambina perché potessero essere destinati a divenire governanti della terra al posto di Omar e Shamira.
Non ci fu niente da fare: nessuno dei sudditi fu disposto a dare un figlio o una figlia per governare, perché la condizione era che divenissero poveri. Jamar tornò sconsolato da Omar, preoccupato per il futuro della terra: “Appena non ci sarai più tu, i tuoi sudditi saranno liberi di litigare ed in breve sulla terra non ci sarà più nessuno, si uccideranno tutti tra di loro.”
Per l’ennesima volta Omar usò la sua potente arma, quella che chi è accecato dall’avidità non può avere: la ragione. “Bene, visto che la terra deve essere governata a qualunque costo, e che nessuno lo vuole fare se deve essere povero, allora farai in modo che chi governa diventi ricco.” “Non può essere! Tra chi governa e i suoi sudditi ci deve essere differenza, non possono essere tutti uguali.” “Infatti” disse Omar “Farai in modo che chi governa sia ricco più del più ricco dei sudditi di adesso. E tutti gli altri, li renderai poveri, così la differenza sarà mantenuta, anche se all’inverso. Non ne saranno contenti, ma è per il loro bene.”
E così, dopo qualche tempo, alla morte di Omar e Shamira, che morirono felici insieme dopo una intera vita trascorsa in armonia, Jamar fece un potente incantesimo: di colpo tutte le ricchezze del popolo divennero di proprietà di uno solo e della sua famiglia, e tutto il popolo divenne povero. Il nuovo governante mantenne il titolo che aveva già di Re, solo che era l’unico Re rimasto, visto che gli altri erano diventati poveri. Jamar ebbe un ultimo gesto di pietà verso il genere umano, prima di ritirarsi per sempre sulla sua montagna, nauseato: cancellò dalla mente del popolo il ricordo del passato, pensando così di non farlo soffrire.
Ma le cose non andarono come pensava: il Re rimase quello che era, avido e ottuso, e i sudditi, che si ritrovarono poveri e non vi erano abituati, iniziarono a litigare tra di loro e con il Re, il quale però non aveva l’arma della ragione, né l’aiuto di Jamar.

E lo fanno ancora adesso.  

mercoledì 12 marzo 2014

Serra San Bruno: vogliono tagliare l'abete bianco più grande d'Europa


La Calabria è una penisola bagnata da due mari e dal piagnisteo dei suoi abitanti. In Calabria si praticano due attività principali: la distruzione e il piagnisteo. La distruzione di ciò che è o potrebbe essere, il piagnisteo su ciò che sarebbe potuto essere o ciò che è stato. L’amministrazione comunale di Serra San Bruno, sembra per sanare i debiti creati dalla cattiva azione amministrativa ha ben pensato di deliberare la vendita del legname ricavato dal taglio di più di duemila alberi appartenenti alle foreste secolari dei dintorni. Tra gli alberi da tagliare per ricavarne denaro ci sono molti esemplari unici tra cui, sembra, il più antico Abete bianco europeo, alto ben 55 metri. Un piano diabolico che, se andrà in porto, riempirà sicuramente le casse del comune trattandosi di legname pregiato, ma contemporaneamente azzererà un patrimonio naturale insostituibile, irripetibile, di valore ben superiore al denaro ricavato. 
Provengo da una famiglia che per decenni ha lavorato nei boschi, il mio bisnonno, mio nonno, mio padre, erano commercianti di legname. Compravano i boschi, li tagliavano secondo le regole e quando era previsto li ripopolavano. Non ho mai sentito raccontare di un albero tagliato senza che ce ne fosse reale necessità, o che non facesse parte di un programma. L'uomo una volta proteggeva il suo patrimonio, e vi attingeva per lo stretto necessario. Adesso lo sta depredando. 
Niente di strano, quando le cose vanno male si vendono i gioielli di famiglia, poi i mobili e le suppellettili, magari si mandano i figli a rubare in giro e perché no, a prostituirsi. Vorrei tornare indietro ai tempi, se mai sono veramente esistiti, dei cavalieri che vendicavano i torti fatti ai deboli. A quei tempi tutto andava male per il popolo, c’era fame, povertà, soprusi. Ma c’era sempre la speranza che giungesse il cavaliere di turno che uccideva il drago, oppure la strega cattiva, o il Re tiranno. O almeno ci provava. Adesso non abbiamo neanche quella, di speranza. Invidio Don Chisciotte, la pazzia fu la sua vita, e quando rinsavì, morì.

martedì 11 marzo 2014

STORIE RRIGGITANE





Il 21 marzo, alle ore 18,15 presso la sede dell'Associazione Incontriamoci Sempre (stazione FF.SS. di Santa Caterina a Reggio Calabria) si terrà la prima presentazione del mio libro "Storie RRiggitane" edito da Disoblio Edizioni,  una piccola raccolta di storie vere "rriggitane" e un viaggio fantastico nella città che sempre è stata....è, e sarà!

sabato 28 dicembre 2013

Capurannu


di Franco Canzonieri
Quandu veni capurannu
tutti simu cchiù cuntenti.
L’annu vecchiu fici rannu
ma ormai è cosa ‘i nenti.

Cosi vecchi chi passaru.
‘N’alluvioni e un pocu ‘i verra,
cacchi signu, si, ‘u rassaru
ma ormai non si ndi parra.

E cchi vvo’ mi teni a mmenti,
terremoti, frani e morti?
‘A miseria ‘i tanta ggenti
chi non pot’aviri sorti?

Ora basta cu’ sti guai,
cu’ sti lutti e sti duluri.
L’annu vecchiu si ndi vai
e c’u novu, rosi e xuri.

Cu’ non nd’eppi, di furtuna,
mi si teni in allegria,
l’annu novu nci ndi runa
tanta mi si la nnasìa.

E saluti e paci assai
e cuncordia nt'e famigghi
e, a cu' non nd'eppi mai,
na casata chin'e figghi.

E a cu' pirdiu tuttu
pi' sta crisi e ormai pinìa,
nc’esti ‘u super enalottu
e i premi a lotteria.

Tutti ricchi, tutti sani,
tutti quanti su’ felici.
Puru ‘i jatti cu’ li cani
stannu aniti com’amici.

Standu a li previsioni
sutt'o tunnelli nc'è 'a luci,
ora vanzunu 'i pinsioni
e 'a miseria si rridduci.

E finisci ‘a caristìa
e ‘a terra runa frutti,
e ‘a lira si fissìa
c’u travagghiu nc’è pi’ tutti...

...Sulu chi, sta litania
‘a sintia l’annu passatu.
Anzi, avi ‘i chi nnascìa
ch’è nu nasru rriggisratu

c’u motivu sempri ‘u stessu.
Ma ogni annu rrisurtàu
chi 'u novu fu cchiù cessu
‘i chiddu vecchiu chi passàu.