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"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
NON CAPISCO...E NON MI ADEGUO!!!
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giovedì 18 luglio 2013

Il cittadino



Io invece sono  un cittadino. Fare il cittadino è facile. Mica come fare il mafioso o lo Stato. Ma preferirei essere chiamato "essere umano". Sono nato da solo, morirò da solo, nel frattempo sono costretto a vivere insieme ad altri miei simili. Organizzato, mi dicono; io dico sottomesso. Sono un essere umano. Da solo sono in pericolo, insieme ad altri sono pericoloso per me. Penso di essere libero di fare quello che voglio, ma è un'illusione. Un bel giorno, dopo che sono stato neonato bambino e ragazzo, appena compiuti 18 anni vengo nominato cittadino con il diritto di voto. Posso eleggere i miei rappresentanti, i miei amministratori, i miei governanti. Praticamente i miei padroni. Lo stabilisco io chi mi deve rovinare la vita. E di solito non sbaglio. Scelgo sempre il meglio, i più bravi a rovinarmela. O delinquenti conclamati, o incapaci irrecuperabili. Magari li metto insieme, così si creano l’alibi a vicenda. Sono esseri umani come me, eppure non fanno mai quello che io vorrei. Non fanno neanche quello di cui ho bisogno. Non fanno niente di utile, e neanche di inutile. Di solito fanno danno. Io sono pericoloso, perché se sono tra quelli in malafede, la minoranza, prevalgo, se sono tra quelli che in buonafede lasciano correre faccio prevalere gli altri. E il danno me lo succhio tutto, sempre io. Sono l’unico essere vivente che è carnefice di se stesso. Fare il cittadino è facilissimo, basta non fare niente. 

i precedenti monologhi qui e qui

mercoledì 17 luglio 2013

Nu Sonnu....

di Emma Chiera*


Tutt‘a ’na vota… si fici silenziu…


No ‘na machina cchiù, né ‘na perzuna,
ma ‘u mari davanti e sup’ ‘o celu, ‘a luna.

Nu rèfulu di ventu m’annacava
ed eu comu ‘na piuma… eu volava!

Mo’ era sup‘ ‘a terra, mo’ sup‘ ‘o mari,
vidia jiri l’undi… lenti… e poi tornari…

Accedi, petri, arburi eu ‘ncuntrava
e quandu supa ‘i casi poi passava
d’ ’a genti ormai stanca ‘i lavurari
sentia pochi suspiri duci e tanti amari.

… E tutt’a ‘na vota ‘i vitti arrivari
d’ammenz’ ‘e rami d’i livari,
comu farfalli ‘i milli culuri
chi mi guardavanu cu tantu amuri.

Nudu parrava, ma eu ormai ’u sapia
ca ognunu ‘i d’idi giá ‘i canuscia
tutti i sacrifici mei, tutti i me’ peni.

‘Mpatti dissiru sulu: “Ndai ‘u ti ‘nda veni!”

Nci cuntai di figghi… di niputi…
Di dericati sicchi. Ormai perduti.

Mi guardaru senza ‘u dinnu nenti,
e ad unu ad unu… lenti… lenti…
si ‘nda tornaru pe da ‘nte livari
e mi dassaru sutta ‘a luna a penzari,
c’u ventu chi ancora jia e venia
facendumi nu pocu ‘i cumpagnia…

…Poi a ‘na vota tornaru i rumuri,
i luci, i machini, i perzuni.

Eu mi levai e ‘a decisioni ‘a fici:
conzai com’ ‘o ventu ddu’ valici.

Mo’ certu tutti penzanu chi vonnu,
ma pe mia ‘on potia restari cchiù

NU SONNU!


* Poetessa e sognatrice


lunedì 15 luglio 2013

Riflessioni di un mafioso.



Mi sono sempre chiesto perché l'uomo si lascia sottomettere da un suo simile.
Non che la ricerca della risposta mi tolga il sonno, dopo tutto per me questa condizione è utile ed essenziale. Sono un mafioso. Si, uno di quelli che sottomettono gli altri. Approfitto della naturale propensione che ha l'uomo a essere schiavo di un suo simile e ne traggo un utile. La gente lavora, produce, guadagna, e io alla fine incasso. Mi prendo una parte del guadagno, in cambio di un po' di aria fritta. La tranquillità, garantisco!  A chi mi paga garantisco che non avrà problemi, nella stessa misura in cui a chi non mi vuole pagare garantisco che ne avrà, di problemi. Ma non mi prendo tutto, anzi, ho interesse che il mio "contribuente" possa continuare a contribuire, mi sembra chiaro. Se mi paga, magari lo aiuto, gli mando clienti, gli trovo un socio con capitali freschi, oppure gli rilevo l'attività se intende ritirarsi. La mia coscienza? È a posto, perché dovrei essere preoccupato? C'è chi fa di peggio. Non parlo dei miei colleghi mafiosi, alcuni sono animali, decerebrati ottusi che portano la gente alla rovina e poi passano ad altre vittime, come se la catena fosse inesauribile. Io no, con me si ragiona, conviene a tutti. Secondo voi, perché il mio commercio di aria fritta va a gonfie vele? Perché non c'è chi propone qualcosa di alternativo; o se preferite, chi dovrebbe farlo non lo fa, fa il contrario. Lo stato, il mio alter ego. Se c'è un'attività produttiva che si potrebbe sviluppare, che dà lavoro, il mio alter ego che fa? La ammazza a tasse. E in cambio gli promette aria fritta: i servizi. E non glieli da neanche. Qualcuno mi dovrebbe spiegare che differenza c'è tra il pizzo che prelevo io e le tasse che risucchia lo stato. Io mi prendo una cifra sui guadagni, una percentuale. Anche lo stato si prende la percentuale e poi ci mette sopra le tasse indirette, le tasse di concessione, le accise, le marche da bollo, le penali, la mora, le sanzioni. Io presto soldi a chi ne ha bisogno, senza lungaggini, sull’unghia. Anche lo stato presta soldi. Si, dopo avervi messi in condizioni di averne bisogno, se riuscite ad accedere alle procedure ve li presta, tanto se poi non glieli restituite se li riprende, insieme a tutto il resto. Come me. Oppure, se avete bisogno di soldi e non volete chiedermeli, ci sono le mie sale giochi. Sono illegali, ma si vincono soldi, non cioccolatini. Anche lo stato vi fa giocare, se volete. Potete anche svenarvi, fare debiti per giocare, perdere tutto, lo stato non vi pone limiti, basta che paghiate. Io no, oltre un certo limite non vi faccio andare, non mi conviene. Con me è più semplice. Pagate? Siete a posto. Non vi serve neanche conservare la ricevuta, anche perché non ve la rilascio. Non pagate? Succede di rado, e di solito dura poco. Poi pagate. Vi conviene. Ma io rischio in prima persona, mica mi nascondo dietro una scrivania.  Allo stato tutto sommato conviene che voi non paghiate...a lui. Se non pagate, prima vi avvisa (come faccio io) poi vi prende la casa, oppure la macchina (io faccio quasi lo stesso: ve le brucio) oppure vi fa fallire dopo avervi pignorato tutto e incassa quattro soldi per un bene di valore triplo o di più. Io, se non ce la fate a pagarmi, seppure a malincuore vi sparo, se non ce la fate a pagare lo stato voi vi sparate da soli. A ben riflettere svolgiamo la stessa attività, l'unica vera differenza è che io rischio la galera e lo stato no. E lui fa meno fatica. Ma dico io, vi sembra giusto? 

La replica dello Stato


Ho letto le riflessioni del mafioso, e non posso esimermi dal replicare, visto che vengo chiamato pesantemente in causa. Sono lo Stato, o meglio "sono stato lo Stato". Adesso non mi saprei definire neanche io. Mi sono evoluto ad un punto tale che la parola Stato è riduttiva.
 Basti pensare a quando vengo menzionato: "esistono pezzi di Stato deviati", per esempio. Avete mai sentito dire che esistono pezzi di mafia deviati? Fare il mafioso è facile, l'indirizzo è uno solo, il crimine. Io invece mi devo barcamenare tra decine di attività.  
Credete che sia facile tutelare i miei cittadini e contemporaneamente metterli in pericolo con i miei commerci? Produco e vendo in tutto il mondo armi, guadagno sopra sigarette e liquori. Gestisco giochi e lotterie di tutti i tipi. Devo affrontare giornalmente problemi enormi, come l'inquinamento, i rifiuti tossici, le malattie che ne derivano.
E nello stesso tempo devo legalizzare le illegalità commesse da chi è responsabile di questi problemi. Mi devo inventare ogni giorno la soluzione per fare coesistere al mio interno il crimine e la legalità, con la differenza che il crimine me lo tengo puro così com'è, seppur camuffato, la legalità la devo adattare di volta in volta alle esigenze del crimine. E le risorse poi, sembra facile reperirle.
Dovrei ricostruire un paio di città, per esempio, distrutte dal terremoto. Che colpa ne ho io se contemporaneamente c'è da mantenere all'estero qualche migliaio di soldati? E se devo acquistare nuovi armamenti? I soldi quelli sono, non ho il pozzo da cui prenderli. Me li devono dare i cittadini; anzi, veramente me li prendo, ma non bastano mai. Ecco perché poi, per esempio, non pago le aziende.
Io, in quanto Stato, logicamente non ho una coscienza. Ma in fondo in fondo, mi dispiace dovere danneggiare le piccole aziende, non pagando i miei debiti e magari contemporaneamente pignorandole per altre pendenze. Ma solo le piccole, le grandi, quelle che fanno affari all'estero no, quelle le aiuto, ne va della mia credibilità. Sono forte con i deboli e debole con i forti, è nella mia natura e nella mia storia. Sul mio territorio vengono cani e porci a fare i loro traffici, spesso su mandato di paesi stranieri.
Sanno che io sono accondiscendente, nell'interesse del commercio con l'estero. Petrolio, armi, macchinari, edilizia, fruttano miliardi di euro alle multinazionali italiane ed estere, mica mi posso mettere a rompere le uova nel paniere a gente di quel calibro.
 Sono stato lo Stato. Adesso..... Fare il mafioso è più facile, sentite a me.
N.B. La prima parte di questo racconto è qui

lunedì 8 luglio 2013

'Na caminata....


'Na caminata longa staiu facendu,
chi ccuminciau u iornu chi nascìa,
mi vitti figghioleddhu e giuvinottu,
e mi purtau mi rrivu a 'stu mumentu.

Ora chi viu u fundu d'u straduni,
chi ormai ndi fici certu cchiù di menzu,
haiu a fari i cunti cu chiddu chi fici
e cu chiddu chi di mia lu mundu dici.

Si fici cosi boni haiu a sapiri,
e si caccunu i mia nd'avi lagnanzi
vogghiu sapiri quanti e quali sunnu
undi sbagghiai e si nci fici dannu.

Mi vogghiu presentari a 'stu traguardu
mi pozzu diri "'u sacciu chi mi spetta"
non vogghiu premi pa' me maratona,
sulu rispettu pi la mè persona.

Na' caminata longa m'haiu a fari
pi gghiri a nu' giardinu chinu i sciuri
sutta a n'arburu mi vogghiu ssettari
chi d'a me vita i cunti m'haiu a tirari...

domenica 30 giugno 2013

Vulissi...



Vulissi turnari arretu ddumil’anni
pi vidiri ‘u mundu com’u fici Diu
pi vidiri sta’ terra senza i danni
chi l’omu scelleratu nci causau.

Vulissi Ulisse ‘u grecu mu mi cunta
com’era ‘u Strittu ‘e tempi d’i sireni
pirchì di tanta fama e tanta gloria
oggi non ndi restau nu sordu i beni.

Valli e sciumari, arburi e nimali
comu a natura i fici e ‘i mmantiniu
prima mi si scatena a distruzioni
figghia dill’arroganza e presunzioni.

Vulissi non mi nc’è fami nto mundu
vulissi non mi nc’esti carestia
vulissi non mi si faci cchiù guerra
e vulissi mi regna l’allegria.

Ma poi mi rendu cuntu chi “vulissi”
è ‘na parola, non voli diri nenti
a usunu ogni gghiornu tanti genti
e d’i “vulissi” non ci nesci nenti.

Ma nu’ “vulissi” sulu, unu pi tutti,
bastassi pi ggiustari a situazioni:
vulissi l’omu mi si rendi cuntu
chi sta jarmandu la so distruzioni!

U’ sacciu, chi vulissi troppi cosi,
‘a presunzioni non manca puru a mia
pirchi “vulissi” non è na decisioni
è sulu un fattu di …….putruneria.

lunedì 24 giugno 2013

U' rriggitanu e u' cafè.



A Rriggiu c'é l'usanza d'u café,
matina, menziornu e sira
ogni occasioni é bona p'u piaciri,
ogni locali vali p'u doviri.

"Cumpari chi si dici, comu siti?
a’ casa sunnu boni, e a cummari?
Pigghiamundi u café c’a santa paci,
dda c'é nu bar, si vi faci piaciri".

Trasimu e ndi mintimu in terza fila,
arretu a tutti chiddi comu a nui,
chi spettunu mi fannu u so doviri,
e intantu ndi scambiamu ddu paroli.

Spettamu na menz'ura arretu o bancu
mi rriva u nostru turnu m'ordinamu,
"su ddu café, e ddu biccheri d'acqua"
e poi quandu ndi porta ndi scialamu!

Ma nu café normali non si poti,
ci voli a schiuma, u latti, oppuru u “sceik”
nto vitru, plastica o tazzina
bollenti caddu friddu o…ca ciaurrina.

Gustamu stu cafè ch'é na bontá,
ma prestu, chi c'é genti arretu i nui
chi sta facendu a fila p'u so turnu
e spetta mi ndi jamu mi si sciala.

Ma a megghiu cosa é quandu si pava,
"non mi si dici chi pavati vui,
jeu era intra, perciò mi ttocca a mia!".
I reguli su chiari, non si fui.

Pavari o bar non esti cosa i pocu,
e s'hannu a rrispettari i tradizioni,
pava cu é gghintra oppuru cu mbitau,
pirchì offriri nu café é soddisfazioni.

E si cu trasi esti cu atri amici,
puru chi chisti nui ne canuscimu,
“chi vi pigghiati? Simu a disposizioni!
È pavata pi vui a cunsumazioni!!!”

lunedì 29 aprile 2013

Piazza Castello e il "tuuurismo".

Situazione attuale
Festeggiamenti per l'inaugurazione


Reggio Calabria. - Siamo lontani anni luce dall’estate 2007, quando l’amministrazione comunale dell’epoca inaugurò in pompa magna la nuova Piazza Castello, con tanto di sbandieratori medioevali ed addobbi floreali rimossi subito dopo la cerimonia. Già dopo qualche mese le aiuole fiorite e i vari arredi erano un ricordo nella mente dei residenti, rievocato solo dai proclami periodici degli amministratori di allora. Tempo fa la ditta che stava effettuando modifiche alla struttura dell’edificio ha abbandonato i lavori a causa dei mancati pagamenti da parte del comune, e la piazza è ormai alla mercè di vandali e malintenzionati. Per finire, è notizia di qualche giorno fa: il Castello Aragonese è ufficialmente pericolante. Mai, se non per mano dell’uomo, del reggino, questo imponente monumento ha manifestato cedimenti; né sotto bombardamenti né durante terremoti devastanti. Dopo la caduta di qualche pezzo di muro, l’ufficio responsabile non ha saputo fare altro che recintare con una rete la parte del perimetro interessata, trascurando poi di curare anche il recinto stesso. Contemporaneamente chi evidentemente è fuori dal mondo reale e vive in un paese delle meraviglie, esalta come un successo l’arrivo in città di migliaia turisti stranieri. Chissà cosa penseranno, questi turisti, quando vedranno il Castello transennato. E soprattutto cosa racconteranno in giro di questa nostra povera città, sommersa dai rifiuti, con i Bronzi che invece di giocare a morra se ne stanno sdraiati a palazzo Campanella a far niente
Ma non fa niente: “sorridiamo al turista, sorridiamo al futuro!”
L'allora sindaco Giuseppe Scopelliti- Estate 2007

giovedì 25 aprile 2013

Lo scatolo del mio sapone da barba? Finirà nella spazzatura


Sono andato a comprare il sapone da barba. Uso la stessa marca da 35 anni, una di quelle storiche, usata anche dai barbieri professionisti. E compro la confezione professionale, da 500 ml. Sempre quella. La prima che ho avuto, a 15 anni, me l’ha regalata lo zio Ciccio, un signore particolare, molto esigente, anche troppo forse. 
Ma oggi non vedo il mio prodotto preferito, di solito lo trovo a colpo d’occhio, tanto è caratteristica la confezione. Un tubo di plastica morbida con le scritte verdi pieno di crema profumata. Usarlo è semplice, si svita il tappo, si preme il tubo e la crema profumata esce sul pennello bagnato. Eppure è lo scaffale giusto.
Mi si avvicina una commessa, con uno sguardo interrogativo e contemporaneamente disponibile: -Posso esserle utile?- Non nego di essere perplesso, stavo pensando “accidenti, vuoi vedere che la ditta è fallita?” -Si grazie, signorina. Cerco la confezione professionale del sapone da barba xxx, ma non la vedo; la prego, non mi dica che non c’è!- Il sorriso rassicurante della commessa mi tranquillizza -Ecco qua, signore, la confezione è cambiata, per questo non la trovava; vede: hanno messo il tubo dentro uno scatolo, una cosa più fine.-Mi torna in mente quella famosa pubblicità di caramelle: “un cofanetto di caramelle xxx non s’incarta mai!”.
Le strategie commerciali sono spesso incomprensibili ai comuni mortali. Una confezione storica, che per mezzo secolo ha caratterizzato inconfondibilmente un prodotto viene cambiata, anzi stravolta…boh! Guardo lo scatolo e penso: “un rifiuto in più da smaltire, alla faccia delle politiche ambientali”. Passo alla cassa, pago e mi viene consegnato il prodotto dentro una busta ecologica di materiale biodegradabile che si buca immediatamente con lo spigolo dello scatolo.
Esco, dribblo un cumulo di rifiuti sul marciapiede e vado alla macchina. Il tubo di sapone da barba mi basterà per tre o quattro mesi, chissà se per allora qualcosa sarà cambiato. In meglio, intendo.

sabato 6 aprile 2013

Io, visionario solitario, lo sapevo già



Reggio Calabria: Oggi la notizia dei 42 dipendenti comunali assenteisti, ieri quella dei consiglieri regionali truffaldini, e tornando indietro nel tempo, avvisi di garanzia a questo e quello per reati collettivi derivanti dal malcostume dilagante. La vera notizia, tra tutte queste, non la evidenzia nessuno: il cittadino reggino, appena la notizia è ufficiale, si stupisce, legge e condanna il comportamento del (presunto) delinquente di turno. Manda lettere ai giornali, dopo, ne chiede le dimissioni, dopo, lo vorrebbe in carcere a pane ed acqua, dopo.
Io, dopo tutte queste notizie sono scioccato, non dalle notizie, ma dal fatto che sapevo già tutto. Sapevo che al Comune di Reggio molti impiegati firmano e se ne vanno in giro, così come so che lo fanno in tutte le amministrazioni pubbliche ed anche in alcune pseudo-private. Sapevo che alcuni amministratori pubblici sono corrotti, sapevo che qualcuno ha saccheggiato le casse pubbliche, sapevo che dietro a certi fallimenti di grosse aziende c’è la frode, etc etc etc.
Come facevo a saperlo, mi domando, se quasi nessuno a Reggio immaginava niente di tutto ciò? Ho paura della risposta. Ho paura di scoprire di essere un veggente dotato di poteri paranormali, in grado di vedere ciò che non si vede, di udire ciò che non si sente, di sapere ciò che nessuno immaginerebbe mai.
Ieri, per esempio, ho avuto una visione: ho visto che ai semafori e alle uscite dei supermercati (i pochi rimasti aperti in città) si piazzavano delle donne straniere per chiedere l’elemosina con dei bambini in braccio. Ho visto che in determinati punti della città, al calar del sole, ma a volte anche di giorno, si piazzavano gruppetti di donne di facili costumi e travestiti. Ho visto che la Villa Comunale di notte diventava regno di sbandati, delinquenti e reietti della società.