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"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
NON CAPISCO...E NON MI ADEGUO!!!
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domenica 9 settembre 2012

Il pastore reggino


Era l’estate del 1970, a Reggio Calabria erano appena scoppiati quelli che saranno poi definiti “i moti di Reggio”, dappertutto la popolazione scendeva in strada a manifestare contro l’emarginazione della città da parte del governo centrale; in un solo colpo l’arroganza del potere stava per annullare una delle città più antiche e gloriose della Magna Grecia. Natale era un giovane professore di lettere classiche appassionato di  lettere antiche e storia, in particolare della storia della sua città. Passione che aveva ereditato dal nonno da cui aveva preso anche il nome, archeologo di valore mondiale e professore universitario di chiara fama. Fin da piccolo, aveva seguito quando possibile il nonno nelle campagne di scavi in posti lontani e pericolosi, acquisendo conoscenze insolite per un ragazzo della sua età. Adesso, però, si trovava sempre con il nonno ad affrontare un avversario imbattibile: la morte. Il maestro di vita che lo aveva cresciuto e forgiato era giunto al termine della sua lunga vita terrena, ed aveva voluto espressamente al suo capezzale il caro nipote. Nel silenzio della stanza semibuia, il vecchio scienziato si rivolse al nipote:
-So di essere ormai giunto al termine della mia strada; non ho niente da rimpiangere, ho avuto una vita piena di soddisfazioni e di avventure. Ho messo a disposizione della nostra gente quello che è scaturito dal mio lavoro. C’è una cosa, però che non ho mai raccontato a nessuno e che adesso, proprio in questi momenti estremi, mi rendo conto di non avere il diritto di portare con me senza che qualcuno ne prenda conoscenza. Tantissimi anni fa non ho dato la giusta importanza a quanto mi è accaduto.-
Il vecchio professore prese fiato, ed iniziò a raccontare, con voce fioca ma calma e decisa.
-Nel 1908 avevo trent’anni, l’età che hai tu adesso, anch’io, come te  adesso, ero già laureato da tempo ma ancora non avevo ottenuto il credito che mi avrebbe poi portato ad essere considerato uno dei più grandi esperti di storia della Magna Grecia. Avevo partecipato a varie campagne di scavi, ma sempre su siti già conosciuti ed esplorati. Nel tempo libero, in compagnia del mio cane spinone me ne andavo in giro per le campagne reggine in cerca di resti della nostra antica civiltà, senza certamente aspettarmi di trovare chissà cosa; solo un colpo di fortuna avrebbe potuto farmi fare la scoperta che sognavo da sempre. Un freddo giorno di dicembre, in prossimità delle feste natalizie, mi trovavo sulle colline dietro Reggio, all’inizio del torrente Calopinace; il mio cane mi precedeva come al solito, e si intrufolava nella vegetazione con abilità come era sua natura. Purtroppo, o forse per fortuna, ad un certo punto il cane sprofondò in una buca che si era aperta improvvisamente nel terreno. Lo sentivo mugolare e sporgendomi nella buca riuscii anche a vederlo. E vidi anche che in realtà mi trovavo sopra un pavimento di pietra coperto dalla terra e dalla vegetazione. Piano piano riuscii ad allargare l’apertura, asportando altre pietre intorno al buco. Il cane uscì fuori da solo, illeso, e solo allora realizzai di essere sopra una specie di camera sotterranea di fattura antica. Stava facendo buio, e comunque ero sprovvisto di qualsiasi attrezzo utile, perciò ricoprii tutto con delle frasche e rientrai nel paese vicino, dove facevo base presso una famiglia di contadini amici di mio padre. Non feci parola con nessuno di quanto avevo scoperto. La mattina dopo, fornito di corda, lume e attrezzi da scavo, ritornai sul posto e dopo qualche ora di lavoro riuscii ad aprire un varco tale da permettermi di entrare nella stanza sotterranea. Era una stanza vera e propria, spoglia di tutto. Uno dei muri, però, era quasi completamente costituito da una lastra di pietra liscia, ricoperta di terra e ragnatele. Ripulita, la lastra si rivelò essere una stele, su cui era scolpita una lunga scritta in greco antico; un racconto, ambientato alle origini di Reggio, l’antica Rheghion. Credo che la stele fosse originariamente posizionata da qualche altra parte e poi, per qualche motivo sconosciuto, sia stata spostata ed inserita nel muro del manufatto che la ospitava. Impiegai diversi giorni a decifrare cosa ci fosse scritto, ostacolato dalla poca luce e dalla segretezza che mi ero imposto per cautela e, adesso lo ammetto, per egoismo. Volevo prendermi tutto il merito, mi sentivo all’altezza di farcela da solo. E in effetti ce l’avevo fatta, a decifrare la stele. Era scritta in caratteri calcidesi, credo risalisse all’epoca della colonizzazione greca, circa all’ottavo secolo avanti Cristo.-
-Ma non capisco, nonno; non ho mai sentito parlare di questa stele...- disse il giovane Natale.
-Infatti, nessuno ne ha mai saputo niente. L’ultimo giorno, quello in cui terminai di decifrarla, mi riproposi di annunciare al mondo la scoperta, che sapevo essere clamorosa, ormai. La mattina successiva, Reggio e tutto quanto la circonda vennero distrutte dal terremoto più catastrofico del nostro tempo; era il 28 dicembre del 1908. Per mesi e mesi io e tutti i reggini avemmo ben altro da pensare. Quando la situazione lo permise, mi recai sul posto della scoperta ma lo trovai sconvolto, irriconoscibile. Enormi massi di roccia pura si erano spostati come niente fosse, dove c’era la collina adesso era pianura, tutti i miei punti di riferimento non esistevano più. Era impossibile individuare il sito, ammesso che la stanza fosse ancora in piedi, cosa che io credetti improbabile. Tornai molte volte sul posto, ma non riuscii neppure ad orientarmi. Non raccontai niente a nessuno. Cosa avrei potuto dire? Chi mi avrebbe creduto, senza alcuna prova? E così per più di mezzo secolo mi sono portato dietro il rimpianto di non aver potuto donare alla scienza un documento eccezionale. Ma da poco tempo, invece, ho capito che la vera ricchezza della mia scoperta non era la stele, ma quello che vi era scritto. Ho capito che è mio dovere far conoscere ai reggini quanto tramandato dai Padri fondatori, e che forse la mia scoperta non è stato un caso. La nostra città vive un periodo buio, mai come adesso è necessario che quanto ho letto in quei giorni sia messo a conoscenza del popolo reggino.-
-Tu ricordi quello che vi era scritto?- chiese Natale al nonno.
Ricordo perfettamente tutto, come se lo stessi leggendo adesso -
Ed il vecchio scienziato iniziò a ripetere la storia che tante volte aveva rammentato con rimpianto:
"Sulla spiaggia fatta di ciottoli alla foce del sacro fiume Apsias, il giovane Agatos guardava le sue pecore pascolare tranquillamente. Il sole stava per sparire dietro le montagne della terra dei tre promontori, la Trinacria. In quel posto, qualche anno prima era sbarcato con suo padre insieme a tanti altri. Lui era un bambino, a malapena ricordava i luoghi dove viveva prima. I suoi ricordi veri iniziavano proprio con quello sbarco, quando aveva sentito dire a suo padre che quello era il luogo destinato dagli Dei a diventare la loro nuova patria. E così era stato, da anni ormai Agatos ed i suoi compagni di viaggio vivevano a Rheghion sotto il saggio governo del padre. Appoggiato con la schiena al muro di pietre, con la sua mente fervida pensava alla nuova terra che abitava da poco, a ciò che era stato ed a ciò che sarà, navigando con il pensiero verso tempi futuri tanto lontani che forse mai sarebbero arrivati. Agatos immaginava una città florida, come non potrebbe essere altrimenti in un posto come questo; acqua, frutta, selvaggina, mare, sole. E sulle montagne alle spalle legname di qualità per costruire le navi. La terra degli Dei doveva essere molto simile. Immaginava una città sopra le altre, egemone per forza e per diritto. Immaginava un popolo fiero e saggio, emanatore di civiltà e cultura nel mondo conosciuto, ospitale e pronto ad accogliere chiunque venga in pace, viaggiatore o profugo. Immaginava.... L’abbaiare del cane lo distolse dai pensieri: una donna era seduta sul muro, a pochi metri da lui. Agatos non l’aveva mai vista prima, era bellissima, vestita con una tunica bianca cinta da un laccio dorato. Con i capelli dorati raccolti sul capo ornato da un pettine bianco e dei lunghi ricci lasciati cadere lungo le guance rosee, le braccia scoperte ed i piedi scalzi. Lo sguardo rivolto verso il mare, sembrava non accorgersi di Agatos. Mentre il cane continuava ad abbaiare rivolto verso la donna, Agatos si alzò e le si avvicinò. Improvvisamente la donna si girò verso il cane, e lo guardò con quegli occhi che, adesso si vedeva, erano verdi e profondi; il cane smise di abbaiare, e mugolando si accucciò a terra, intimorito.

<-I tuoi pensieri sono quelli di un uomo che ama questa terra profondamente, Agatos -
Le parole non uscirono dalla bocca della donna ma Agatos le udì distintamente. 
-Mi conosci? E come fai a sapere cosa penso? Chi sei? -
-Troppe domande, per un uomo pieno di certezze come sei tu. Se tu vuoi, sono l’essenza stessa di questa terra, oggi mi vedi così domani forse avrò un’altra immagine; sarò sempre come mi immaginano gli uomini onesti, e mai come mi vogliono i malvagi. Ma sarò sempre io, e questo conta. Tu sei degno di vedermi e di parlare con me, perché hai il cuore puro; ed io ho bisogno di parlare con te, affinché il tuo popolo, che adesso è il mio popolo, sappia ciò che è stato e ciò che è. Quello che sarà  non posso dirlo.- 
Agatos era affascinato dalla donna, che adesso sorrideva, mentre i suoi occhi erano penetranti come lame, e lui si accorse che la voce che sentiva era dentro la sua mente.
-Io vi darò quanto di meglio possa avere un uomo in questo mondo: vi darò acqua, terra fertile, flora e fauna, sole e pioggia. Ma voi dovrete farne l’uso giusto. Da questa terra potrete trarre vita e potere, ma ugualmente, se non userete saggezza, trarrete morte e disgrazia. Per questo io non posso dirti cosa sarà, sarete voi, tu ed il tuo popolo e quelli che vi seguiranno a decidere del vostro futuro. Nel tempo mi invocherete, ogni volta che avrete difficoltà chiederete il mio aiuto, ed io ci sarò sempre. Mi chiamerete con mille nomi, mi darete mille aspetti. Gioirò e piangerò con voi, ma non potrò aiutarvi se voi stessi non vi aiuterete.  Vai, Agatos, e porta questo messaggio al tuo popolo, che faccia tesoro delle mie parole adesso e nei tempi futuri. -
Così parlò la donna. Il cane riprese ad abbaiare e Agatos si girò di colpo, risvegliatosi dal torpore. Era ormai buio, e intorno a lui non c’era nessuno. >>
Terminato il racconto, il professore disse al nipote:
- Apri quel cassetto - indicò il comodino a fianco del letto - e prendi l’agenda di pelle nera; nelle prime pagine troverai il disegno della stele. L’ho riportata più fedelmente possibile, era buio, la sotto. - E Natale, presa l’agenda, sfogliando le pagine ingiallite dal tempo rilesse in greco antico le stesse parole che il nonno gli aveva recitato poco prima, affascinato dai caratteri antichi che da anni insegnava ai giovani reggini, ma che non aveva mai associato a qualcosa di così reale.
- Questo è quanto era riportato sulla stele, questo è quello che i nostri antenati, cittadini di Rheghion hanno portato avanti, nel bene e nel male, per millenni. Adesso tu sei il custode di un principio essenziale per la stessa esistenza della nostra città, fanne uso, diffondilo tra i reggini, affinché le glorie di Rheghion non rimangano solo antica memoria.-
Con queste parole il vecchio spirò sorridendo; ma la morte del nonno stranamente non intristì il giovane. L’emozione lo assalì, la sua mente immaginò una città viva, fiera, emanatrice di civiltà e cultura nel mondo, ospitale e pronta ad accogliere chiunque venga in pace, viaggiatore o profugo. Immaginò......

sabato 8 settembre 2012

Jeu mi ndi vaiu a' Festa

Festa 2011 foto di Marco Costantino da Scirocco News
Minatimi ntall'anchi,
minatimi 'nta testa,
pigghiativi 'a me' machina,
ma non mi tuccati 'a Festa!

Si siti latriceddi,

si non pavati 'i tassi,
si 'mpaticati all’atri,
si bbandunati 'i cani,

c’è 'u Quatru d'a Maronna

non vi nd’ancarricati,
chi poi pi' novi sabati
vi spetta m'u priati.

'A festa dura jorna,

'a vita tanti anni,
prima iti a' Prucessioni,
e poi faciti 'i danni.

Se quandu cala 'u Quatru

'nci iti puru appressu
allura stati certi
chi poi tuttu è permessu.

Si vui cuntati mbrogghi

e’ cittadini 'i Rriggiu
dicendu: “tuttu è a postu
accà nui simu 'i megghiu!”

allura stati certi

chi si 'a Vara 'ncoddati
puru 'sti peccateddi
vi sunnu perdunati.

E jeu chi staiu mi vardu

chi mi mbilenu 'u sangu
mi viu sfilari genti
chi mancu si virgogna,

'a spettu 'u stessu, a Festa,

mi ‘nzonnu chi stavota
'u Quatru si ribella
e 'i manda a ddu paisi.

Ma non succeri nenti,

sunnu tutti cuntenti,
pari chi non è veru
chi nd’hannu a dari cuntu.

E allura mi cunsolu

pensandu chi c’è sempri
speranza ch’i Rriggini
capisciunu c’u Quatru

non faci nenti sulu,

havi bisognu 'i fatti
voli vidiri 'a genti
chi cerca mi reagisci

voli vidiri 'a genti

chi jiasa 'a testa e dici
“chista città è 'a nostra!
mi si ndi vannu 'i latri!”

Minatimi ntall'anchi,

minatimi 'nta testa,
pigghiativi 'a me machina,
ieu mi ndi vaiu 'a Festa!

mercoledì 5 settembre 2012

Antonello Venditti non è personaggio gradito in Calabria, ci venga se vuole come turista, ma non come cantante.


In altre parole, venga in Calabria a spendere soldi, se vuole, ma  non a incassarne dai calabresi.
Era il settembre 2009 quando scoppiò il caso "Venditti vs Calabria", come fu definito dalla stampa. Antonello Venditti, durante un suo concerto del 2008 in Sicilia, aveva pronunciato parole offensive e gratuite nei confronti della Calabria e dei calabresi: "Perchè Dio ha fatto la Calabria?...Ho conosciuto un ragazzo calabrese che prendeva il traghetto per la Sicilia, dove trovava una ragione, la cultura. In Calabria non c'è veramente niente, ma niente che sia niente." Il cantante era stato ripreso in un video caricato su Youtube, che il giornale online Strill.it scoprì e rese pubblico.

 In breve tempo semplici cittadini, esponenti della cultura (quella negata da Venditti) e politici di tutta la regione manifestarono la loro indignazione per il gesto compiuto dal cantante; gesto che appariva ancora più scorretto considerando le parole che Venditti aveva detto nel 2007 sul lungomare di Reggio Calabria, dove aveva elogiato la Calabria, asserendo di non capire come si potesse parlarne male. (Ma in quel momento era a libro paga dei cittadini calabresi, verrebbe da pensare). 
Alla fine di un mese veramente frenetico, con interviste a Venditti anche dalla televisione nazionale, lettere ai giornali a raffica da parte di cittadini indignati e quant'altro, il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti (in pre-campagna elettorale in corsa per la poltrona di governatore della Calabria) si recò a Roma a casa del cantante per riappacificarsi a nome dei calabresi; chi gliene abbia dato mandato è ancora un mistero, ma la fotografia di Scopelliti e Venditti a braccetto fa ancora innervosire tanta gente. Anche il governatore pro-tempore Agazio Loiero si recò da Venditti, naturalmente, ed anche lui ottenne parole di scusa e la promessa di recarsi "a breve" in Calabria e di mettersi a disposizione per "fare qualcosa per la terra che amava". Il tutto in barba al semplice, civile, naturale concetto che dovrebbe essere chi offende a recarsi a trovare l'offeso per chiedere scusa, e non il contrario. E si parla di spostarsi da Reggio a Roma, mica di attraversare la strada. Qualcuno, dalla Calabria, propose a Venditti un concerto riparatore gratuito, ma da quel giorno, era l'ottobre 2009, nessuno lo ha mai visto qui da noi, se non in televisione. 

Venditti si è scusato con argomentazioni ridicole, infondate, insostenibili di fronte al video che lo inchioda alle sue responsabilità, ma i nostri due "ambasciatori" autoincaricatisi di risolvere la questione, facendo "i fissa pi non ghiri a' guerra" (gli scemi per non andare in guerra) accettarono le scuse ed il caso fu chiuso. Dopo tre anni, come se niente fosse successo, dopo avere preso in giro i calabresi con le sue patetiche scuse, Antonello Venditti si ripresenta in Calabria con un megaconcerto (nelle intenzioni degli organizzatori) a Vibo Valentia, il 28 settembre 2012. Un megaconcerto con prezzi per niente popolari, vista la attuale situazione di crisi. Viene solo ed esclusivamente per guadagnare denaro. Comunque, al di là del concerto che si terrà (credo) in ogni caso, ritengo che Antonello Venditti debba essere messo a conoscenza del fatto che in realtà nessuno gli ha creduto, probabilmente neanche i suoi due interlocutori di allora. Perchè il vero problema, quello che di più brucia, non sono le parole dette in Sicilia (sicuramente gravi) ma l'ambiguità, la falsità del suo comportamento. Non è e non sarà mai più persona gradita in Calabria, perchè ha offeso e cercato di raggirare i calabresi, prima elogiandoli in loro presenza dopo offendendoli fuori dalla regione, e per finire recitando scuse ridicole. Nessuno gli impedirà di venire e nessuno gli vieterà di cantare, ci mancherebbe altro, ma certo pochi calabresi lo saluteranno vedendolo per la strada e pochi calabresi lo andranno a vedere e gli batteranno le mani. 

sabato 1 settembre 2012

Terremoto - La preoccupazione, la paura, il terrore.

Un giorno mi sono trovato a girare per lo zoo di un circo, guardando con tristezza (e, lo ammetto, curiosità) gli animali rinchiusi in gabbie e recinti più o meno grandi, sempre troppo piccoli rispetto al mondo. C’era, tra le altre, la gabbia del gorilla dove vivevano prigionieri due enormi esemplari, credo fossero maschio e femmina. Uno dei due era sdraiato a terra, vicino alle sbarre, in una posa che non esito a definire umana. Per un attimo ho pensato che non era possibile che un uomo stesse prigioniero in tali condizioni; solo per un attimo, poi ho realizzato che era un animale, ed ho pensato che non era possibile che un animale stesse prigioniero in quelle condizioni. Il gorilla mi guardava (almeno credo, aveva lo sguardo rivolto verso di me) con espressione triste, ed a un certo punto si portò la mano alla fronte, come se stesse pensando a qualcosa di particolare. L’imponenza dell’animale mi indusse a domandarmi cosa avrei fatto se me lo fossi trovato davanti libero, e giunsi subito alla conclusione che non sarei scappato, anzi, gli avrei teso la mano in atteggiamento amichevole; non mi faceva paura. Conclusione troppo veloce per non essere sospetta di esagerazione, e per questo continuai a pensarci sopra girando per lo zoo, sempre con lo stesso risultato. Mi convinsi definitivamente quando feci lo stesso ragionamento con un leone e una tigre: sarei assolutamente scappato, sperando di farcela. Non mi ero esaltato, il gorilla mi ispirava fiducia, simpatia, porca miseria lo dico: credo che ci fosse empatia almeno da parte mia. Suggestione o no, l’esito di quel ragionamento se vogliamo sconvolgente, seppur privo di prova reale, mi portò nelle mie elucubrazioni a ragionare sulla paura. Per esempio l’incubo è per definizione spaventoso, terrificante, comunque destabilizzante. I miei incubi (raramente ne ho) sono sempre senza capo ne coda: situazioni impossibili da gestire usando la razionalità e per questo terrificanti. Il gorilla mi è istintivamente familiare e non mi fa paura, quindi non me ne preoccupo, ma è anche vero che gorilla liberi difficilmente ne incontrerò nella mia vita, per me fa parte di un mondo virtuale. L’uomo vive nel mondo reale, la razionalità è essenziale, per affrontare con successo ciò che ci spaventa; in mancanza di razionalità, la paura si trasforma in terrore o addirittura in fobia; terrore e fobia non sono gestibili, portano al caos.
Non conosco l’oggetto, l’oggetto mi minaccia, ne ho paura, cerco preventivamente di difendermi o di scappare.
Oppure non conosco l’oggetto, l’oggetto non mi minaccia, ma proprio perché non lo conosco, l’oggetto mi preoccupa, devo conoscerlo e prendere provvedimenti per difendermi qualora mi minacciasse.
Oppure ancora non conosco l’oggetto, l’oggetto non mi minaccia e non mi preoccupa, lo ignoro e faccio i cavoli miei fino a quando mi minaccia e solo dopo cerco di prendere provvedimenti, oppure, molto più probabilmente, me la faccio sotto.
Paura e preoccupazione essendo situazioni emotive dovrebbero portare l’uomo ad agire  preventivamente e razionalmente; la beata ignoranza, il “...m’incrisciu e mi ‘ndi futtu e tutti i cosi sunnu fissaria…” di Giuntiana memoria lo portano ad avere terrore di tutto quanto non conosce ed ha ignorato seppur essendo al corrente della sua esistenza, nel momento in cui l’ignoto si manifesta, terremoto compreso. Ma non pensiamoci più....passata è la tempesta... aund’è chi rriva a Festa!

lunedì 13 agosto 2012

In memoria dei morti vittime della barbarie piemontese

Il 12 agosto, il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano ha commemorato le vittime della strage nazista di Sant'Anna di Stazzema (quasi 600 morti). Una strage commessa il 12 agosto 1944 da stranieri invasori ai danni di civili inermi, vecchi, donne e bambini. "Quel 12 agosto 1944 che vide cadere sotto il piombo della barbarie nazifascista 560 vittime inermi, in gran parte vecchi, donne, bambini, e' una data scolpita nella memoria di chi visse quei terribili avvenimenti e di chiunque ne conservi il ricordo" . Domani, 14 agosto, ricorre l'anniversario di un'altra strage ai danni di civili inermi, vecchi, donne e bambini; il 14 agosto 1861 e nei giorni successivi, un anno dopo l'invasione del Regno delle due Sicile da parte dei mercenari di Garibaldi, due paesi della Campania, Pontelandolfo e Casalduni furono rasi al suolo per rappresaglia e gli abitanti trucidati senza pietà dai bersaglieri del Regio Esercito Italiano. Le vittime furono centinaia, non se ne conosce il numero esatto perchè anche gli archivi comunali andarono distrutti. Tra le due stragi vedo una sola differenza: la prima fu commessa da stranieri invasori, la seconda fu commessa da chi si definiva fratello liberatore dalla tirannia e dalla schiavitù. Non so se Napolitano domani commemorerà anche i morti di Pontelandolfo e Casalduni.

martedì 3 luglio 2012

Le dimensioni parallele


Dimensione 1: Entro in un tabacchino per pagare una delle tante bollette che alleggeriscono mensilmente le mie risorse finanziarie. È un esercizio commerciale dalle varie attività: vende articoli da fumo, da regalo, valori bollati, cartoleria. Vado direttamente al banco, c’è un po’ di confusione. Mi sento toccare una spalla: è il mio amico Gino, sorridente e felice di vedermi come sempre! Non lo avevo notato, sono più felice di lui di vederlo. Ci lasciamo salassare economicamente ridendo e scherzando... usciamo ed andiamo al bar vicino a prendere un caffè, ed a litigare su chi dovrà pagare il conto. Decidiamo di comune accordo che lo pagherà chi ha pagato la bolletta più salata... ridiamo, ridiamo, ridiamo......
Mi sveglio, stavo dormendo ed ho sognato, un bel sogno... c’era il mio migliore amico, ridevamo e scherzavamo... Mi lavo, mi vesto ed esco. Oggi sono libero dal lavoro, faccio quattro passi, anzi visto che il sogno me lo ha ricordato, con l’occasione vado a pagare l’ennesima bolletta che scade domani....

Dimensione 2: Entro in un tabacchino per pagare una delle tante bollette che alleggeriscono mensilmente le mie risorse finanziarie. È un esercizio commerciale dalle varie attività: vende articoli da fumo, da regalo, valori bollati, cartoleria. All’entrata c’è il monitor acceso per seguire le estrazioni della lotteria istantanea, faccio fatica a raggiungere il banco delle vendite; devo passare tra una decina di zombie con lo sguardo fisso al monitor che non accennano minimamente a spostarsi. Chiedo permesso ma non danno segni di vita attiva, li tocco e si spostano leggermente ostruendo maggiormente il passaggio. Giunto al banco, devo praticamente gridare per superare il suono delle macchinette elettroniche messe in fila di fronte, che tra jingles, scrosci di monetine e rumori vari fanno un baccano d’inferno. Mentre attendo dò un’occhiata, non ho mai capito come si gioca; il giocatore vicino a me, di spalle, ripete meccanicamente gli stessi gesti. Moneta, pulsanti, pulsanti, pulsanti, moneta, pulsanti pulsanti, pulsanti, moneta.... anche lui sembra uno zombie. Il suo volto riflesso nello schermo della macchina mangiasoldi mi sembra familiare...mi sposto di lato, per guardarlo in faccia meglio: è Gino, il mio amico d’infanzia. Nello spostarmi di lato noto che anche lui si sposta leggermente, capisco che non vuole farsi vedere; evidentemente, come io lo ho visto riflesso nel vetro, anche lui ha visto me. Mio compare Gino... ci vediamo tutti i giorni, usciamo insieme spesso... mi aveva confidato di avere problemi economici e mi aveva chiesto un prestito, che io gli ho naturalmente fatto. Sono un suo amico, non me la sento di metterlo in imbarazzo... mi giro nuovamente verso il banco, pago la mia bolletta e me ne vado. Non rido....

Don Saverio e la ragazza col cappello

"Beppe Fasi da Chianale" di Mariapia Volpini
Don Saverio era un tipo abitudinario; raggiunti in piena salute i 70 anni, dopo una vita di duro lavoro (era il falegname del paese) adesso che della bottega si occupava suo figlio si godeva la pensione. Gli piaceva stare all’ombra della grande
quercia che domina la piazza centrale del paese a meditare in silenzio, oppure a scambiare opinioni con i suoi compaesani sui fatti del paese e del mondo. Raramente all’inizio della discussione la sua opinione coincideva con quella di qualcun altro. Di solito, però, le accese discussioni tra paesani finivano con la vittoria netta di don Saverio, a volte per ammissione di sconfitta o più spesso per abbandono da parte degli altri. Non c’erano mezze misure; chi non era d’accordo con lui alla fine si ritirava dalla discussione: un po’ come succede adesso su Facebook! -Si ‘ndi iu!..Si viri chi n’a teni! - diceva soddisfatto il simpatico vegliardo. Certo, con il senno di ora, devo dire che simpatico è una parola che non sempre si adattava a don Saverio, ma per me che da bambino lo vedevo all’opera, lo era sempre eccome! Un giorno d’estate, nel primo pomeriggio, era seduto sulla panchina sotto la quercia con il cappello calato sugli occhi, apparentemente assopito; io, che lo conoscevo bene, sapevo che in realtà era vigile come sempre, e sotto il cappello sbirciava in giro con curiosità. Si aggirava da qualche minuto per la piazza una giovane, chiaramente forestiera (in paese ci conoscevamo tutti) in tenuta turistica con un cappellino di paglia in testa; dopo essersi guardata intorno, assodato che l’unico essere vivente in giro a quell’ora era proprio don Saverio oltre a noi bambini e qualche uccello sugli alberi, si diresse verso di lui e gli giunse alle spalle quasi a sorpresa.
-scusate…-
il vegliardo sobbalzò, sinceramente sorpreso dall’inattesa ospite, alzò il cappello sulla fronte e disse senza sorridere:
- signurina, cusì mi faciti pigghiari un corpu!-
- scusate di nuovo, non mi sono resa conto che dormivate, vi vedevo di spalle, sono mortificata!- 
-ieu non durmiva, stava pinsandu! ….Comunque non succeriu nenti.-
disse don Saverio, già pentito dello scatto,
- nda cchi vi pozzu esseri utili?-
- ho appuntamento con il mio gruppo presso la chiesa di San Rocco, loro sono già sul posto. Ma non so dov’è né come arrivarci; mi potete indicare la strada?-
- signurina, a chiesa i San Roccu è a Susu, nta parti iata d’u paisi; aviti a nchianari i dda strata, finu a supra; a chiesa esti propriu all’urtimu!-
e indicò un viottolo che iniziava proprio davanti a loro e dopo pochi metri scompariva tra le case
- ah, bene; ma probabilmente arriverò in ritardo, c’è la possibilità di prendere un mezzo pubblico?-…mezzo pubblico… la giovane era a Ruvulu chiaramente per la prima volta
-  signurina, a strata pi Susu è na vinedda, ddu cristiani ccucchiati stannu stritti, e l’urtimu pezzu è fattu i scaluni.-
-  quindi si deve salire a piedi?-
- sissignora!-
rispose don Saverio, che si stava di nuovo infastidendo (caratteraccio!); si calò nuovamente il cappello sugli occhi, chiaro segno che per lui la conversazione era finita. Ma la signorina non capì, e gli fece un’ultima domanda:
-  e quanto ci metto ad arrivare lassù?-
- n’o sacciu!!!-
Afferrato il messaggio, la ragazza salutò e si avviò per la strada indicata:
- Vi chiedo scusa di nuovo, arrivederci!-
Naturalmente don Saverio continuò a sbirciare sotto il cappello; vedendola allontanarsi, dopo qualche secondo si alzò in piedi e gridò:
- signurina! Veniti accà!-
la giovane si voltò, e lo guardò perplessa; vedendo che continuava a farle segno di tornare indietro, si armò di pazienza e tornò presso la quercia (con quel caldo, camminare a vuoto non era per niente gradevole, soprattutto in vista di una scalata come quella che la aspettava).
- ci mentiti un quartu d’ura, mi rrivati dda supra!-
disse don Saverio, che era pentito del suo ennesimo scatto di nervi, ma che non lo avrebbe mai ammesso.
- facimu na cosa: vi offru na bibita frisca, vi ssettati cu mia cincu minuti, va mbiviti e poi nchianati a Susu!-
- con piacere, se ci vuole solo un quarto d’ora ho tutto il tempo, l’appuntamento è tra mezz’ora-
E così don Saverio e la signorina Laura (così si chiamava) si ritrovarono seduti insieme a sorseggiare un latte di mandorla “specìale” (come usava dire don Saverio degli alimenti e delle bevande che gradiva). La signorina gli spiegò che faceva parte di una comitiva di studenti universitari che era venuta da Reggio in paese per visitare alcuni siti tra cui la chiesa di San Rocco, costruita nel sedicesimo secolo e miracolosamente scampata ai disastrosi terremoti del 1783 e del 1908. Si era fermata presso alcuni parenti nel paese vicino e così si era trovata a dover raggiungere i compagni successivamente. La discussione filò cordiale e gradevole per ben più di cinque minuti, al punto che Laura fu quasi dispiaciuta di dovere andare via. Don Saverio era felice di avere acquistato la simpatia della giovane; prima di andare via, però, Laura gli fece la domanda che lui non avrebbe voluto sentire:
- Ma mi spiegate perché prima mi avete detto che non sapevate quanto ci avrei messo ad arrivare alla chiesa, e invece dopo mi avete detto che ci avrei messo un quarto d’ora?- Ci mise un attimo ad elaborare la risposta; non avrebbe mai ammesso di avere avuto uno scatto di nervi e di essersi poi pentito:
- signurina, ma si prima non vi viriva caminari, comu faciva mi sacciu quantu tempu ci mintivuvu?-

lunedì 25 giugno 2012

Ponte sullo stretto e centrale a carbone...clamorosa intercettazione telefonica!


Clamoroso! Sono venuto in possesso del testo dell’intercettazione di una conversazione telefonica svoltasi qualche settimana fa tra un politico calabrese ed un politico romano. Quanto emerge dal testo potrebbe scatenare un vero terremoto politico-giudiziario che sconvolgerebbe in modo definitivo il panorama politico calabrese. Di seguito il testo dell’intercettazione:

-Pronto? parlo con il politico di Roma “A” Mario?
-Si, sono io, chi parla?
-Ciao Mario, sono Franco, il politico calabrese A. I politici calabresi B,C,D,E e tutto l’alfabeto mi hanno incaricato di chiamarti; sai, è per quel problema del ponte sullo stretto...non lo fate più, ormai è sicuro... noi avevamo tanto contato sulle entrate che ne sarebbero derivate. Per decenni avremmo potuto gestire appalti e forniture, con una rendita garantita a tutto l’alfabeto locale. Adesso come si fa?
-Franco, dovete capire che in questo momento sarebbe suicida, per noi politici dell’alfabeto nazionale, portare avanti un’opera così costosa e, diciamocelo pure, inutile, anzi dannosa. Con i soldi dello stato non possiamo fare quello che vogliamo, attualmente. C’è l’Europa che ci sta sul collo, la gente è sull’orlo della disperazione, spendere soldi pubblici per il ponte in questo momento non si può proprio....
-Caro Mario, tu sai benissimo che i patti non erano questi... noi in Calabria vi abbiamo sostenuto per decenni, portandovi voti e potere anche in controtendenza con il resto della nazione, e voi in cambio dovete ripagarci con quanto concordato: il fiume di denaro che deriverebbe dall’apertura vera dei lavori del ponte.
-Ti ripeto che non è possibile, sei un politico anche tu, non venirmi a parlare di accordi da rispettare. Quando mai in politica si rispettano gli accordi? Comunque, non fasciatevi la testa prima di rompervela...in realtà abbiamo già pensato ad una soluzione, e ne abbiamo trovata una che parzialmente può soddisfare le vostre legittime esigenze.
-Sarebbe?
-Hai presente la questione di Saline Joniche... la centrale a carbone che gli svizzeri vogliono costruire?... Bene! Stiamo per dare parere favorevole, e contiamo che anche voi sul posto spingiate in tal senso, per fare partire il progetto. I soldi impiegati saranno dei privati, stranieri ed extraeuropei tra l’altro, nessuno potrà avere niente da dire sull’investimento... È perfetto! Certo, voi dovrete fare la vostra parte; fino ad oggi pochi di voi hanno apertamente dichiarato di essere favorevoli al progetto, e tutto sommato hanno fatto bene quelli che sono stati contro...ma da adesso dovete TUTTI schierarvi a favore; avrete il parere favorevole del governo e con quattro chiacchiere sulla crisi, sullo sviluppo, sui posti di lavoro, non avrete difficoltà a voltare gabbana...tanto da voi quelli attenti a queste cose sono pochi, e di solito non li sta a sentire nessuno. Ripeto, TUTTI dovrete essere favorevoli, chi si schiererà contro non entrerà nella spartizione. Cominciate dai sindaci dei paesi interessati... rappresentano la popolazione, se li convincete potrete dire che la gente è d’accordo.
-Si, sembra una cosa buona, ma non ne ricaveremo certo le cifre che avremmo avuto dal ponte...
-Ma allora non avete capito niente? Sul ponte c’è ancora da giocarci la questione della penale da pagare alla società appaltatrice... se li vogliono, quei soldi, qualcosa devono lasciare... e poi abbiamo pronti tutta una serie di progetti mastodontici che frutteranno soldi a palate. Si tratta solo di aspettare che passi la crisi, e poi ripartiremo esattamente come prima...tutto l’alfabeto insieme; ci sarà solo da stabilire se recitarlo cominciando dalla A oppure all’inverso, dalla Z, ma anche su questo ci metteremo d’accordo, come abbiamo sempre fatto: si può vincere in due modi, vincendo veramente o convincendo l‘altro a mettersi in condizione di perdere. Ti devo lasciare adesso, ho all'altro telefono il politico A dell'alfabeto siciliano... m'immagino già cosa vorrà....
-O.K. allora informo gli amici che devono mettersi al lavoro... ti saluto.
-Ciao....

È chiaro che quanto scaturisce dall’intercettazione apre uno scenario sconosciuto fino ad oggi, che vede la classe politica calabrese unita al di sopra dei partiti e movimenti, nell’obiettivo primario di mantenere pieno e florido il proprio portafogli anche a costo di vendere la propria gente. Chi lo avrebbe mai detto?
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(naturalmente il dialogo riportato è pura fantasia dell'autore, anche se basato su un ragionamento logico che non è poi tanto difficile sviluppare, visto come stanno andando le cose in Calabria. Nessuna persona specifica è individuabile nei personaggi, per i fatti invece, lascio aperta ogni ipotesi)

venerdì 25 maggio 2012

La giostrina della Villa Comunale

Villa comunale di Reggio Calabria-Entrata

“Usciamo!” - “E dove andiamo?” - “Alla Villa!” Questo scambio di battute tra un bambino reggino degli anni 60/70 ed i propri genitori era per il bambino l’apoteosi del divertimento assicurato. Divertimento che si concretizzava nella passeggiata per i viali del giardino della Villa Comunale,
un giro sul calesse, magari una partita al pallone con altri compagni nello spiazzo sotto gli sguardi di mamme e papà, un bel gelato se d’estate, ma soprattutto nell’interminabile serie di giri sulla giostrina che per decenni ha fatto divertire diverse generazioni di reggini.
Era bellissima... per i bambini di oggi sarebbe solo un rottame rispetto agli standard attuali, ma per me, per quelli della mia generazione, era magica. Niente di speciale, su un pavimento di assi erano fissati su tre cerchi concentrici diversi soggetti: l’aeroplano, Pinocchio, l’elefantino, Biancaneve, il calessino...ma soprattutto, per me era il massimo la macchinina rossa. Avrei aspettato anche ore, pur di poterci salire. 
Per chi mi accompagnava, il vero problema era farmi scendere, in realtà. Iniziavo sempre con tre giri, ma all’inizio del terzo guardavo con occhi imploranti il mio accompagnatore: mio padre, mia madre, uno dei miei zii, e quasi sempre ottenevo di prolungare di un altro paio di giri il divertimento. Il padrone della giostra guardava mio padre, mio padre guardava me e poi dava un cenno di assenso al giostraio, e il divertimento ricominciava.
Ricordo lo sguardo del proprietario della giostra, attento sia al lato commerciale che alla sicurezza dei bambini; era un uomo senza età, almeno per noi bambini, aveva uno sguardo buono, sorrideva spesso, di rado lo si vedeva accigliato. Anche mio figlio ha fatto qualche giro su quella giostra, naturalmente sulla macchinina, prima che il progresso la inghiottisse facendola sparire.
È sparita insieme al suo proprietario; lo hanno trovato senza vita in una strada del centro di Reggio qualche anno dopo la chiusura della giostra. Di quella giostra e di quell’uomo, di cui ho il nitido ricordo ma non conosco il nome, a Reggio non se ne parla più; non sono riuscito a trovare sul web una fotografia, né un articolo, né una citazione storica. Se qualcuno è in possesso di qualche immagine di allora, sarebbe bello che la rendesse pubblica, tutto sommato quei tempi, quella giostra e anche quell’uomo fanno parte della storia di questa città.

lunedì 7 maggio 2012

Quando si avvia un treno.....

Quando si avvia un treno, diretto chissà dove, con esso si muovono decine di pensieri, speranze, fantasie e realtà. Perché sul treno per i viaggiatori oltre che leggere un libro o chiacchierare non c’è altro da fare se non guardare il paesaggio, e guardando fuori il pensiero non può fare a meno di volare. Meglio ancora se il paesaggio è quello calabrese, tirrenico o ionico, poco importa: se non c’è il mare a stimolare la fantasia, c’è la campagna. Lavoro sui treni da 26 anni, faccio il macchinista e lo spettacolo che i viaggiatori si vedono passare di lato spesso senza avere il tempo di focalizzare le immagini, io me lo gusto da una posizione privilegiata: estate, inverno, sole, pioggia, neve, i treni si muovono sempre, ogni giorno e con tutte le condizioni climatiche.
Ed ogni stagione, ogni tempo ed ogni luogo ha il suo odore ed i suoi colori caratteristici: l’odore della salsedine del mare, del gelsomino, della zagara, del finocchio selvatico, della cipolla di Tropea fortissimo e penetrante in certi periodi, della terra bagnata, della terra secca ed appena arata; i colori della ginestra, dell’agave, dell’acacia, dei papaveri, della mimosa, del grano. Il giallo dei campi d’estate, il verde degli oliveti, il bianco della neve.
A maggio, mentre scrivo, buona parte della linea ferroviaria è fiancheggiata da alberi in fiore, acacia soprattutto, ed a folate giunge alle narici il profumo del gelsomino, uno degli odori più belli che esistano, a mio parere.
Lavorare. Qualsiasi lavoro di questi tempi è una fortuna, ma avere un ufficio dove il panorama cambia continuamente istante per istante, dove il sole tramonta e poi sorge nuovamente, dove i colori e gli odori della natura entrano e s’impossessano dei tuoi pensieri...beh, questo è un privilegio che pochi fortunati hanno.
Io sono uno di questi.

sabato 21 aprile 2012

I vecchi non muoiono

I vecchi non muoiono,
concludono la vita.
I giovani muoiono
seppur restando vivi,
quando per non guardare
non vedono il bisogno
quando per non sentire
non ascoltano la voce
quando per non agire
li lasciano a soffrire,
quando per non pensare
feriscono la gente.
Seppur restando vivi,
i morti si fan vecchi,
concludono la vita
pensando a ciò che fu.

giovedì 19 aprile 2012

Onore e "nnacamentu"

L’onooore, come lo ha definito il bravo Giusva Branca in un suo magistrale pezzo sulla stupidità umana applicata alla comunità reggina. Da ragazzo facevo parte della gioventù reggina, o rriggitana, come volete voi. Sono cresciuto in mezzo a gente che ne faceva un punto fermo di vita (molti) ed altra gente (pochi) che già allora lo snobbava e (addirittura!) lo combatteva.  Le controversie si risolvevano spesso con l’atteggiamento “‘nnacatorio1”, anche a scuola: un litigio tra due compagni di classe, magari per uno scherzo pesante o per questioni di ragazze, culminava spesso con il famoso “ndi virimu fora!2”. Tutta la classe cessava di interessarsi delle lezioni. E nell’ottica dell’onooore c’era chi si preoccupava di “giustificare” la controversia, atteggiandosi a personaggio carismatico (“nnacandosi”) e convocando i due contendenti per “chiarire”. Spesso non per evitare che due amici litigassero, ma per consolidare la propria figura emergente; la risoluzione della “questione” era una stella da appuntare al petto. E se invece il litigio scoppiava tra due sconosciuti per strada e uno dei due sbottava: “ieu sugnu du Gebbiuni!3”?  Terrore, se il poveretto che sentiva la frase non era in grado di opporre una frase altrettanto ricca di contenuti (!) era quasi sempre costretto ad abbozzare; ma se la risposta era, per esempio : “ieu sugnu i San Robertu!4”, allora la cosa cambiava. “Canusci a tiziu?5” “si è me cuginu! e tu comu u canusci?6” “ivumu a scola aniti, ndi rrispettamu assai!7”. E 99 volte su cento c’era “u chiarimentu8”, che terminava bevendo qualcosa di alcolico in un bar. Alcolico, niente succo di frutta o gassosa, perchè “cull’acqua non si struzza9” e se era vino, il bicchiere pieno, perchè “i menzi biccheri sunnu pi’ menzi omini!10”. Un giorno che intervenni a dividere due ragazzi che erano venuti alle mani, uno dei due, a me sconosciuto, pensando che io intervenissi a favore dell’altro mi apostrofò con la frase: “tu non sai cu sugnu ieu11” e citando un noto delinquente terminò la frase con “ieu caminu cu iddu, vint’anni i carceri, si fici!12”. “Ieu mancu un ghiornu, mi fici!13” gli risposi, suscitando l’ilarità dei presenti. Dentro di me, seppur non ancora ben definita, sentivo avversione per quel modo di agire, e lo ridicolizzavo istintivamente.  Si “nnacavano”, i miei coetanei, e qualche volta, lo confesso, mi sono “nnacato” anche io, coinvolto nel vortice di ottusità regnante. Ma io pensavo... come me tanti altri, ma la maggior parte si adeguava.
Per essere “onooorati” c’è poco da fare, dicevo: non è necessario pensare, anzi è meglio se non si fa. Si, perché da sempre pensare è ritenuto uno sforzo sovrumano, meglio non provarci neanche; se tutti pensassero anche solo normalmente, il minimo indispensabile, i grandi pensatori della storia non sarebbero poi così grandi perché direbbero cose già risapute. La natura è strana: l’unico animale intelligente è l’uomo, ma per l’uomo pensare si rivela una fatica. Più semplice utilizzare il lato animale, quello primordiale. Se tutti pensassero... ma è più comodo non pensare, accettare passivamente situazioni consolidate da secoli di apatia. La mafia e la ‘ndrangheta si definiscono anche “onorata società”, e la parola “onore” ricorre spesso nei rituali arcaici eseguiti nelle cerimonie mafiose. Nella mentalità ottusa chi mantiene l’onooore ha diritto a rispetto, mentre chi non agisce in tal senso è fuori dagli schemi, quindi emarginato perché diverso. Ed agire secondo il concetto dell’onooore é molto più facile: basta lasciarsi trasportare dall’andazzo, comportarsi secondo regole primordiali e preoccuparsi principalmente di quello che pensano gli altri; tendere a fare solo ciò che non é sgradito alla comunità. Concetto, quest’ultimo, che non sarebbe poi tanto male se non fosse che la comunità gradisce soprattutto impicciarsi dei cavoli tuoi, giudicare e condannare ogni azione secondo schemi che definire incivili è un eufemismo. Se un’azione o una condizione è sgradita alla comunità, occorre nasconderla, o se non è possibile nasconderla, rimuoverla. Un tradimento (della moglie) in famiglia, un parente omosessuale, sono condizioni da nascondere, o ancora meglio rimuovere. Ma non abbattiamoci troppo, Reggio “leva ‘a furia14”, ma queste cose accadono dappertutto, purtroppo, anche in zone dove non c’è la giustificazione della mentalità mafiosa.. Sarebbe bello, però, se da Reggio partisse la riscossa della gente civile; dopo tutto, per secoli, millenni fa, siamo stati noi i civili, e gli altri i barbari.


1)lo “nnacamento” è un atteggiamento palese di mafiosità non supportato dalla reale condizione; chi si “nnaca” di solito non è un vero mafioso, ma si atteggia a tale. il termine deriva dall’andatura ondeggiante caratteristica dei guappi di quartiere. “nnacarsi” in dialetto reggino vuol dire muoversi, far presto, ma anche, come in questo caso, camminare ondeggiando, ancheggiare 
2)  ci vediamo fuori! 
3)  io sono del Gebbione! - il Gebbione è un quartiere di Reggio 
4)  io sono di San Roberto! - un paese vicino Reggio
5)  conosci Tizio?
6)  si, è mio cugino! e tu com’è che lo conosci?
7)  andavamo a scuola insieme, ci rispettiamo molto! (il concetto del rispetto ricorre spesso)
8) il chiarimento
9)  con l’acqua non si brinda
10) i mezzi bicchieri sono per i mezzi uomini
11) tu non sai chi sono io
12) io “cammino” con lui, si è fatto vent’anni di carcere!
13) io non ho fatto neanche un giorno!
14) porta la colpa, ne sembra responsabile.

martedì 10 aprile 2012

L'innocenza nascosta.

Mi torna alla memoria il periodo in cui, non so se per esperimento innovativo o per semplice iniziativa benevola del direttore del carcere minorile di Reggio Calabria, fu chiesto a me ed ai miei amici d’infanzia di costituire una squadra di calcio da contrapporre ad una rappresentativa dei ragazzi rinchiusi. Tra di noi c’era il figlio del direttore, e quindi eravamo persone ben conosciute e evidentemente ritenute degne della fiducia che ci veniva concessa. Avevo più o meno quindici anni, eravamo tutti coetanei, e in breve entusiasti ed incuriositi ci ritrovammo a discutere di cosa avremmo trovato all’interno del carcere, da noi visto fino a quel momento solo dall’esterno. Giocammo tre partite senza alcun incidente; successivamente alla terza ci fu comunicato che non sarebbe stato possibile proseguire, non ho mai saputo il perché. Il primo giorno, di pomeriggio, ci presentammo al portone del carcere in tuta e con il pallone; come avremmo fatto per qualsiasi altra partita da giocare in strada (a quei tempi a Reggio i campi di calcio regolari erano un concetto fantastico; si giocava in spiazzi irregolari, alcuni con dei pali in legno infissi per terra da chissà chi, a volte in salita, altre con fosse degne delle strade di Beirut ai tempi della guerra del Libano. Chi arrivava prima giocava.) Naturalmente non era la stessa cosa, e già dal primo approccio ce ne accorgemmo. Documenti? E chi li aveva portati, anzi chi li aveva, alla nostra età? Qualcuno aveva la fotografia autenticata se era andato in gita con la scuola, ma certo non se l’era portata dietro. Il direttore del carcere, che ci conosceva bene uno ad uno ovviò al primo intoppo intervenendo personalmente. Entrammo nel grande androne: c’erano due cancelli, se ricordo bene; fummo indirizzati verso quello a sinistra, e prima di farci passare un agente ci controllò con una specie di metal-detector, che suonò regolarmente con tutti noi, a causa delle cerniere delle tute. Superato il secondo ostacolo ci ritrovammo in un largo corridoio; percorrendolo tutto, fino in fondo, notai su un lato un calcio-balilla ed un tavolo da biliardo a “funghetti”, giochi che erano molto in voga. Ci ritrovammo in un cortile in terra battuta grande abbastanza per disputarci una partita di calcio secondo gli standard “da strada” di allora. Ad aspettarci c’erano, oltre ad un paio di agenti in borghese, una decina di ragazzi di varie età. La maggior parte si avvicinò e da subito ci trattò con familiarità, anche perché due di loro erano ragazzi del nostro quartiere che conoscevamo bene. Ricordo che fui molto stupito di trovarli li dentro. Quattro di loro, però, non si avvicinarono subito. Eravamo stati avvisati di non fare domande ai ragazzi sulle cause della loro detenzione, di evitare qualsiasi motivo di urto, di non reagire alle provocazioni e di interpellare immediatamente gli agenti presenti in caso di problemi, ma non ce ne fu alcun bisogno. Un ragazzo Rom con il braccio destro monco si presentò come capitano della squadra, insieme al nostro capitano prese accordi per l’inizio della partita, e praticamente costrinse un agente a fare l’arbitro, minacciandolo benevolmente con un siparietto semiserio (almeno a me sembrò così). Il Rom cercò all’inizio di fare un po’ lo spavaldo con noi, correva come un cavallo mantenendo un equilibrio miracoloso visto il suo handicap, e teneva il pallone senza passarlo a nessuno, al punto di prenderlo in mano durante il gioco, ma fu  subito redarguito dai suoi compagni. Dieci contro dieci, compresi i quattro che non si erano avvicinati; il primo tempo si svolse come tutti i primi tempi delle partite amichevoli del mondo: corsa a perdifiato avanti e indietro, gioco duro, fair play degno della migliore educazione. Avevo visto chi erano i quattro ragazzi che non si erano avvicinati all’inizio; tre non li conoscevo, ma uno si, eccome! Un altro ragazzo del quartiere, di famiglia di ndrangheta blasonata, che era tristemente famoso per un gravissimo episodio criminale avvenuto qualche anno prima: la madre del ragazzo ed un uomo con cui si era appartata in macchina, suo presunto amante, erano stati uccisi a colpi di pistola; del delitto si era auto-accusato proprio lui, ed era stato condannato. Quello che non sapevo era che stesse scontando la pena proprio a Reggio. Mi disse che presto sarebbe stato trasferito, non poteva stare troppo tempo nella stessa struttura, ma non mi spiegò perché. La profonda tristezza che leggevo nei suoi occhi è un ricordo che ancora oggi mi torna alla mente periodicamente. Anche lui, come tutti gli altri, fu gentile e a parte qualche calcio negli stinchi di normale amministrazione durante le fasi di gioco, andò tutto bene. Durante l’intervallo mi trovai seduto su una panchina ai margini del campo accanto a due dei ragazzi inizialmente taciturni; parlavamo della partita, scherzandoci sopra, quando si avvicinò Antonio, uno dei miei compagni, che ad onor del vero non ha mai brillato per arguzia, e lo dimostrò anche allora: “e tu, compare, per esser qua dentro che hai fatto, una rapina?” disse rivolto ad uno dei due. Mi  si gelò il sangue, per poi sciogliersi subito per la rabbia che mi assalì, ma non feci in tempo a parlare che il ragazzo alzò lo sguardo, apparentemente spavaldo, e disse, con un accento tipico della piana di Gioia Tauro: “io? omicidio, duplice tentato omicidio e lesioni!” Antonio fece un salto indietro e se ne andò, lasciando me in imbarazzo. Ma il ragazzo, guardandomi con uno sguardo triste, proseguì la sua risposta: “faccio parte della famiglia xxxx, quella della faida”. Mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “ancora c’è tempo, vuoi fare una partita a calcio-balilla? trovati un compagno!” E così mi ritrovai a giocare a calcio-balilla con un ragazzo che a sedici anni aveva già ucciso volontariamente un uomo. Alla fine della partita  sembravamo tutti e venti dei compagni di scuola, o forse ancora meglio dei commilitoni. Scherzi, sgambetti, abbracci e anche un divertente fuori programma: quando io ed i miei compagni fummo radunati per essere accompagnati fuori uno dei detenuti si mischiò in mezzo a noi; sapeva benissimo che non poteva riuscire a scappare, ma ci fece segno di stare zitti, stringendosi a due di noi. Fece pochi passi e fu logicamente beccato da un agente che ridendo lo afferrò e gli diede un bel calcio nel sedere, a cui lui reagì scappando e ridendo a crepapelle. Ridemmo anche noi. All’uscita dal carcere ci soffermammo a commentare l’accaduto. Era stata una bella esperienza, tutto sommato avevamo passato una bella giornata, tornavamo a casa allegri....noi. Ah, dimenticavo! Volete sapere poi chi ha vinto per quel giorno? L’innocenza.

domenica 8 aprile 2012

Tarantella e "puzzasottoilnaso"



Il concerto dei TaranProject a Reggio Calabria: musiche travolgenti, ma soprattutto testi emozionanti.
A Reggio Calabria, il 31 marzo 2012 al Teatro Cilea si è verificato l'evento più rivoluzionario avvenuto in città negli ultimi anni. La cultura classica, quella che insieme ai veri intellettuali raccoglie intorno a se anche pseudo-intellettuali arrancanti dietro a concetti che non capiscono realmente (è di moda definirsi intellettuale o frequentarne presunti tali), ha lasciato il posto ad un'altra cultura, quella popolare. La cultura della gente semplice, ma anche dei palati veramente raffinati. La cultura degli strumenti musicali antichi e moderni, della musica popolare e dei ritmi travolgenti, delle parole soprattutto, dell'antica saggezza del popolo calabrese fatta di influenze mediterranee millenarie. La cultura dell'ospitalità, del lavoro onesto, della semplicità. C'era il Popolo della Tarantella, quello che da sempre segue gli eventi del genere nelle piazze di tutta la Calabria, ma c'erano anche tanti neofiti del genere che sono usciti entusiasti dal Cilea, canticchiando i ritmi travolgenti che per più di due ore hanno riempito il Teatro. E c'era anche qualcuno a cui non è piaciuta l'iniziativa, che ha ritenuto inopportuno utilizzare il Cilea, teatro storico della città, per un evento che "...è e resta soltanto un concerto di piazza molto colorito... " (cit. testuale). Non è cultura degna della sacralità del posto, secondo alcuni (pochi, in verità). Scandalizzato da "...un afflusso caotico di persone, bambini compresi..." c'è chi ha dichiarato di essere andato via a metà colto da "un misto di stupore e indignazione" perchè il pubblico "...si sbracciava urlando le canzoni e ballando in modo scomposto...". A questi miei concittadini vorrei dire che il Teatro Cilea è della cittadinanza tutta, non di pochi "illuminati"; che è ora di finirla di creare ed alimentare bacini di pseudo-elite che di fatto emarginano la maggioranza e sono il regno della discriminazione, del razzismo e della puzza sotto il naso. Chi vuole stare per i fatti suoi lo deve fare con i propri mezzi, non certo utilizzando i beni comuni della città. È stato un evento rivoluzionario, lo ripeto... ed io mi vanto di essere stato presente.
 ....Sugnu sbarcatu tra Riace e Caulonia
terra del sud, della lira che sona
'na tarantella a Piazza Mesi,
cu' Santu Lariu nu palestinesi
cu' l'iracheni e nigeriani,
allu Spiruni 'ndi stringimu li mani
nesci lu suli e ancora ballamu,
scind'u suli e no 'ndi stancamu
a tarantella e no 'ndi stancamu... 
(Passa lu mari)

martedì 27 marzo 2012

La ''falsa politica'' e gli uomini d'onore

Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri che secondo la leggenda fondarono le tre mafie(Illustrazione di Enzo Patti)

La recentissima notizia del caso di Marco Puntorieri, ''uomo d'onore'' ucciso dalla 'ndrangheta dopo essere stato attirato in un tranello con l'inganno, mi ha fatto tornare alla mente un episodio della mia vita accaduto quando ero sotto le armi, che in qualche modo ha contribuito a formare il mio modo di pensare ed agire attuale. 
L'anno era il 1982, la localita' non ha importanza, era una caserma dell'Esercito, una di quelle cosiddette ''operative'' e per questo oltre ai bravi ragazzi come potevo essere io vi si trovavano arruolati anche tanti facinorosi, aspiranti malavitosi o delinquenti titolati a tutti gli effetti. I bravi ragazzi erano spesso considerati dagli altri dei fessacchiotti e per questo emarginati, ma a volte l’istinto di aggregazione che ha sempre caratterizzato la nostra gente quando si trova lontano da casa prevaleva, cosicché qualcuno veniva accettato nel gruppo. E così fu nel mio caso; va detto che io sono cresciuto “in strada”, ed ero già allora abituato ad avere a che fare con gente “border-line” con la giustizia. In definitiva, sapevo come comportarmi per stare tranquillo, e stare tranquillo a quei tempi era una necessità per chi come me non intendeva entrare in meccanismi pericolosi. 
L’essere accettato non comportava automaticamente la partecipazione alle attività poco ortodosse del gruppo (per fortuna, dico io); in caserma a quei tempi le problematiche da affrontare erano di due tipi: quelle prettamente militari, e quelle attinenti alla vita sociale tra commilitoni di tutte le località d’Italia e per questo con molteplici aspetti e sfaccettature. In caserma fare parte di un gruppo, quale che ne fosse la provenienza, aiutava molto, e la fratellanza per me si concretizzava nelle uscite per andare a cena fuori, partite a carte a “patruni e sutta”, tarantelle il sabato sera in camerata quando gli ufficiali erano fuori, e tutto quanto poteva richiamare alla mente l’aspetto folkloristico dei nostri usi e costumi; ci illudevamo così di essere a casa. Accadeva però, di tanto in tanto, che i miei “amici” ritenessero necessario regolare qualche problema con altri commilitoni, e che, per quella deformazione mentale bacata caratteristica di certi ambienti, l’unico modo per ottenere la cosiddetta “soddisfazione” fosse la violenza. Va detto, su questo specifico argomento, che il nonnismo in caserma era una vera e propria piaga, era praticato indistintamente dai militari anziani provenienti da tutta Italia, e aveva uno dei suoi punti di forza sul silenzio delle vittime, che venivano sottoposte a scherzi e vessazioni spesso al di là del sopportabile. I gruppi composti da elementi “difficili”, ottimizzavano a loro uso e consumo la perversa usanza del nonnismo, traendone vantaggio nell’imposizione del “rispetto” e questo era un aspetto relativo a tutte le aree geografiche di provenienza, anche se per le regioni del nord era meno marcato. Nel gruppo di reggini di cui facevo parte io erano egemoni due appartenenti a famiglie dichiaratamente ‘ndranghetiste, tutti e due “battiati”, come si dice, e le regole vigenti rispecchiavano quindi quelle dell’ambiente di provenienza dei due. All’inizio ero tenuto fuori da questo aspetto dell’attività del gruppo, ma dopo un po’ di tempo, evidentemente ritenendo di potermi dare fiducia gli altri cominciarono a parlare in mia presenza anche di qualche piccolo problema da risolvere. Piccole cose, il gavettone da fare al caporale lombardo per rappresaglia oppure l’avvertimento al polentone che esagerava; comunque sempre azioni che venivano attuate applicando la mentalità mafiosa che vede il potere dello stato come un nemico, e gli “amici” come quelli che sono delegati a risolvere le controversie. Un giorno accadde che un caporale ebbe un diverbio con un componente del gruppo, giungendo quasi alle mani; furono separati dall’ufficiale di servizio, ed entrambi consegnati in caserma. Secondo i miei “amici” la cosa non poteva finire lì, occorreva ottenere “soddisfazione”; il caporale era calabrese del reggino, e questo rendeva l’episodio assolutamente importante negli equilibri perversi dell’ambiente. La discussione che deliberò l’intervento contro il caporale si svolse in mia presenza, e contribuì notevolmente a farmi comprendere la pochezza e falsità degli atteggiamenti “onorevoli” di cui vantavano la titolarità gli appartenenti all’onorata società. “Cumpari, u caporali sbagghiau, e havi a pavari!” (compare, il caporale ha sbagliato e deve pagare!) disse quello che era stato offeso (secondo lui). Ora, parlando tra persone normali, “sbagghiau” (ha sbagliato) è un concetto relativamente soft, ma quando ad usare quel termine sono i cosiddetti “uomini d’onore” la cosa cambia. Lo “sbaglio” è considerato una colpa grave ed è spesso punito con la morte, nel codice della ‘ndrangheta; ma io a quei tempi non lo sapevo, altrimenti appena sentita la parola avrei abbandonato la discussione terrorizzato, ben sapendo con chi avevo da fare. E onestamente penso proprio che mi sarei fatto i fatti miei, sarei un bugiardo se adesso affermassi il contrario. Stetti quindi a sentire il seguito della discussione, la riporto a memoria in italiano: “compare, se fossimo a casa nostra, sapremmo bene come risolvere la cosa, ma qui siamo scoperti, e dobbiamo andarci piano” - disse uno dei due “aristocratici” della ndrangheta.- “una lezione però dobbiamo dargliela, a quell’infame, dobbiamo almeno dargli un sacco di legnate” - insistette l’offeso - “certo, questo è sicuro, altrimenti qua perdiamo credibilità” - rispose l’altro. “Ma come facciamo? Non è mai solo, è difficile beccarlo in un posto isolato.” - A questo punto intervenne l’altro “ndranghetista”, più anziano e certamente più scafato degli altri presenti: “vi dico io come facciamo: gli facciamo la falsa politica! Tu devi andare da lui a rappacificarti.” - disse rivolgendosi all’offeso, che lo guardò stupefatto, ma senza dire una parola - “Gli devi dire che avete esagerato tutti e due, che per te la cosa finisce qui. Lo devi convincere che può stare tranquillo. Dopo che si tranquillizzerà, tra un mese o più, lo inviterai a bere con te allo spaccio della caserma, dopo il tramonto; lo aspetteremo per la strada, al buio, quando tutti sono in libera uscita e gli daremo la lezione che merita.” E così fu stabilito. Per fortuna, non so se per caso o perché qualcuno denunciò il progetto, il caporale dopo una settimana fu trasferito in una caserma vicina, e credo che la cosa sia finita lì. 
La “falsa politica”... Gli uomini d’onore agiscono così: nel buio, ingannando l’avversario, tanti contro uno solo. La “falsa politica”, un concetto che ho poi ritrovato più volte in testi specializzati sulla ‘ndrangheta, e che io ho potuto “toccare con mano”.  Il mito del cavaliere da cui sarebbe stata fondata la ndrangheta, i libri sacri, la Bibbia stessa, i riferimenti ai Santi, l’aspetto eroico dell’essere ‘ndranghetista, l’onore, tutte chiacchiere. Violenza, inganno, abusi, sopraffazione e meschinità, questi sono aggettivi più appropriati per definire la mafia. 
Noi eravamo ragazzi, in realtà, ed ognuno seguiva un destino che in parte era già scritto ma in parte avrebbe scritto personalmente con le sue azioni successive. Erano ragazzi anche i due ‘ndranghetisti, che pur atteggiandosi a boss commettevano l’errore di parlare di cose di ‘ndrangheta davanti ad un estraneo come me. Io ho fatto tesoro di questa ed altre esperienze che ho fatto da giovane, ma sono stato anche molto fortunato; tanti miei amici d’infanzia non lo sono stati.

domenica 18 marzo 2012

Cannavò: La leggenda della strage di Pasqua

La contrada Cannavo' di Reggio Calabria si trova sulla riva destra del torrente Calopinace, l'antico fiume sacro Apsias dei greci. Anticamente era famosa per la coltivazione della canapa, da cui secondo alcuni storici prenderebbe il nome. La tradizione orale, riportata  dallo storico Carlo Guarna Logoteta (autore tra l’altro de La storia di Reggio Calabria dal 1797 al 1860), riferisce di un orribile fatto di sangue ivi avvenuto nel XVII secolo: 
il giorno di Pasqua di un non precisato anno del XVII secolo si celebro' il matrimonio tra due giovani del paese; com'era tradizione tutti i paesani vi parteciparono allegramente. Nutrite scariche di fucile ruppero il silenzio all'uscita degli sposi dalla chiesa in segno di gioia. All'improvviso un cagnolino si avvicino' alla sposa e le urino' sul vestito nunziale. Inizialmente la cosa fu presa con ilarità e come segno di buon augurio, ma lo sposo ne rimase negativamente colpito; colto da ira incontenibile improvvisamente afferrò un fucile e sparò, colpendo a morte il cane; immediatamente il padrone del cane reagì uccidendo lo sposo. Un parente dello sposo rispose al fuoco uccidendo il padrone del cane, ed in breve tempo si scatenò quindi una furiosa sparatoria che vide irrazionalmente tutti contro tutti. Il parroco del paese si affacciò sulla soglia della chiesa e mostrò il Santissimo Sacramento cercando di placare la furia omicida, ma ne cadde vittima anch’esso, colpito a morte. Al termine dell’orribile evento pochi rimasero illesi, soprattutto vecchi, donne e bambini. Appena le autorità reggine seppero dell’accaduto informarono la Regia Udienza di Catanzaro, che si affrettò a inviare un uditore (magistrato) con alcuni bargelli (ufficiali con poteri di legge marziale). Ma l’orrore non era ancora giunto a termine e, quando l’uditore giunse a Cannavò, uno dei superstiti della tragedia, forse timoroso di essere a rischio egli stesso di condanna, lo uccise in località Malopasso. La Regia Udienza rispose ferocemente ordinando che il villaggio fosse raso al suolo. L’ordine fu eseguito da Giovan Battista Cigala, Principe di Tiriolo, che però risparmiò la chiesa spargendo sale sulle povere rovine. Negli anni successivi la chiesa praticamente abbandonata cominciò a deteriorarsi e le autorità cittadine disposero che le campane, gli arredi e la statua del Santo Patrono fossero trasportate altrove.
Fin qui la storia narrata dal Logoteta, che afferma di averla ascoltata dal parroco di Cannavò nel 1844. La stessa storia fu ripresa anche da Rocco Cotroneo, storico ed attento cronista dei fatti calabresi del primo novecento; il Cotroneo non si limitò però a riportare la tradizione orale, ma effettuò una ricerca approfondita, scoprendo che negli archivi di Reggio e di Catanzaro non vi è traccia dei fatti descritti, e che, anzi, nell’Archivio Diocesano di Reggio Calabria esiste la prova che a Cannavò ci fu sempre un parroco, dimostrazione del fatto che il paese non fu mai distrutto completamente.  Il Cotroneo ne dedusse che probabilmente vi fu veramente un grave evento delittuoso, anche se da ridimensionare rispetto alla memoria popolare, e che la reazione della Regia Udienza fu pesante ma indirizzata solo ad alcuni abitanti del villaggio. Successivamente il terremoto del 1783 causò lutti e rovine e probabilmente, come accade spesso, la fantasia popolare unificò i due eventi sino a creare la leggenda della strage di Pasqua.
Pasqualino Placanica
Bibliografia:--Carlo Guarna Logoteta: “Albo Reggino” ( “L’Avvenire di Calabria”), anno III, 1864               Rocco Cotroneo:  “Rivista Storica Calabrese”, anno 1903, pp. 133-147

martedì 6 marzo 2012

Reggio Calabria: La città sprofonda in un sottosuolo "groviera"

Da anni in città continuano ad aprirsi voragini nel manto stradale, in modo particolare da quando sono iniziati i lavori per la metanizzazione, periodo durante il quale la città è stata consegnata in ostaggio alle ditte che ogni giorno, per anni, hanno aperto e chiuso al traffico senza una logica e senza un controllo l'intera rete viaria cittadina. Al termine dei lavori il risultato visibile è stato quello di una specie di groviera, che a lungo andare ha generato nel sottosuolo cittadino una rete indecifrabile di gallerie e caverne dove scorre sia l'acqua piovana che quella scaricata in strada da perdite ed altre cause. Oggi 6 marzo, all'incrocio di Via Marvasi, praticamente davanti al Tribunale la situazione è quella che si vede in queste foto:





Di questa buca si è interessato il giornale online Zoomsud.it a novembre dell'anno scorso, evidentemente senza alcun esito positivo. E di buche come questa, piene di acqua che viene fuori da chissà dove, la città è piena. Nel settembre 2010 a Pentimele, in prossimità del PalaCalafiore, si è aperta una voragine impressionante, che ha causato l'interruzione della strada interessata. Urge un intervento di monitoraggio in merito, prima che un bel giorno la città si svegli e scopra che il Castello Aragonese, o il Tribunale, o magari, che ne so, il PalaCalafiore, non ci sono più, ingoiati da questo sottosuolo infido e comunista che lavora contro la città per danneggiare il modello Reggio.

mercoledì 15 febbraio 2012

Il Festival della cialtroneria di stato.

 
Festival di Sanremo 2012
Stare a sentire per decine di minuti Adriano Celentano mentre farnetica contro questo e quello non ha prezzo. Per tutto il resto c'è la RAI. Pur di fare ascolti la TV di stato ha accettato di abbassarsi a fare da amplificatore alle pseudo verità assolute del cantante/santone, permettendogli persino di attaccare a livello personale un giornalista, che Celentano ha definito "deficente" senza però spiegare perchè. Come dire: "se ve lo dico io vi deve bastare". Certo, lui ha il verbo, la parola, e quindi ciò che dice deve essere accettato senza se e senza ma. Patetico lui e ridicola la RAI, che per guardarsi il sederino ha persino organizzato un attacco simultaneo verso lei stessa. Hanno cominciato i due delle Iene, hanno proseguito Celentano, Gianni Morandi e Pupo. Hanno parlato di epurazioni e errori della RAI. Certo, diranno adesso i tromboni di Viale Mazzini "siamo democratici, ammettiamo anche gli sbagli"...anzi li usiamo per risalire a galla! Ma nella cacca non è facile risalire a galla, ci vuole ben altro che un Celentano qualsiasi. Per adesso l'unica cosa da annotare, oltre che il pessimo spettacolo e la ottima dimostrazione di inefficienza data ieri sera, c'è l'ennesimo spreco di soldi pubblici usati per fare sparlare un ottimo cantante e cantare un pessimo oratore.