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"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
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venerdì 25 maggio 2012

La giostrina della Villa Comunale

Villa comunale di Reggio Calabria-Entrata

“Usciamo!” - “E dove andiamo?” - “Alla Villa!” Questo scambio di battute tra un bambino reggino degli anni 60/70 ed i propri genitori era per il bambino l’apoteosi del divertimento assicurato. Divertimento che si concretizzava nella passeggiata per i viali del giardino della Villa Comunale,
un giro sul calesse, magari una partita al pallone con altri compagni nello spiazzo sotto gli sguardi di mamme e papà, un bel gelato se d’estate, ma soprattutto nell’interminabile serie di giri sulla giostrina che per decenni ha fatto divertire diverse generazioni di reggini.
Era bellissima... per i bambini di oggi sarebbe solo un rottame rispetto agli standard attuali, ma per me, per quelli della mia generazione, era magica. Niente di speciale, su un pavimento di assi erano fissati su tre cerchi concentrici diversi soggetti: l’aeroplano, Pinocchio, l’elefantino, Biancaneve, il calessino...ma soprattutto, per me era il massimo la macchinina rossa. Avrei aspettato anche ore, pur di poterci salire. 
Per chi mi accompagnava, il vero problema era farmi scendere, in realtà. Iniziavo sempre con tre giri, ma all’inizio del terzo guardavo con occhi imploranti il mio accompagnatore: mio padre, mia madre, uno dei miei zii, e quasi sempre ottenevo di prolungare di un altro paio di giri il divertimento. Il padrone della giostra guardava mio padre, mio padre guardava me e poi dava un cenno di assenso al giostraio, e il divertimento ricominciava.
Ricordo lo sguardo del proprietario della giostra, attento sia al lato commerciale che alla sicurezza dei bambini; era un uomo senza età, almeno per noi bambini, aveva uno sguardo buono, sorrideva spesso, di rado lo si vedeva accigliato. Anche mio figlio ha fatto qualche giro su quella giostra, naturalmente sulla macchinina, prima che il progresso la inghiottisse facendola sparire.
È sparita insieme al suo proprietario; lo hanno trovato senza vita in una strada del centro di Reggio qualche anno dopo la chiusura della giostra. Di quella giostra e di quell’uomo, di cui ho il nitido ricordo ma non conosco il nome, a Reggio non se ne parla più; non sono riuscito a trovare sul web una fotografia, né un articolo, né una citazione storica. Se qualcuno è in possesso di qualche immagine di allora, sarebbe bello che la rendesse pubblica, tutto sommato quei tempi, quella giostra e anche quell’uomo fanno parte della storia di questa città.

lunedì 7 maggio 2012

Quando si avvia un treno.....

Quando si avvia un treno, diretto chissà dove, con esso si muovono decine di pensieri, speranze, fantasie e realtà. Perché sul treno per i viaggiatori oltre che leggere un libro o chiacchierare non c’è altro da fare se non guardare il paesaggio, e guardando fuori il pensiero non può fare a meno di volare. Meglio ancora se il paesaggio è quello calabrese, tirrenico o ionico, poco importa: se non c’è il mare a stimolare la fantasia, c’è la campagna. Lavoro sui treni da 26 anni, faccio il macchinista e lo spettacolo che i viaggiatori si vedono passare di lato spesso senza avere il tempo di focalizzare le immagini, io me lo gusto da una posizione privilegiata: estate, inverno, sole, pioggia, neve, i treni si muovono sempre, ogni giorno e con tutte le condizioni climatiche.
Ed ogni stagione, ogni tempo ed ogni luogo ha il suo odore ed i suoi colori caratteristici: l’odore della salsedine del mare, del gelsomino, della zagara, del finocchio selvatico, della cipolla di Tropea fortissimo e penetrante in certi periodi, della terra bagnata, della terra secca ed appena arata; i colori della ginestra, dell’agave, dell’acacia, dei papaveri, della mimosa, del grano. Il giallo dei campi d’estate, il verde degli oliveti, il bianco della neve.
A maggio, mentre scrivo, buona parte della linea ferroviaria è fiancheggiata da alberi in fiore, acacia soprattutto, ed a folate giunge alle narici il profumo del gelsomino, uno degli odori più belli che esistano, a mio parere.
Lavorare. Qualsiasi lavoro di questi tempi è una fortuna, ma avere un ufficio dove il panorama cambia continuamente istante per istante, dove il sole tramonta e poi sorge nuovamente, dove i colori e gli odori della natura entrano e s’impossessano dei tuoi pensieri...beh, questo è un privilegio che pochi fortunati hanno.
Io sono uno di questi.

sabato 21 aprile 2012

I vecchi non muoiono

I vecchi non muoiono,
concludono la vita.
I giovani muoiono
seppur restando vivi,
quando per non guardare
non vedono il bisogno
quando per non sentire
non ascoltano la voce
quando per non agire
li lasciano a soffrire,
quando per non pensare
feriscono la gente.
Seppur restando vivi,
i morti si fan vecchi,
concludono la vita
pensando a ciò che fu.

giovedì 19 aprile 2012

Onore e "nnacamentu"

L’onooore, come lo ha definito il bravo Giusva Branca in un suo magistrale pezzo sulla stupidità umana applicata alla comunità reggina. Da ragazzo facevo parte della gioventù reggina, o rriggitana, come volete voi. Sono cresciuto in mezzo a gente che ne faceva un punto fermo di vita (molti) ed altra gente (pochi) che già allora lo snobbava e (addirittura!) lo combatteva.  Le controversie si risolvevano spesso con l’atteggiamento “‘nnacatorio1”, anche a scuola: un litigio tra due compagni di classe, magari per uno scherzo pesante o per questioni di ragazze, culminava spesso con il famoso “ndi virimu fora!2”. Tutta la classe cessava di interessarsi delle lezioni. E nell’ottica dell’onooore c’era chi si preoccupava di “giustificare” la controversia, atteggiandosi a personaggio carismatico (“nnacandosi”) e convocando i due contendenti per “chiarire”. Spesso non per evitare che due amici litigassero, ma per consolidare la propria figura emergente; la risoluzione della “questione” era una stella da appuntare al petto. E se invece il litigio scoppiava tra due sconosciuti per strada e uno dei due sbottava: “ieu sugnu du Gebbiuni!3”?  Terrore, se il poveretto che sentiva la frase non era in grado di opporre una frase altrettanto ricca di contenuti (!) era quasi sempre costretto ad abbozzare; ma se la risposta era, per esempio : “ieu sugnu i San Robertu!4”, allora la cosa cambiava. “Canusci a tiziu?5” “si è me cuginu! e tu comu u canusci?6” “ivumu a scola aniti, ndi rrispettamu assai!7”. E 99 volte su cento c’era “u chiarimentu8”, che terminava bevendo qualcosa di alcolico in un bar. Alcolico, niente succo di frutta o gassosa, perchè “cull’acqua non si struzza9” e se era vino, il bicchiere pieno, perchè “i menzi biccheri sunnu pi’ menzi omini!10”. Un giorno che intervenni a dividere due ragazzi che erano venuti alle mani, uno dei due, a me sconosciuto, pensando che io intervenissi a favore dell’altro mi apostrofò con la frase: “tu non sai cu sugnu ieu11” e citando un noto delinquente terminò la frase con “ieu caminu cu iddu, vint’anni i carceri, si fici!12”. “Ieu mancu un ghiornu, mi fici!13” gli risposi, suscitando l’ilarità dei presenti. Dentro di me, seppur non ancora ben definita, sentivo avversione per quel modo di agire, e lo ridicolizzavo istintivamente.  Si “nnacavano”, i miei coetanei, e qualche volta, lo confesso, mi sono “nnacato” anche io, coinvolto nel vortice di ottusità regnante. Ma io pensavo... come me tanti altri, ma la maggior parte si adeguava.
Per essere “onooorati” c’è poco da fare, dicevo: non è necessario pensare, anzi è meglio se non si fa. Si, perché da sempre pensare è ritenuto uno sforzo sovrumano, meglio non provarci neanche; se tutti pensassero anche solo normalmente, il minimo indispensabile, i grandi pensatori della storia non sarebbero poi così grandi perché direbbero cose già risapute. La natura è strana: l’unico animale intelligente è l’uomo, ma per l’uomo pensare si rivela una fatica. Più semplice utilizzare il lato animale, quello primordiale. Se tutti pensassero... ma è più comodo non pensare, accettare passivamente situazioni consolidate da secoli di apatia. La mafia e la ‘ndrangheta si definiscono anche “onorata società”, e la parola “onore” ricorre spesso nei rituali arcaici eseguiti nelle cerimonie mafiose. Nella mentalità ottusa chi mantiene l’onooore ha diritto a rispetto, mentre chi non agisce in tal senso è fuori dagli schemi, quindi emarginato perché diverso. Ed agire secondo il concetto dell’onooore é molto più facile: basta lasciarsi trasportare dall’andazzo, comportarsi secondo regole primordiali e preoccuparsi principalmente di quello che pensano gli altri; tendere a fare solo ciò che non é sgradito alla comunità. Concetto, quest’ultimo, che non sarebbe poi tanto male se non fosse che la comunità gradisce soprattutto impicciarsi dei cavoli tuoi, giudicare e condannare ogni azione secondo schemi che definire incivili è un eufemismo. Se un’azione o una condizione è sgradita alla comunità, occorre nasconderla, o se non è possibile nasconderla, rimuoverla. Un tradimento (della moglie) in famiglia, un parente omosessuale, sono condizioni da nascondere, o ancora meglio rimuovere. Ma non abbattiamoci troppo, Reggio “leva ‘a furia14”, ma queste cose accadono dappertutto, purtroppo, anche in zone dove non c’è la giustificazione della mentalità mafiosa.. Sarebbe bello, però, se da Reggio partisse la riscossa della gente civile; dopo tutto, per secoli, millenni fa, siamo stati noi i civili, e gli altri i barbari.


1)lo “nnacamento” è un atteggiamento palese di mafiosità non supportato dalla reale condizione; chi si “nnaca” di solito non è un vero mafioso, ma si atteggia a tale. il termine deriva dall’andatura ondeggiante caratteristica dei guappi di quartiere. “nnacarsi” in dialetto reggino vuol dire muoversi, far presto, ma anche, come in questo caso, camminare ondeggiando, ancheggiare 
2)  ci vediamo fuori! 
3)  io sono del Gebbione! - il Gebbione è un quartiere di Reggio 
4)  io sono di San Roberto! - un paese vicino Reggio
5)  conosci Tizio?
6)  si, è mio cugino! e tu com’è che lo conosci?
7)  andavamo a scuola insieme, ci rispettiamo molto! (il concetto del rispetto ricorre spesso)
8) il chiarimento
9)  con l’acqua non si brinda
10) i mezzi bicchieri sono per i mezzi uomini
11) tu non sai chi sono io
12) io “cammino” con lui, si è fatto vent’anni di carcere!
13) io non ho fatto neanche un giorno!
14) porta la colpa, ne sembra responsabile.

martedì 10 aprile 2012

L'innocenza nascosta.

Mi torna alla memoria il periodo in cui, non so se per esperimento innovativo o per semplice iniziativa benevola del direttore del carcere minorile di Reggio Calabria, fu chiesto a me ed ai miei amici d’infanzia di costituire una squadra di calcio da contrapporre ad una rappresentativa dei ragazzi rinchiusi. Tra di noi c’era il figlio del direttore, e quindi eravamo persone ben conosciute e evidentemente ritenute degne della fiducia che ci veniva concessa. Avevo più o meno quindici anni, eravamo tutti coetanei, e in breve entusiasti ed incuriositi ci ritrovammo a discutere di cosa avremmo trovato all’interno del carcere, da noi visto fino a quel momento solo dall’esterno. Giocammo tre partite senza alcun incidente; successivamente alla terza ci fu comunicato che non sarebbe stato possibile proseguire, non ho mai saputo il perché. Il primo giorno, di pomeriggio, ci presentammo al portone del carcere in tuta e con il pallone; come avremmo fatto per qualsiasi altra partita da giocare in strada (a quei tempi a Reggio i campi di calcio regolari erano un concetto fantastico; si giocava in spiazzi irregolari, alcuni con dei pali in legno infissi per terra da chissà chi, a volte in salita, altre con fosse degne delle strade di Beirut ai tempi della guerra del Libano. Chi arrivava prima giocava.) Naturalmente non era la stessa cosa, e già dal primo approccio ce ne accorgemmo. Documenti? E chi li aveva portati, anzi chi li aveva, alla nostra età? Qualcuno aveva la fotografia autenticata se era andato in gita con la scuola, ma certo non se l’era portata dietro. Il direttore del carcere, che ci conosceva bene uno ad uno ovviò al primo intoppo intervenendo personalmente. Entrammo nel grande androne: c’erano due cancelli, se ricordo bene; fummo indirizzati verso quello a sinistra, e prima di farci passare un agente ci controllò con una specie di metal-detector, che suonò regolarmente con tutti noi, a causa delle cerniere delle tute. Superato il secondo ostacolo ci ritrovammo in un largo corridoio; percorrendolo tutto, fino in fondo, notai su un lato un calcio-balilla ed un tavolo da biliardo a “funghetti”, giochi che erano molto in voga. Ci ritrovammo in un cortile in terra battuta grande abbastanza per disputarci una partita di calcio secondo gli standard “da strada” di allora. Ad aspettarci c’erano, oltre ad un paio di agenti in borghese, una decina di ragazzi di varie età. La maggior parte si avvicinò e da subito ci trattò con familiarità, anche perché due di loro erano ragazzi del nostro quartiere che conoscevamo bene. Ricordo che fui molto stupito di trovarli li dentro. Quattro di loro, però, non si avvicinarono subito. Eravamo stati avvisati di non fare domande ai ragazzi sulle cause della loro detenzione, di evitare qualsiasi motivo di urto, di non reagire alle provocazioni e di interpellare immediatamente gli agenti presenti in caso di problemi, ma non ce ne fu alcun bisogno. Un ragazzo Rom con il braccio destro monco si presentò come capitano della squadra, insieme al nostro capitano prese accordi per l’inizio della partita, e praticamente costrinse un agente a fare l’arbitro, minacciandolo benevolmente con un siparietto semiserio (almeno a me sembrò così). Il Rom cercò all’inizio di fare un po’ lo spavaldo con noi, correva come un cavallo mantenendo un equilibrio miracoloso visto il suo handicap, e teneva il pallone senza passarlo a nessuno, al punto di prenderlo in mano durante il gioco, ma fu  subito redarguito dai suoi compagni. Dieci contro dieci, compresi i quattro che non si erano avvicinati; il primo tempo si svolse come tutti i primi tempi delle partite amichevoli del mondo: corsa a perdifiato avanti e indietro, gioco duro, fair play degno della migliore educazione. Avevo visto chi erano i quattro ragazzi che non si erano avvicinati all’inizio; tre non li conoscevo, ma uno si, eccome! Un altro ragazzo del quartiere, di famiglia di ndrangheta blasonata, che era tristemente famoso per un gravissimo episodio criminale avvenuto qualche anno prima: la madre del ragazzo ed un uomo con cui si era appartata in macchina, suo presunto amante, erano stati uccisi a colpi di pistola; del delitto si era auto-accusato proprio lui, ed era stato condannato. Quello che non sapevo era che stesse scontando la pena proprio a Reggio. Mi disse che presto sarebbe stato trasferito, non poteva stare troppo tempo nella stessa struttura, ma non mi spiegò perché. La profonda tristezza che leggevo nei suoi occhi è un ricordo che ancora oggi mi torna alla mente periodicamente. Anche lui, come tutti gli altri, fu gentile e a parte qualche calcio negli stinchi di normale amministrazione durante le fasi di gioco, andò tutto bene. Durante l’intervallo mi trovai seduto su una panchina ai margini del campo accanto a due dei ragazzi inizialmente taciturni; parlavamo della partita, scherzandoci sopra, quando si avvicinò Antonio, uno dei miei compagni, che ad onor del vero non ha mai brillato per arguzia, e lo dimostrò anche allora: “e tu, compare, per esser qua dentro che hai fatto, una rapina?” disse rivolto ad uno dei due. Mi  si gelò il sangue, per poi sciogliersi subito per la rabbia che mi assalì, ma non feci in tempo a parlare che il ragazzo alzò lo sguardo, apparentemente spavaldo, e disse, con un accento tipico della piana di Gioia Tauro: “io? omicidio, duplice tentato omicidio e lesioni!” Antonio fece un salto indietro e se ne andò, lasciando me in imbarazzo. Ma il ragazzo, guardandomi con uno sguardo triste, proseguì la sua risposta: “faccio parte della famiglia xxxx, quella della faida”. Mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “ancora c’è tempo, vuoi fare una partita a calcio-balilla? trovati un compagno!” E così mi ritrovai a giocare a calcio-balilla con un ragazzo che a sedici anni aveva già ucciso volontariamente un uomo. Alla fine della partita  sembravamo tutti e venti dei compagni di scuola, o forse ancora meglio dei commilitoni. Scherzi, sgambetti, abbracci e anche un divertente fuori programma: quando io ed i miei compagni fummo radunati per essere accompagnati fuori uno dei detenuti si mischiò in mezzo a noi; sapeva benissimo che non poteva riuscire a scappare, ma ci fece segno di stare zitti, stringendosi a due di noi. Fece pochi passi e fu logicamente beccato da un agente che ridendo lo afferrò e gli diede un bel calcio nel sedere, a cui lui reagì scappando e ridendo a crepapelle. Ridemmo anche noi. All’uscita dal carcere ci soffermammo a commentare l’accaduto. Era stata una bella esperienza, tutto sommato avevamo passato una bella giornata, tornavamo a casa allegri....noi. Ah, dimenticavo! Volete sapere poi chi ha vinto per quel giorno? L’innocenza.

domenica 8 aprile 2012

Tarantella e "puzzasottoilnaso"



Il concerto dei TaranProject a Reggio Calabria: musiche travolgenti, ma soprattutto testi emozionanti.
A Reggio Calabria, il 31 marzo 2012 al Teatro Cilea si è verificato l'evento più rivoluzionario avvenuto in città negli ultimi anni. La cultura classica, quella che insieme ai veri intellettuali raccoglie intorno a se anche pseudo-intellettuali arrancanti dietro a concetti che non capiscono realmente (è di moda definirsi intellettuale o frequentarne presunti tali), ha lasciato il posto ad un'altra cultura, quella popolare. La cultura della gente semplice, ma anche dei palati veramente raffinati. La cultura degli strumenti musicali antichi e moderni, della musica popolare e dei ritmi travolgenti, delle parole soprattutto, dell'antica saggezza del popolo calabrese fatta di influenze mediterranee millenarie. La cultura dell'ospitalità, del lavoro onesto, della semplicità. C'era il Popolo della Tarantella, quello che da sempre segue gli eventi del genere nelle piazze di tutta la Calabria, ma c'erano anche tanti neofiti del genere che sono usciti entusiasti dal Cilea, canticchiando i ritmi travolgenti che per più di due ore hanno riempito il Teatro. E c'era anche qualcuno a cui non è piaciuta l'iniziativa, che ha ritenuto inopportuno utilizzare il Cilea, teatro storico della città, per un evento che "...è e resta soltanto un concerto di piazza molto colorito... " (cit. testuale). Non è cultura degna della sacralità del posto, secondo alcuni (pochi, in verità). Scandalizzato da "...un afflusso caotico di persone, bambini compresi..." c'è chi ha dichiarato di essere andato via a metà colto da "un misto di stupore e indignazione" perchè il pubblico "...si sbracciava urlando le canzoni e ballando in modo scomposto...". A questi miei concittadini vorrei dire che il Teatro Cilea è della cittadinanza tutta, non di pochi "illuminati"; che è ora di finirla di creare ed alimentare bacini di pseudo-elite che di fatto emarginano la maggioranza e sono il regno della discriminazione, del razzismo e della puzza sotto il naso. Chi vuole stare per i fatti suoi lo deve fare con i propri mezzi, non certo utilizzando i beni comuni della città. È stato un evento rivoluzionario, lo ripeto... ed io mi vanto di essere stato presente.
 ....Sugnu sbarcatu tra Riace e Caulonia
terra del sud, della lira che sona
'na tarantella a Piazza Mesi,
cu' Santu Lariu nu palestinesi
cu' l'iracheni e nigeriani,
allu Spiruni 'ndi stringimu li mani
nesci lu suli e ancora ballamu,
scind'u suli e no 'ndi stancamu
a tarantella e no 'ndi stancamu... 
(Passa lu mari)

martedì 27 marzo 2012

La ''falsa politica'' e gli uomini d'onore

Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri che secondo la leggenda fondarono le tre mafie(Illustrazione di Enzo Patti)

La recentissima notizia del caso di Marco Puntorieri, ''uomo d'onore'' ucciso dalla 'ndrangheta dopo essere stato attirato in un tranello con l'inganno, mi ha fatto tornare alla mente un episodio della mia vita accaduto quando ero sotto le armi, che in qualche modo ha contribuito a formare il mio modo di pensare ed agire attuale. 
L'anno era il 1982, la localita' non ha importanza, era una caserma dell'Esercito, una di quelle cosiddette ''operative'' e per questo oltre ai bravi ragazzi come potevo essere io vi si trovavano arruolati anche tanti facinorosi, aspiranti malavitosi o delinquenti titolati a tutti gli effetti. I bravi ragazzi erano spesso considerati dagli altri dei fessacchiotti e per questo emarginati, ma a volte l’istinto di aggregazione che ha sempre caratterizzato la nostra gente quando si trova lontano da casa prevaleva, cosicché qualcuno veniva accettato nel gruppo. E così fu nel mio caso; va detto che io sono cresciuto “in strada”, ed ero già allora abituato ad avere a che fare con gente “border-line” con la giustizia. In definitiva, sapevo come comportarmi per stare tranquillo, e stare tranquillo a quei tempi era una necessità per chi come me non intendeva entrare in meccanismi pericolosi. 
L’essere accettato non comportava automaticamente la partecipazione alle attività poco ortodosse del gruppo (per fortuna, dico io); in caserma a quei tempi le problematiche da affrontare erano di due tipi: quelle prettamente militari, e quelle attinenti alla vita sociale tra commilitoni di tutte le località d’Italia e per questo con molteplici aspetti e sfaccettature. In caserma fare parte di un gruppo, quale che ne fosse la provenienza, aiutava molto, e la fratellanza per me si concretizzava nelle uscite per andare a cena fuori, partite a carte a “patruni e sutta”, tarantelle il sabato sera in camerata quando gli ufficiali erano fuori, e tutto quanto poteva richiamare alla mente l’aspetto folkloristico dei nostri usi e costumi; ci illudevamo così di essere a casa. Accadeva però, di tanto in tanto, che i miei “amici” ritenessero necessario regolare qualche problema con altri commilitoni, e che, per quella deformazione mentale bacata caratteristica di certi ambienti, l’unico modo per ottenere la cosiddetta “soddisfazione” fosse la violenza. Va detto, su questo specifico argomento, che il nonnismo in caserma era una vera e propria piaga, era praticato indistintamente dai militari anziani provenienti da tutta Italia, e aveva uno dei suoi punti di forza sul silenzio delle vittime, che venivano sottoposte a scherzi e vessazioni spesso al di là del sopportabile. I gruppi composti da elementi “difficili”, ottimizzavano a loro uso e consumo la perversa usanza del nonnismo, traendone vantaggio nell’imposizione del “rispetto” e questo era un aspetto relativo a tutte le aree geografiche di provenienza, anche se per le regioni del nord era meno marcato. Nel gruppo di reggini di cui facevo parte io erano egemoni due appartenenti a famiglie dichiaratamente ‘ndranghetiste, tutti e due “battiati”, come si dice, e le regole vigenti rispecchiavano quindi quelle dell’ambiente di provenienza dei due. All’inizio ero tenuto fuori da questo aspetto dell’attività del gruppo, ma dopo un po’ di tempo, evidentemente ritenendo di potermi dare fiducia gli altri cominciarono a parlare in mia presenza anche di qualche piccolo problema da risolvere. Piccole cose, il gavettone da fare al caporale lombardo per rappresaglia oppure l’avvertimento al polentone che esagerava; comunque sempre azioni che venivano attuate applicando la mentalità mafiosa che vede il potere dello stato come un nemico, e gli “amici” come quelli che sono delegati a risolvere le controversie. Un giorno accadde che un caporale ebbe un diverbio con un componente del gruppo, giungendo quasi alle mani; furono separati dall’ufficiale di servizio, ed entrambi consegnati in caserma. Secondo i miei “amici” la cosa non poteva finire lì, occorreva ottenere “soddisfazione”; il caporale era calabrese del reggino, e questo rendeva l’episodio assolutamente importante negli equilibri perversi dell’ambiente. La discussione che deliberò l’intervento contro il caporale si svolse in mia presenza, e contribuì notevolmente a farmi comprendere la pochezza e falsità degli atteggiamenti “onorevoli” di cui vantavano la titolarità gli appartenenti all’onorata società. “Cumpari, u caporali sbagghiau, e havi a pavari!” (compare, il caporale ha sbagliato e deve pagare!) disse quello che era stato offeso (secondo lui). Ora, parlando tra persone normali, “sbagghiau” (ha sbagliato) è un concetto relativamente soft, ma quando ad usare quel termine sono i cosiddetti “uomini d’onore” la cosa cambia. Lo “sbaglio” è considerato una colpa grave ed è spesso punito con la morte, nel codice della ‘ndrangheta; ma io a quei tempi non lo sapevo, altrimenti appena sentita la parola avrei abbandonato la discussione terrorizzato, ben sapendo con chi avevo da fare. E onestamente penso proprio che mi sarei fatto i fatti miei, sarei un bugiardo se adesso affermassi il contrario. Stetti quindi a sentire il seguito della discussione, la riporto a memoria in italiano: “compare, se fossimo a casa nostra, sapremmo bene come risolvere la cosa, ma qui siamo scoperti, e dobbiamo andarci piano” - disse uno dei due “aristocratici” della ndrangheta.- “una lezione però dobbiamo dargliela, a quell’infame, dobbiamo almeno dargli un sacco di legnate” - insistette l’offeso - “certo, questo è sicuro, altrimenti qua perdiamo credibilità” - rispose l’altro. “Ma come facciamo? Non è mai solo, è difficile beccarlo in un posto isolato.” - A questo punto intervenne l’altro “ndranghetista”, più anziano e certamente più scafato degli altri presenti: “vi dico io come facciamo: gli facciamo la falsa politica! Tu devi andare da lui a rappacificarti.” - disse rivolgendosi all’offeso, che lo guardò stupefatto, ma senza dire una parola - “Gli devi dire che avete esagerato tutti e due, che per te la cosa finisce qui. Lo devi convincere che può stare tranquillo. Dopo che si tranquillizzerà, tra un mese o più, lo inviterai a bere con te allo spaccio della caserma, dopo il tramonto; lo aspetteremo per la strada, al buio, quando tutti sono in libera uscita e gli daremo la lezione che merita.” E così fu stabilito. Per fortuna, non so se per caso o perché qualcuno denunciò il progetto, il caporale dopo una settimana fu trasferito in una caserma vicina, e credo che la cosa sia finita lì. 
La “falsa politica”... Gli uomini d’onore agiscono così: nel buio, ingannando l’avversario, tanti contro uno solo. La “falsa politica”, un concetto che ho poi ritrovato più volte in testi specializzati sulla ‘ndrangheta, e che io ho potuto “toccare con mano”.  Il mito del cavaliere da cui sarebbe stata fondata la ndrangheta, i libri sacri, la Bibbia stessa, i riferimenti ai Santi, l’aspetto eroico dell’essere ‘ndranghetista, l’onore, tutte chiacchiere. Violenza, inganno, abusi, sopraffazione e meschinità, questi sono aggettivi più appropriati per definire la mafia. 
Noi eravamo ragazzi, in realtà, ed ognuno seguiva un destino che in parte era già scritto ma in parte avrebbe scritto personalmente con le sue azioni successive. Erano ragazzi anche i due ‘ndranghetisti, che pur atteggiandosi a boss commettevano l’errore di parlare di cose di ‘ndrangheta davanti ad un estraneo come me. Io ho fatto tesoro di questa ed altre esperienze che ho fatto da giovane, ma sono stato anche molto fortunato; tanti miei amici d’infanzia non lo sono stati.

domenica 18 marzo 2012

Cannavò: La leggenda della strage di Pasqua

La contrada Cannavo' di Reggio Calabria si trova sulla riva destra del torrente Calopinace, l'antico fiume sacro Apsias dei greci. Anticamente era famosa per la coltivazione della canapa, da cui secondo alcuni storici prenderebbe il nome. La tradizione orale, riportata  dallo storico Carlo Guarna Logoteta (autore tra l’altro de La storia di Reggio Calabria dal 1797 al 1860), riferisce di un orribile fatto di sangue ivi avvenuto nel XVII secolo: 
il giorno di Pasqua di un non precisato anno del XVII secolo si celebro' il matrimonio tra due giovani del paese; com'era tradizione tutti i paesani vi parteciparono allegramente. Nutrite scariche di fucile ruppero il silenzio all'uscita degli sposi dalla chiesa in segno di gioia. All'improvviso un cagnolino si avvicino' alla sposa e le urino' sul vestito nunziale. Inizialmente la cosa fu presa con ilarità e come segno di buon augurio, ma lo sposo ne rimase negativamente colpito; colto da ira incontenibile improvvisamente afferrò un fucile e sparò, colpendo a morte il cane; immediatamente il padrone del cane reagì uccidendo lo sposo. Un parente dello sposo rispose al fuoco uccidendo il padrone del cane, ed in breve tempo si scatenò quindi una furiosa sparatoria che vide irrazionalmente tutti contro tutti. Il parroco del paese si affacciò sulla soglia della chiesa e mostrò il Santissimo Sacramento cercando di placare la furia omicida, ma ne cadde vittima anch’esso, colpito a morte. Al termine dell’orribile evento pochi rimasero illesi, soprattutto vecchi, donne e bambini. Appena le autorità reggine seppero dell’accaduto informarono la Regia Udienza di Catanzaro, che si affrettò a inviare un uditore (magistrato) con alcuni bargelli (ufficiali con poteri di legge marziale). Ma l’orrore non era ancora giunto a termine e, quando l’uditore giunse a Cannavò, uno dei superstiti della tragedia, forse timoroso di essere a rischio egli stesso di condanna, lo uccise in località Malopasso. La Regia Udienza rispose ferocemente ordinando che il villaggio fosse raso al suolo. L’ordine fu eseguito da Giovan Battista Cigala, Principe di Tiriolo, che però risparmiò la chiesa spargendo sale sulle povere rovine. Negli anni successivi la chiesa praticamente abbandonata cominciò a deteriorarsi e le autorità cittadine disposero che le campane, gli arredi e la statua del Santo Patrono fossero trasportate altrove.
Fin qui la storia narrata dal Logoteta, che afferma di averla ascoltata dal parroco di Cannavò nel 1844. La stessa storia fu ripresa anche da Rocco Cotroneo, storico ed attento cronista dei fatti calabresi del primo novecento; il Cotroneo non si limitò però a riportare la tradizione orale, ma effettuò una ricerca approfondita, scoprendo che negli archivi di Reggio e di Catanzaro non vi è traccia dei fatti descritti, e che, anzi, nell’Archivio Diocesano di Reggio Calabria esiste la prova che a Cannavò ci fu sempre un parroco, dimostrazione del fatto che il paese non fu mai distrutto completamente.  Il Cotroneo ne dedusse che probabilmente vi fu veramente un grave evento delittuoso, anche se da ridimensionare rispetto alla memoria popolare, e che la reazione della Regia Udienza fu pesante ma indirizzata solo ad alcuni abitanti del villaggio. Successivamente il terremoto del 1783 causò lutti e rovine e probabilmente, come accade spesso, la fantasia popolare unificò i due eventi sino a creare la leggenda della strage di Pasqua.
Pasqualino Placanica
Bibliografia:--Carlo Guarna Logoteta: “Albo Reggino” ( “L’Avvenire di Calabria”), anno III, 1864               Rocco Cotroneo:  “Rivista Storica Calabrese”, anno 1903, pp. 133-147

martedì 6 marzo 2012

Reggio Calabria: La città sprofonda in un sottosuolo "groviera"

Da anni in città continuano ad aprirsi voragini nel manto stradale, in modo particolare da quando sono iniziati i lavori per la metanizzazione, periodo durante il quale la città è stata consegnata in ostaggio alle ditte che ogni giorno, per anni, hanno aperto e chiuso al traffico senza una logica e senza un controllo l'intera rete viaria cittadina. Al termine dei lavori il risultato visibile è stato quello di una specie di groviera, che a lungo andare ha generato nel sottosuolo cittadino una rete indecifrabile di gallerie e caverne dove scorre sia l'acqua piovana che quella scaricata in strada da perdite ed altre cause. Oggi 6 marzo, all'incrocio di Via Marvasi, praticamente davanti al Tribunale la situazione è quella che si vede in queste foto:





Di questa buca si è interessato il giornale online Zoomsud.it a novembre dell'anno scorso, evidentemente senza alcun esito positivo. E di buche come questa, piene di acqua che viene fuori da chissà dove, la città è piena. Nel settembre 2010 a Pentimele, in prossimità del PalaCalafiore, si è aperta una voragine impressionante, che ha causato l'interruzione della strada interessata. Urge un intervento di monitoraggio in merito, prima che un bel giorno la città si svegli e scopra che il Castello Aragonese, o il Tribunale, o magari, che ne so, il PalaCalafiore, non ci sono più, ingoiati da questo sottosuolo infido e comunista che lavora contro la città per danneggiare il modello Reggio.

mercoledì 15 febbraio 2012

Il Festival della cialtroneria di stato.

 
Festival di Sanremo 2012
Stare a sentire per decine di minuti Adriano Celentano mentre farnetica contro questo e quello non ha prezzo. Per tutto il resto c'è la RAI. Pur di fare ascolti la TV di stato ha accettato di abbassarsi a fare da amplificatore alle pseudo verità assolute del cantante/santone, permettendogli persino di attaccare a livello personale un giornalista, che Celentano ha definito "deficente" senza però spiegare perchè. Come dire: "se ve lo dico io vi deve bastare". Certo, lui ha il verbo, la parola, e quindi ciò che dice deve essere accettato senza se e senza ma. Patetico lui e ridicola la RAI, che per guardarsi il sederino ha persino organizzato un attacco simultaneo verso lei stessa. Hanno cominciato i due delle Iene, hanno proseguito Celentano, Gianni Morandi e Pupo. Hanno parlato di epurazioni e errori della RAI. Certo, diranno adesso i tromboni di Viale Mazzini "siamo democratici, ammettiamo anche gli sbagli"...anzi li usiamo per risalire a galla! Ma nella cacca non è facile risalire a galla, ci vuole ben altro che un Celentano qualsiasi. Per adesso l'unica cosa da annotare, oltre che il pessimo spettacolo e la ottima dimostrazione di inefficienza data ieri sera, c'è l'ennesimo spreco di soldi pubblici usati per fare sparlare un ottimo cantante e cantare un pessimo oratore.

venerdì 27 gennaio 2012

“Il coraggio uno non se lo può dare” (A. Manzoni)

Per essere coraggiosi bisogna prima aver paura, poi vincerla e quindi agire. Se non si ha paura non c'è bisogno di essere coraggiosi. Per vincere la paura ci vuole, oltre alla predisposizione mentale, anche TEMPO. Si, tempo: istanti, minuti, ore, o giorni. E chi si è già dimostrato coraggioso non lo sarà in ogni occasione. C’è chi ha paura di un topolino e poi fronteggerebbe un toro infuriato; chi affronta situazioni estreme con efficienza e poi si blocca nel momento in cui nella stessa situazione è coinvolto un familiare. Solo esempi, naturalmente, ma come questi se ne potrebbero fare tanti altri. Nessuno di noi è immune da questo aspetto: chi crede di essere “assolutamente” coraggioso prima o poi nella vita avrà modo di scoprire che non è mai così. Non credo che restare calmi su una nave che sta affondando sia tra i casi di coraggio più comuni; che anche il comandante possa essere preso dal panico è una possibilità. Detto questo, penso che accusare il comandante Schettino solo di codardia sia un onore troppo grande per uno come lui; sarebbe come attribuirgli un’umanità che non ha dimostrato di avere. Si può avere paura, è umano come dicevo prima, ma il comandante Schettino ha (forse) avuto paura dopo aver dimostrato di non tenere nel dovuto conto la sua responsabilità di comandante di una nave passeggeri. D’iniziativa o su indicazioni ricevute (poco importa), a mente lucida quando non aveva paura se ne è fregato di norme e regolamenti, della sicurezza degli uomini e donne che confidavano in lui. Questa è la colpa che Schettino non potrà mai scaricare dalla sua coscienza. E chi ha attribuito a Schettino doti professionali tali da permettergli di comandare una nave, ha responsabilità pari se non superiori. Ah, dimenticavo: il capitano De Falco della Capitaneria di Livorno non è stato coraggioso, non ne ha avuto bisogno. È stato altamente professionale, che era la cosa di cui c'era bisogno in quel momento. Non un eroe, ma un esempio per tutti.

martedì 17 gennaio 2012

L'abbandono di Piazza Carmine

(da zoomsud.it)
Piazza Carmine a Reggio Calabria è una delle piazze più antiche della città, ben pochi episodi della nostra storia non l’hanno trovata coinvolta in parte o in toto. E come si addice ad un “personaggio” di così importante caratura, anche per gli aspetti negativi la nostra piazza è presente e partecipe...allo sfascio in questo caso. Dopo lo scempio del gigantesco barbecue delle Feste Settembrine, quando la fontana di recente costruzione e di “leggendario” funzionamento (nel senso che il suo regolare funzionamento è una leggenda metropolitana) è stata usata come cassonetto per l’immondizia per carbone, oli bruciati e rifiuti vari, adesso ci troviamo di fronte ad un invaso pieno di acqua putrida, molto vicino, per aspetto all’acqua delle paludi malariche. La domanda che sgorga spontanea da cuore di chi, come me, ama questa piazza (io vi sono nato e cresciuto) è: ma non sarebbe stato meglio, visti i risultati ottenuti, lasciare la piazza com’era prima del restyling? Nonostante  l’antico mercatino giornaliero ed il chiasso derivante, non si era mai raggiunto un livello così basso.



mercoledì 7 dicembre 2011

"La ndrangheta vota chi vince!" - Il governatore Scopelliti si arrampica sugli specchi....

 “La ndrangheta vota chi vince!” ha dichiarato, da quanto risulta dalle notizie di stampa (nota 1  nota 2  nota 3), il governatore Giuseppe Scopelliti nel corso del suo intervento al convegno promosso dal Museo della ‘ndrangheta sul tema “L’area grigia della ‘ndrangheta: relazioni di complicità e collusioni tra cultura, economia e politica”. È un concetto difficile da digerire specialmente se associato, come fa Scopelliti, all’altro concetto (sempre da lui espresso) che afferma che “la maggior parte dell’elettorato reggino è liberamente in grado di esprimere le proprie scelte”. È quasi comico (mi si perdoni il termine, ma non ne trovo un altro idoneo) sostenere che il voto a Reggio non è condizionato, che il risultato è pulito, e contemporaneamente asserire che la ndrangheta vota chi vince. Mi è difficile immaginare una ndrangheta con la sfera di cristallo, che vota chi sa che già comunque vincerà (ma se già vincerà, a che gli serviranno i voti della ndrangheta?); riesce anche difficile immaginare una ndrangheta che si presenti a incassare “a sanatoria”, dopo le elezioni rivendicando il merito di un successo di cui era già palese l’esito, e mi riesce difficile immaginare un politico onesto  che cosciente di essere stato eletto con voti puliti si presti poi ad appoggiare le azioni criminali dell’onorata società. In merito ai due consiglieri regionali arrestati (Zappalà e Morelli) Scopelliti ha parlato di un “codice etico” sottoscritto da tutti, ha detto di avere richiesto in alcuni casi il certificato del casellario giudiziario. Come se un individuo disonesto al punto di vendersi alla criminalità organizzata possa avere problemi morali a dichiarare il falso, o firmare un accordo e poi non rispettarlo, oppure come se un incensurato non possa essere un delinquente, di fatto o potenziale. “Alzi la mano in questa sala chi sapeva che Franco Morelli avesse questo tipo di rapporti”, ha esclamato Scopelliti. Certo, a Reggio di Franco Morelli (cosentino) si sapeva poco o niente, probabilmente la maggior parte dei presenti in sala non lo conoscevano nemmeno prima del suo arresto; ma su altri, reggini puro sangue che ancora orbitano regolarmente attorno al governatore anche con incarichi di responsabilità, se avesse chiesto informazioni alla platea avrebbe avuto certamente risposte argomentate. Ed alla fine, il passaggio su non meglio identificate testate giornalistiche calabresi che... “ogni anno registrano perdite tra 600 e 700 mila euro. L'informazione e' un settore in cui c'è gente sempre pronta ad investire con la giustificazione che si vuole offrire un contributo di crescita ai calabresi. Com'è possibile che possano nascere nuovi giornali, e per fare cosa, in una regione dove si legge poco o niente. Cominciamo a domandarci a 360 gradi di tutto”. Come a voler dire che c’è una specie di forza maligna che utilizza certa stampa per fini illeciti. Ma “attenzione a delegittimare la politica” dice il governatore... “serve solo alla ‘ndrangheta ed ai poteri occulti che pensano in questo di poter condizionare l’azione politica nei diversi territori.” Evidentemente Scopelliti preferisce delegittimare la stampa e non citando le testate a cui si riferisce, trascina tutti nel calderone.  Ma se mi guardo intorno a 360 gradi le domande che mi vengono in mente per prime sono altre, a cui il governatore ex sindaco di Reggio Calabria continua a non rispondere; la politica e' un settore in cui c'è sempre gente pronta ad investire con la giustificazione che si vuole offrire un contributo di crescita ai calabresi, ma se il contributo è quello che vediamo attualmente, con un degrado galoppante in tutti i settori nevralgici, sanità e trasporti in testa, nasce spontanea la domanda; com'è possibile che possano nascere come funghi nuovi movimenti, liste elettorali e candidati spesso a sorpresa,  e per fare cosa, in una regione dove si amministra poco o niente? E potrebbe Scopelliti spiegare ai calabresi ed ai reggini in particolare perché in questa regione esistono comuni che ogni anno registrano perdite di decine di milioni euro? Non ce l’ha fatta, il governatore, a convincermi che in Calabria e soprattutto a Reggio la ndrangheta non cerca costantemente di condizionare l’esito delle elezioni  “prima” delle votazioni. Non è riuscito a convincermi che è la ndrangheta a cercare di agganciare i politici: gli atti processuali raccontano una cosa diversa, parlano di file di aspiranti eletti dietro la porta dei boss  a chiedere sostegno, e parlano di boss che si permettono il lusso anche di pianificare l’elezione dei candidati e proiettarne nel futuro gli sviluppi della carriera politica.  Con le sue parole non è riuscito a convincermi che una fetta di politica, di questa politica, non è marcia e di conseguenza dannosa per Reggio e la Calabria. 

lunedì 21 novembre 2011

Un commento che vale un post


Ho ricevuto da un caro amico un supercommento sul mio post "Il banchetto tra amici"; non posso fare a meno di pubblicarlo come post, perché questa è la dignità che a mio parere merita un testo così.  Vorrei solo precisare che il mio non era "un articolo sulla nettezza urbana", intendeva bensì, usando la metafora di un episodio realmente accaduto, far risaltare per l'ennesima volta l'andazzo secolare che segue questa bellissima ma sfortunata città; vorrei anche dire che io non mi "alzo a criticare questo e quello" e che non ho soluzioni definitive per nessun problema, penso solo che se qualcuno evidenzia gli errori, a furia di individuarli alla fine dovrebbe venire fuori la soluzione, se non altro per esclusione. E poi, caro amico mio, il mio blog si chiama Liberopensatore tuttoattaccato.


Ciao Libero Pensatore
Ho letto sul tuo blog l'articolo sulla nettezza urbana; anche io ho qualche ricordo della mia fanciullezza.
Non so se le date corrispondono perché io son nato nel 1956 e tu, credo, qualche anno dopo
ma anche io ho miei ricordi. Io abitavo in via Torrione, vicino al Municipio a pochi passi da Piazza De Nava.
Anche io mi ricordo benissimo “Lo spazzino”, una volta si chiamava così, e non era una bestemmia.
Era un uomo, non mi ricordo la sua faccia, ma è vero, bussava alla porta col suo sacco di tela cerata e noi gli davamo la spazzatura. Il sacco non era enorme, forse noi eravamo molto piccoli e lo vedevamo enorme.
Eravamo 4 in casa. La spazzatura era sempre un piccolo sacchetto spesso una busta di carta della Standa.
Cosa c’era dentro ? Se faccio uno sforzo mi ricordo qualcosa !
Andiamo per esclusione forse è meglio
Buste di latte ?
No, il latte lo prendevamo direttamente dal lattaio in una bottiglia di vetro. Sempre la stessa !
Bottiglie di birra?
No la birra era una cosa mai vista, se ne beveva qualcuna al bar, raramente
Bottiglie di acqua?
Mai avute, si beveva l’acqua del rubinetto
Gli involucri delle uova ?
Erano solo buste di giornale e avevano un utilizzo in un altro ambiente
Bottiglie di vino ?
Sempre la stessa si andava in bottega e si tornava con la bottiglia piena
Forse mi ricordo male ma forse no
Mia mamma mi preparava il latte la mattina e dentro non c’era nesquik, ne i kellogs e nemmeno i biscotti del “mulino bianco”. Paradossalmente i mulini erano davvero bianchi ma non c’erano i biscotti del mulino bianco.
In genere c’era un pezzo di pane (non sempre) avanzato dal giorno precedente.
Il pane !  Non ne rimaneva quasi mai !
Insomma cosa c’era nella spazzatura ?
Te lo dico io:
Le bucce di qualche pera o mela. Banane mai, erano il frutto proibito, costavano care.
Qualche scorza di uovo la buccia di qualche patata. Tagliata sottilissima ovviamente.
Per riempire un sacchetto della spazzatura ci voleva un bel po’.
Uno spazzino “consentimi di usare questo termine” ma si chiamava così, per riempire un sacco bussava a 10 famiglie, forse anche di più.
Ma c’è un’altra cosa che mi ricordo benissimo.
Un episodio che è rimasto nella mente di un ragazzino di 12 anni come ero io al tempo.
Io avevo 12 anni nel 1968 tanto per essere precisi. In quel periodo non è venuto lo spazzino per  mesi.
Non è che non venisse a casa mia, non andava da nessuno e la gente, ovviamente portava la spazzatura in un angolo della strada. Mi ricordo perfettamente dove. Era l’angolo tra la via Torrione e la traversa che portava al “PIO X”. In quel posto per molto tempo andavo personalmente a depositare la spazzatura
Del resto non c’era un posto dove metterla.
Insieme a me, tanti altri andavano li a depositare. Ogni tanto veniva un camion con operai armati di pale e la caricavano sul cassone. Poi misero un cartello. “E’ vietato buttare la spazzatura”
Ma lo spazzino non passava e ovviamente tutti continuavano a depositare la spazzatura li.
Dopo qualche tempo arrivarono i vigili e qui avvenne una cosa importante
Si misero a rovistare tra la spazzatura e trovarono una prova della mia colpevolezza.
Avevo messo nell’immondizia anche un mio quaderno di scuola. Quaderno sul quale avevo ovviamente scritto nome  cognome ed indirizzo. Ed eccoli bussare a casa.
Apro io e mi dicono: Sei tu questo ?  In mano avevano il quaderno col mio nome e cognome
Io guardo il quaderno e capisco al volo che sono nei guai. Mi sono terrorizzato, ma loro non hanno battuto ciglio. Hanno elevato una contravvenzione a mio padre ricordo la cifra per quel tempo enorme.
Qualcosa come 10 mila lire ! Avevo il terrore di dirlo a mio padre quando sarebbe tornato.
Questi zelanti tutori dell’ordine comunale non solo non hanno ceduto alle mie supplice ma ne hanno combinata una ancora più grave.
Lo so che adesso non ti viene da credere ma ti assicuro che è così.
Nei pressi di casa mia c’era una famiglia benestante. Avevano una cameriera che faceva di tutto in casa.
E tra i vari incarichi, la donna, aveva anche  il compito di buttare l’immondizia.
Quando i vigili sono andati a casa di questi benestanti. I signori si son difesi.
- Non abbiamo buttato noi l’immondizia, è stata lei- e i vigili hanno fatto la multa  a lei, questo lo ricordo benissimo !  Perché la poveretta, venne piangendo da mia mamma con la multa in mano
La verità la sai qual è ? Una volta la spazzatura veniva smaltita in modo artigianale.
In effetti la plastica era poca e spesso la spazzatura si decomponeva in un compost naturale che non arrecava danni ambientali gravi. Nessuno si preoccupava di cosa e di quando. Non c’erano le leggi che lo impedivano. In Italia abbiamo fatto tutte le leggi per difendere il territorio senza fare le strutture.
 Successivamente misero i cestini ed i cassonetti perché era più conveniente la raccolta dal momento che serviva molta meno mano d’opera. Ma c’è un altra cosa che dimentichi. La raccolta della spazzatura era gratuita per il cittadino. Non si pagava la Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
Il fatto è che una volta un cittadino che veniva colpito da una sanzione iniqua come quella di cui ti ho parlato, la pagava e basta. Oggi vai dal legale. E così facendo intasi i tribunali.
Costi enormi per pagare magistrati avvocati cancellieri ecc. Tutto perché la discarica non la vuole nessuno.
È facile adesso che un Libero Pensatore si alzi a criticare questo e quello.
Tutti potremmo criticare del resto. Ma la verità è che non è per niente facile gestire certe cose.
E se ha la soluzione fatti avanti ! Ma sai cosa succederebbe ?
In generale non ti ascolta nessuno. Ma se dovessi superare questo muro ed essere ascoltato, in questo caso, avrai cento cog...ni che dicono che stai sbagliando o che sei d’accordo con qualcuno losco losco losco.
Ciao,
Alfio
(di Alfio Mannuzza) 

martedì 25 ottobre 2011

Il banchetto tra amici

A Reggio Calabria, ai tempi della mia fanciullezza la raccolta dei rifiuti era di una semplicità estrema. O almeno così appariva ai miei occhi: c’era il netturbino che girava per il quartiere e prelevava i sacchi direttamente dalle abitazioni, anche ai piani superiori; aveva un sacco enorme di tela impermeabile robustissima, se lo caricava sulle spalle e saliva le scale fino al terzo piano dove abitavo io, bussava alla porta e mia madre gli consegnava i sacchetti che lui riponeva all’interno del suo enorme sacco. Sceso in strada scaricava il sacco nei secchi della sua bicicletta a tre ruote e proseguiva il giro fino al completamento del carico. Era sempre lo stesso, e veniva tutti i giorni esclusa la domenica; ne ricordo il viso come fosse adesso, aveva due grossi baffi neri, capelli impomatati pettinati all’indietro ed occhi nerissimi. Per me bambino la cosa finiva lì; dove andasse a finire la spazzatura successivamente non era cosa che mi interessasse. Ma nella mia memoria di bambino non ci sono cumuli di spazzatura per le strade. Successivamente la città sprofondò in un buio profondo, preda di pescecani che fecero fortuna sulle sue spoglie (...tutto questo mi ricorda qualcosa...mah!). Tra le tante cose che non andavano c’era appunto la raccolta dei rifiuti: l’amministrazione comunale era praticamente latitante. Il netturbino “di quartiere” era una figura ormai svanita, rimanevano solo quelli che spazzavano le strade, ammassare rifiuti a cumuli per strada era la normale (!) prassi, e la gente cercava di trovare il posto più adatto o, per meglio dire, meno inadatto. Considerato che la raccolta avveniva saltuariamente a sorpresa, è facile immaginare qual’era la situazione igenico-sanitaria. C’è un viale della città, il viale Aldo Moro, dotato di aiuole spartitraffico tra le due corsie dove la spazzatura veniva ammucchiata proprio nelle aiuole, al centro della sede stradale. Ricordo che in occasione della visita in città del Presidente della Repubblica Sandro Pertini, poiché il viale era compreso nel percorso presidenziale, l’amministrazione comunale di allora anziché prevedere un intervento straordinario di raccolta  non trovò di meglio da fare che prelevare la spazzatura dalle aiuole e...ammassarla in fondo alle traverse laterali; in qualche caso i cumuli arrivavano all’altezza dei balconi dei primi piani. Nella via dove abitavo a quei tempi la spazzatura  veniva raccolta in fondo alla strada, che terminava con un alto muro, antico argine del torrente Calopinace che scorreva dal lato opposto. Ricordo che ogni sera, quando tornavo a casa (abitavo ancora nella casa paterna) con i fari della mia auto puntavo il fondo della strada e puntualmente causavo il fuggi fuggi generale di topi e gatti che banchettavano pacificamente insieme. Andò così per anni. Un giorno, tra le tante iniziative di spesa finalizzate a rimpinguare le tasche personali dei vari pescecani, l’amministrazione comunale acquistò una fornitura di contenitori per sacchi di spazzatura da istallare in strada. Erano praticamente dei grossi cestini metallici fatti di rete con coperchio, al cui interno venivano messi dei sacchi di plastica. Una mattina giunse un camion del comune e scaricò i cestini anche nella strada dove abitavo io, posizionandoli esattamente al posto del solito cumulo di spazzatura, in fondo alla strada. E i cittadini, seppur scettici, aderirono all’iniziativa diligentemente: al termine della giornata i cestini erano pieni e non c’era neanche un sacchetto di spazzatura abbandonato in strada. Quella sera tornai tardi a casa, a notte fonda; avevo dimenticato la novità, e quando come al solito i fari della mia auto puntarono il muro, restai stupito. Rammentai subito i cestini, ma mi resi conto che oltre all’ordine inconsueto che vedevo c’era qualcos’altro che non andava. Scesi dall’auto e  capii: per terra c’erano diversi topi sbranati dai gatti. Si erano dati appuntamento per banchettare come di consuetudine ma stavolta mancava la materia prima, il cibo; i cestini erano impenetrabili. E come è normale anche se crudele quando c’è carestia, il più debole era diventato cibo del più forte. Per qualche giorno la raccolta funzionò, ma ben presto non venne nessuno a prelevare i sacchi pieni ed a sostituirli, e la cittadinanza, suo malgrado, iniziò a riporre i sacchetti ai piedi dei cestini. I gatti impararono a entrare dentro i cestini che stracolmi rimanevano aperti, e dopo un po’ tornarono anche i topi. E così riprese il banchetto tra amici: i gatti e i topi insieme tra l’immondizia, ed i pescecani a casa loro alla faccia dei reggini....e la storia continua....

mercoledì 19 ottobre 2011

Il modello Reggio affonda e i topi abbandonano la barca


È ormai assodato che i conti del comune di Reggio Calabria sono non “in rosso”, ma praticamente allo sfascio totale; la notizia della relazione degli Ispettori del Ministero delle Finanze mette il punto esclamativo finale ad una parola che da mesi si sente ripetere in città, puntualmente smentita con enfasi dai sostenitori dell’attuale governatore della Calabria ed ex sindaco di Reggio nel periodo  interessato allo sfascio; la parola è DISSESTO! Il sindaco Arena, in un comunicato stampa allucinante cerca di arrampicarsi sugli specchi per mantenere un minimo di dignità istituzionale, e riesce ad ottenere l’effetto contrario quando asserisce che i rilievi fatti dagli ispettori... ”non aggiungono alcun nuovo elemento rispetto a quanto già accertato autonomamente da questa Amministrazione sin dall’inizio della legislatura nell’ambito di una scrupolosa  attività di ricognizione finalizzata alla programmazione”. Ammettendo quindi di essere da sempre (dall’inizio del suo mandato) al corrente di tutto e di avere, ciò nonostante, continuato a gettare fumo negli occhi alla cittadinanza proseguendo nell’enfatizzazione del cosiddetto modello Reggio e lodando (fino ad oggi) l’operato di chi è riuscito nel corso del suo mandato a maturare le motivazioni per ottenere al primo controllo serio ben 22 rilievi per irregolarità gravi. Complimenti al sindaco Arena, e complimenti a tutti i consiglieri ed assessori dell’attuale amministrazione e di quelle precedenti targate Scopelliti, che non hanno mai perso un secondo per sfornare comunicati stampa a raffica di solidarietà o di lode al loro leader Peppe Scopelliti ed al modello Reggio, decantandone le presunte qualità. Ma tutti questi signori, tanto proliferi di lodi e consenso, nonchè di solidarietà verso chi di loro veniva “attaccato” politicamente, che fine hanno fatto?  Com’è possibile che dopo quasi 48 ore dalla madre di tutte le notizie, quella che più di tutte colpisce a fondo e probabilmente mortalmente tutto l’apparato Scopelliti, nessuno di loro ha scritto una riga che sia una per affermare la propria posizione? Non pensino questi signori, che sono andati in televisione a sostenere il modello Reggio, che hanno negato l’evidenza oltre ogni limite ragionevole fino all’ultimo minuto, di defilarsi adesso come che non sia successo niente. Non pensino neanche lontanamente di scomparire dalla scena per poi ricomparire, magari con un’altra divisa, come se quanto accade non sia di loro competenza. Tutti gli attori, principali, caratteristi e comparse del modello Reggio si sono ormai schierati definitivamente ed irreversibilmente e questa Città non permetterà a nessuno di loro di cambiare casacca politica in questo momento, nè mai. Il danno fatto è troppo grande, chi ha operato nell’apparato che ha gestito il comune di Reggio Calabria nell’era Scopelliti, se non subirà le attenzioni dell’Autorità Giudiziaria, potrà solo scegliere se passare per sprovveduto o per cialtrone. E questa Città non può più essere amministrata da sprovveduti, o da cialtroni, e men che meno da delinquenti.

mercoledì 12 ottobre 2011

Cola Pisci e il ponte sullo Stretto


Su seculi chi tegnu ‘mpuntellata
‘a punta d’a Trinacria lesionata
ora sintia chi supra d’i me spalli
vonnu mentiri n’atru sciaraballu.

Ferru e cimentu vonnu carricari
pi fari u ponti dilli meravigghi,
ma, si lu Patreternu fici ‘u mari
‘u fici p’a furtuna d’i so figghi.

Campastuvu mill’anni cu stu mari,
i megghiu genti viristuvu passari,
i so’ billizzi furunu cantati
d’i megghiu artisti p’i populi luntani.

Ora rrivaru sti barbari d’u nord
mi rruvinunu tuttu stu splendori
e ccuminciaru gia mi fannu danni
puru pirchì vui criditi ‘e loru storii.

Pozzu ‘ccettari, jeu chi nd’aiu curaggiu,
ch’i me paesani lassunu a sta genti
mi faci scempiu di sta bella  terra,
m’a fannu ddiventari cosa i nenti?

Vi vogghiu diri a tutti, amici mei,
chi jeu staiu cca pirchì ndi vali a pena,
mi cundannai a sta brutta vita p’a me terra
pi chistu Strittu d’i centu bellizzi.

Facitulu ‘nu sforzu puru vui,
iasati forti a vuci e proclamati
c’u Strittu è bellu assai di sta manera
cu navi, custardeddi e piscispati!

Mandamu p’a so casa i foresteri,
nta nostra terra decidimu nui!
facimulu stu scempiu mi finisci
sentiti a mia, vu dici Cola Pisci!

venerdì 7 ottobre 2011

Reggio, Arcigay: il Pdl si uniforma alla linea omofoba nazionale

Con la delibera n.311 del 4 ottobre pubblicata da oggi sul sito istituzionale della Provincia di Reggio Calabria, la Giunta guidata da Giuseppe Raffa ha annullato un precedente delibera (224) della Giunta Morabito che deliberava la nascita dell' “osservatorio per l'analisi dei fenomeni di discriminazione e violenza omofobici”. La delibera in questione era stata un'importante conquista dell'Arcigay reggina, che in sintonia con la Giunta provinciale di centrosinistra, istituiva un osservatorio innovativo in tutto il sud Italia, che aveva l'obiettivo di analizzare gli episodi di omofobia e soprattutto prevenirli attraverso attività di consulenza e formazione.
L'attuale Giunta di centrodestra ha ritenuto di annullare l'atto nel totale silenzio, senza aver ritenuto opportuno contattare la nostra associazione, che avrebbe avuto il compito di coordinare l'osservatorio, per comunicare i motivi di tale scelta o cercare altre soluzioni.
La maggioranza di centrodestra in Parlamento ha bocciato il testo di legge contro l'omofobia proposto dall'Onorevole Concia del Pd ritenendolo incostituzionale: il centrodestra reggino si uniforma alla linea omofoba e la supera, perché non decide in questo caso di negare la nascita di un nuovo progetto ma addirittura ritiene di annullare un progetto già avviato. Questo non adrà certo a scapito della nostra associazione (che continuerà come già fatto a dare assistenza e informazioni a chiunque ne avesse bisogno, a fornire sostegno legale e medico attraverso professionisti che mettono a disposizione gratuitamente la loro competenza, a fare formazione attraverso singoli accordi con le scuole per parlare assieme a professori e studenti di omofobia) ma danneggerà tutta la popolazione lgbt, le tante giovanissime vittime di discriminazione, violenza ed esclusione.
Come Arcigay riteniamo doveroso dare rilevanza a questa scelta omofoba dell'amministrazione guidata da Giuseppe Raffa, che avrà sulla coscienza tutti gli episodi di omofobia della Provincia reggina che avrebbero potuto essere preventivamente evitati, e tutte le vittime che non troveranno nessuna amministrazione pubblica al loro fianco ma “solo” la dedizione e l'impegno di volontari della nostra e di altre associazioni.
Un'ennesima conferma della politica del centrodestra reggino, mai presente a nessuna delle iniziative realizzate dall'Arcigay “I Due Mari” in questi quasi due anni, mai in piazza a difendere i diritti della popolazione lgbt: l'unica risposta è stata la pubblicazione attraverso i media di comunicati stampa di buoni intenti e che restano solo sulla carta, pur essendo il centrodestra alla guida di Regione, Provincia e Comune.
“I Due Mari”, comitato Provinciale Arcigay di Reggio Calabria 
Il Presidente,  Andrea Misiano

mercoledì 5 ottobre 2011

Lo scambio dei ruoli

Nella politica calabrese da tempo è in uso una tecnica ormai collaudata che permette ai personaggi, protagonisti di quella che definire farsa/tragedia è riduttivo, di rimanere a galla nella m...elma che essi stessi generano giornalmente a danno dei cittadini. L'ultimo esempio è dato dalla situazione dell'ATAM di Reggio Calabria, ma andiamo con ordine. Il caso emblematico è quello del Comune di Reggio Calabria. Se allo scoppio del caso Fallara Scopelliti fosse stato ancora in carica avrebbe avuto serie difficoltà a non dimettersi; ma era già scappato alla regione, con la complicità involontaria dei suoi elettori che non ci hanno capito una beneamata...; e voi vorreste che per un problema al comune di Reggio si apra una crisi alla Regione? Certo che no! Nel contempo, il sindaco in carica in quel momento che era Raffa, che colpa aveva di quello che dipendeva da fatti avvenuti quando il sindaco era un altro?  Anche lui non si è dimesso da sindaco. Giunto Arena, ha dovuto ammettere che la situazione è quello che è, ma che colpa ne ha lui, che è arrivato ora? E Raffa, che quando è stato sindaco facente funzioni ha fatto danni seri a detta di Arena stesso, non è pensabile  che adesso apra una crisi alla provincia dimettendosi. Riepilogando: Scopelliti ha responsabilità innegabili nella pessima  gestione del comune di Reggio Calabria, ma quando è il momento che ne risponda politicamente ricopre un'altra carica e quindi sfugge alla resa dei conti. Stessa cosa Raffa. Arena pur con una campagna elettorale all'insegna del "continuiamo insieme", rifugge responsabilità essendo appena arrivato e le scarica sul suo predecessore, Raffa. E ora veniamo al caso ATAM, che sembra avere un buco di bilancio di milioni di euro imputabili al piano aziendale 2008. Ma chi era l'amministratore a quei tempi: l'attuale sindaco Arena. Se adesso fosse ancora all'ATAM dovrebbe risponderne, ma non c'è! E chi c'è adesso che colpa ne ha, se è arrivato adesso? In definitiva, fanno danni e scappano dieci minuti prima che i danni vengano scoperti, come bambini, ma con l'aggravante che i bambini si vanno a nascondere, mentre loro si vanno a trovare un altro posto al sole dove continuare a farne altri. Si spostano da un posto di potere all'altro con una sincronia tale che ormai è  possibile prevedere in quale ente scoppierà la prossima crisi economica. Basta andare a vedere quale sarà il prossimo amministratore che cambia poltrona.

sabato 1 ottobre 2011

Portatori sani di coerenza, o ignoranti conclamati?


"Purtroppo la coerenza non la si compra, ne la si può prendere in noleggio: è una virtù naturale di cui fortunatamente noi siamo portatori sani"
Il portatore sano è un individuo contaminato da un agente patogeno o portatore di una malattia genetica recessiva, ma di cui non manifesta i sintomi.
Quindi, a detta del signor Germanò, che parla a nome del Coordinamento PdL Grande Città Reggio Calabria, lui ed i suoi "compagni" (mi scuso con loro per il termine per lui improprio) di partito hanno in se il virus della coerenza, ma non lo manifestano. Praticamente come tutte le persone incoerenti del mondo: potrebbero essere coerenti, ma non lo sono. E potrebbero trasmettere il virus della coerenza ad altri che rimangono nauseati dal loro comportamento? Ottima...metafora? (o il termine metafora è improprio?).
Le gaffe nei comunicati stampa sono di moda, attualmente non si parla d'altro che del tunnel immaginario del ministro Gelmini. Ma c'è una sottile differenza tra le gaffe commesse nel parlare di cose che in realtà non si conoscono, e quelle commesse nell'utilizzare termini altisonanti per dare più enfasi al discorso. La lingua italiana  è per questo aspetto unica, permette di esprimere lo stesso concetto in decine di modi, dal più complesso al più semplice, e pertanto non ci sono giustificazioni, soprattutto per un esponente politico che dovrebbe dimostrare attenzione in quello che fa; il signor Germanò, nel dubbio (ma non aveva dubbi, evidentemente) con una semplice ricerca sul web avrebbe scoperto che il termine che stava per usare esprime un concetto esattamente opposto a quello che lui intendeva esporre. Adesso i casi sono due: o, visto che parlava a nome del Coordinamento PdL Grande Città Reggio Calabria, segue l'esempio del portavoce della Gelmini e si dimette da....ma che incarico politico riveste? Oppure......adesso il dubbio sorge in me: forse voleva dire esattamente quello che ha scritto?