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"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
NON CAPISCO...E NON MI ADEGUO!!!
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mercoledì 5 settembre 2012

Antonello Venditti non è personaggio gradito in Calabria, ci venga se vuole come turista, ma non come cantante.


In altre parole, venga in Calabria a spendere soldi, se vuole, ma  non a incassarne dai calabresi.
Era il settembre 2009 quando scoppiò il caso "Venditti vs Calabria", come fu definito dalla stampa. Antonello Venditti, durante un suo concerto del 2008 in Sicilia, aveva pronunciato parole offensive e gratuite nei confronti della Calabria e dei calabresi: "Perchè Dio ha fatto la Calabria?...Ho conosciuto un ragazzo calabrese che prendeva il traghetto per la Sicilia, dove trovava una ragione, la cultura. In Calabria non c'è veramente niente, ma niente che sia niente." Il cantante era stato ripreso in un video caricato su Youtube, che il giornale online Strill.it scoprì e rese pubblico.

 In breve tempo semplici cittadini, esponenti della cultura (quella negata da Venditti) e politici di tutta la regione manifestarono la loro indignazione per il gesto compiuto dal cantante; gesto che appariva ancora più scorretto considerando le parole che Venditti aveva detto nel 2007 sul lungomare di Reggio Calabria, dove aveva elogiato la Calabria, asserendo di non capire come si potesse parlarne male. (Ma in quel momento era a libro paga dei cittadini calabresi, verrebbe da pensare). 
Alla fine di un mese veramente frenetico, con interviste a Venditti anche dalla televisione nazionale, lettere ai giornali a raffica da parte di cittadini indignati e quant'altro, il sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Scopelliti (in pre-campagna elettorale in corsa per la poltrona di governatore della Calabria) si recò a Roma a casa del cantante per riappacificarsi a nome dei calabresi; chi gliene abbia dato mandato è ancora un mistero, ma la fotografia di Scopelliti e Venditti a braccetto fa ancora innervosire tanta gente. Anche il governatore pro-tempore Agazio Loiero si recò da Venditti, naturalmente, ed anche lui ottenne parole di scusa e la promessa di recarsi "a breve" in Calabria e di mettersi a disposizione per "fare qualcosa per la terra che amava". Il tutto in barba al semplice, civile, naturale concetto che dovrebbe essere chi offende a recarsi a trovare l'offeso per chiedere scusa, e non il contrario. E si parla di spostarsi da Reggio a Roma, mica di attraversare la strada. Qualcuno, dalla Calabria, propose a Venditti un concerto riparatore gratuito, ma da quel giorno, era l'ottobre 2009, nessuno lo ha mai visto qui da noi, se non in televisione. 

Venditti si è scusato con argomentazioni ridicole, infondate, insostenibili di fronte al video che lo inchioda alle sue responsabilità, ma i nostri due "ambasciatori" autoincaricatisi di risolvere la questione, facendo "i fissa pi non ghiri a' guerra" (gli scemi per non andare in guerra) accettarono le scuse ed il caso fu chiuso. Dopo tre anni, come se niente fosse successo, dopo avere preso in giro i calabresi con le sue patetiche scuse, Antonello Venditti si ripresenta in Calabria con un megaconcerto (nelle intenzioni degli organizzatori) a Vibo Valentia, il 28 settembre 2012. Un megaconcerto con prezzi per niente popolari, vista la attuale situazione di crisi. Viene solo ed esclusivamente per guadagnare denaro. Comunque, al di là del concerto che si terrà (credo) in ogni caso, ritengo che Antonello Venditti debba essere messo a conoscenza del fatto che in realtà nessuno gli ha creduto, probabilmente neanche i suoi due interlocutori di allora. Perchè il vero problema, quello che di più brucia, non sono le parole dette in Sicilia (sicuramente gravi) ma l'ambiguità, la falsità del suo comportamento. Non è e non sarà mai più persona gradita in Calabria, perchè ha offeso e cercato di raggirare i calabresi, prima elogiandoli in loro presenza dopo offendendoli fuori dalla regione, e per finire recitando scuse ridicole. Nessuno gli impedirà di venire e nessuno gli vieterà di cantare, ci mancherebbe altro, ma certo pochi calabresi lo saluteranno vedendolo per la strada e pochi calabresi lo andranno a vedere e gli batteranno le mani. 

sabato 1 settembre 2012

Terremoto - La preoccupazione, la paura, il terrore.

Un giorno mi sono trovato a girare per lo zoo di un circo, guardando con tristezza (e, lo ammetto, curiosità) gli animali rinchiusi in gabbie e recinti più o meno grandi, sempre troppo piccoli rispetto al mondo. C’era, tra le altre, la gabbia del gorilla dove vivevano prigionieri due enormi esemplari, credo fossero maschio e femmina. Uno dei due era sdraiato a terra, vicino alle sbarre, in una posa che non esito a definire umana. Per un attimo ho pensato che non era possibile che un uomo stesse prigioniero in tali condizioni; solo per un attimo, poi ho realizzato che era un animale, ed ho pensato che non era possibile che un animale stesse prigioniero in quelle condizioni. Il gorilla mi guardava (almeno credo, aveva lo sguardo rivolto verso di me) con espressione triste, ed a un certo punto si portò la mano alla fronte, come se stesse pensando a qualcosa di particolare. L’imponenza dell’animale mi indusse a domandarmi cosa avrei fatto se me lo fossi trovato davanti libero, e giunsi subito alla conclusione che non sarei scappato, anzi, gli avrei teso la mano in atteggiamento amichevole; non mi faceva paura. Conclusione troppo veloce per non essere sospetta di esagerazione, e per questo continuai a pensarci sopra girando per lo zoo, sempre con lo stesso risultato. Mi convinsi definitivamente quando feci lo stesso ragionamento con un leone e una tigre: sarei assolutamente scappato, sperando di farcela. Non mi ero esaltato, il gorilla mi ispirava fiducia, simpatia, porca miseria lo dico: credo che ci fosse empatia almeno da parte mia. Suggestione o no, l’esito di quel ragionamento se vogliamo sconvolgente, seppur privo di prova reale, mi portò nelle mie elucubrazioni a ragionare sulla paura. Per esempio l’incubo è per definizione spaventoso, terrificante, comunque destabilizzante. I miei incubi (raramente ne ho) sono sempre senza capo ne coda: situazioni impossibili da gestire usando la razionalità e per questo terrificanti. Il gorilla mi è istintivamente familiare e non mi fa paura, quindi non me ne preoccupo, ma è anche vero che gorilla liberi difficilmente ne incontrerò nella mia vita, per me fa parte di un mondo virtuale. L’uomo vive nel mondo reale, la razionalità è essenziale, per affrontare con successo ciò che ci spaventa; in mancanza di razionalità, la paura si trasforma in terrore o addirittura in fobia; terrore e fobia non sono gestibili, portano al caos.
Non conosco l’oggetto, l’oggetto mi minaccia, ne ho paura, cerco preventivamente di difendermi o di scappare.
Oppure non conosco l’oggetto, l’oggetto non mi minaccia, ma proprio perché non lo conosco, l’oggetto mi preoccupa, devo conoscerlo e prendere provvedimenti per difendermi qualora mi minacciasse.
Oppure ancora non conosco l’oggetto, l’oggetto non mi minaccia e non mi preoccupa, lo ignoro e faccio i cavoli miei fino a quando mi minaccia e solo dopo cerco di prendere provvedimenti, oppure, molto più probabilmente, me la faccio sotto.
Paura e preoccupazione essendo situazioni emotive dovrebbero portare l’uomo ad agire  preventivamente e razionalmente; la beata ignoranza, il “...m’incrisciu e mi ‘ndi futtu e tutti i cosi sunnu fissaria…” di Giuntiana memoria lo portano ad avere terrore di tutto quanto non conosce ed ha ignorato seppur essendo al corrente della sua esistenza, nel momento in cui l’ignoto si manifesta, terremoto compreso. Ma non pensiamoci più....passata è la tempesta... aund’è chi rriva a Festa!

lunedì 13 agosto 2012

In memoria dei morti vittime della barbarie piemontese

Il 12 agosto, il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano ha commemorato le vittime della strage nazista di Sant'Anna di Stazzema (quasi 600 morti). Una strage commessa il 12 agosto 1944 da stranieri invasori ai danni di civili inermi, vecchi, donne e bambini. "Quel 12 agosto 1944 che vide cadere sotto il piombo della barbarie nazifascista 560 vittime inermi, in gran parte vecchi, donne, bambini, e' una data scolpita nella memoria di chi visse quei terribili avvenimenti e di chiunque ne conservi il ricordo" . Domani, 14 agosto, ricorre l'anniversario di un'altra strage ai danni di civili inermi, vecchi, donne e bambini; il 14 agosto 1861 e nei giorni successivi, un anno dopo l'invasione del Regno delle due Sicile da parte dei mercenari di Garibaldi, due paesi della Campania, Pontelandolfo e Casalduni furono rasi al suolo per rappresaglia e gli abitanti trucidati senza pietà dai bersaglieri del Regio Esercito Italiano. Le vittime furono centinaia, non se ne conosce il numero esatto perchè anche gli archivi comunali andarono distrutti. Tra le due stragi vedo una sola differenza: la prima fu commessa da stranieri invasori, la seconda fu commessa da chi si definiva fratello liberatore dalla tirannia e dalla schiavitù. Non so se Napolitano domani commemorerà anche i morti di Pontelandolfo e Casalduni.

martedì 3 luglio 2012

Le dimensioni parallele


Dimensione 1: Entro in un tabacchino per pagare una delle tante bollette che alleggeriscono mensilmente le mie risorse finanziarie. È un esercizio commerciale dalle varie attività: vende articoli da fumo, da regalo, valori bollati, cartoleria. Vado direttamente al banco, c’è un po’ di confusione. Mi sento toccare una spalla: è il mio amico Gino, sorridente e felice di vedermi come sempre! Non lo avevo notato, sono più felice di lui di vederlo. Ci lasciamo salassare economicamente ridendo e scherzando... usciamo ed andiamo al bar vicino a prendere un caffè, ed a litigare su chi dovrà pagare il conto. Decidiamo di comune accordo che lo pagherà chi ha pagato la bolletta più salata... ridiamo, ridiamo, ridiamo......
Mi sveglio, stavo dormendo ed ho sognato, un bel sogno... c’era il mio migliore amico, ridevamo e scherzavamo... Mi lavo, mi vesto ed esco. Oggi sono libero dal lavoro, faccio quattro passi, anzi visto che il sogno me lo ha ricordato, con l’occasione vado a pagare l’ennesima bolletta che scade domani....

Dimensione 2: Entro in un tabacchino per pagare una delle tante bollette che alleggeriscono mensilmente le mie risorse finanziarie. È un esercizio commerciale dalle varie attività: vende articoli da fumo, da regalo, valori bollati, cartoleria. All’entrata c’è il monitor acceso per seguire le estrazioni della lotteria istantanea, faccio fatica a raggiungere il banco delle vendite; devo passare tra una decina di zombie con lo sguardo fisso al monitor che non accennano minimamente a spostarsi. Chiedo permesso ma non danno segni di vita attiva, li tocco e si spostano leggermente ostruendo maggiormente il passaggio. Giunto al banco, devo praticamente gridare per superare il suono delle macchinette elettroniche messe in fila di fronte, che tra jingles, scrosci di monetine e rumori vari fanno un baccano d’inferno. Mentre attendo dò un’occhiata, non ho mai capito come si gioca; il giocatore vicino a me, di spalle, ripete meccanicamente gli stessi gesti. Moneta, pulsanti, pulsanti, pulsanti, moneta, pulsanti pulsanti, pulsanti, moneta.... anche lui sembra uno zombie. Il suo volto riflesso nello schermo della macchina mangiasoldi mi sembra familiare...mi sposto di lato, per guardarlo in faccia meglio: è Gino, il mio amico d’infanzia. Nello spostarmi di lato noto che anche lui si sposta leggermente, capisco che non vuole farsi vedere; evidentemente, come io lo ho visto riflesso nel vetro, anche lui ha visto me. Mio compare Gino... ci vediamo tutti i giorni, usciamo insieme spesso... mi aveva confidato di avere problemi economici e mi aveva chiesto un prestito, che io gli ho naturalmente fatto. Sono un suo amico, non me la sento di metterlo in imbarazzo... mi giro nuovamente verso il banco, pago la mia bolletta e me ne vado. Non rido....

Don Saverio e la ragazza col cappello

"Beppe Fasi da Chianale" di Mariapia Volpini
Don Saverio era un tipo abitudinario; raggiunti in piena salute i 70 anni, dopo una vita di duro lavoro (era il falegname del paese) adesso che della bottega si occupava suo figlio si godeva la pensione. Gli piaceva stare all’ombra della grande
quercia che domina la piazza centrale del paese a meditare in silenzio, oppure a scambiare opinioni con i suoi compaesani sui fatti del paese e del mondo. Raramente all’inizio della discussione la sua opinione coincideva con quella di qualcun altro. Di solito, però, le accese discussioni tra paesani finivano con la vittoria netta di don Saverio, a volte per ammissione di sconfitta o più spesso per abbandono da parte degli altri. Non c’erano mezze misure; chi non era d’accordo con lui alla fine si ritirava dalla discussione: un po’ come succede adesso su Facebook! -Si ‘ndi iu!..Si viri chi n’a teni! - diceva soddisfatto il simpatico vegliardo. Certo, con il senno di ora, devo dire che simpatico è una parola che non sempre si adattava a don Saverio, ma per me che da bambino lo vedevo all’opera, lo era sempre eccome! Un giorno d’estate, nel primo pomeriggio, era seduto sulla panchina sotto la quercia con il cappello calato sugli occhi, apparentemente assopito; io, che lo conoscevo bene, sapevo che in realtà era vigile come sempre, e sotto il cappello sbirciava in giro con curiosità. Si aggirava da qualche minuto per la piazza una giovane, chiaramente forestiera (in paese ci conoscevamo tutti) in tenuta turistica con un cappellino di paglia in testa; dopo essersi guardata intorno, assodato che l’unico essere vivente in giro a quell’ora era proprio don Saverio oltre a noi bambini e qualche uccello sugli alberi, si diresse verso di lui e gli giunse alle spalle quasi a sorpresa.
-scusate…-
il vegliardo sobbalzò, sinceramente sorpreso dall’inattesa ospite, alzò il cappello sulla fronte e disse senza sorridere:
- signurina, cusì mi faciti pigghiari un corpu!-
- scusate di nuovo, non mi sono resa conto che dormivate, vi vedevo di spalle, sono mortificata!- 
-ieu non durmiva, stava pinsandu! ….Comunque non succeriu nenti.-
disse don Saverio, già pentito dello scatto,
- nda cchi vi pozzu esseri utili?-
- ho appuntamento con il mio gruppo presso la chiesa di San Rocco, loro sono già sul posto. Ma non so dov’è né come arrivarci; mi potete indicare la strada?-
- signurina, a chiesa i San Roccu è a Susu, nta parti iata d’u paisi; aviti a nchianari i dda strata, finu a supra; a chiesa esti propriu all’urtimu!-
e indicò un viottolo che iniziava proprio davanti a loro e dopo pochi metri scompariva tra le case
- ah, bene; ma probabilmente arriverò in ritardo, c’è la possibilità di prendere un mezzo pubblico?-…mezzo pubblico… la giovane era a Ruvulu chiaramente per la prima volta
-  signurina, a strata pi Susu è na vinedda, ddu cristiani ccucchiati stannu stritti, e l’urtimu pezzu è fattu i scaluni.-
-  quindi si deve salire a piedi?-
- sissignora!-
rispose don Saverio, che si stava di nuovo infastidendo (caratteraccio!); si calò nuovamente il cappello sugli occhi, chiaro segno che per lui la conversazione era finita. Ma la signorina non capì, e gli fece un’ultima domanda:
-  e quanto ci metto ad arrivare lassù?-
- n’o sacciu!!!-
Afferrato il messaggio, la ragazza salutò e si avviò per la strada indicata:
- Vi chiedo scusa di nuovo, arrivederci!-
Naturalmente don Saverio continuò a sbirciare sotto il cappello; vedendola allontanarsi, dopo qualche secondo si alzò in piedi e gridò:
- signurina! Veniti accà!-
la giovane si voltò, e lo guardò perplessa; vedendo che continuava a farle segno di tornare indietro, si armò di pazienza e tornò presso la quercia (con quel caldo, camminare a vuoto non era per niente gradevole, soprattutto in vista di una scalata come quella che la aspettava).
- ci mentiti un quartu d’ura, mi rrivati dda supra!-
disse don Saverio, che era pentito del suo ennesimo scatto di nervi, ma che non lo avrebbe mai ammesso.
- facimu na cosa: vi offru na bibita frisca, vi ssettati cu mia cincu minuti, va mbiviti e poi nchianati a Susu!-
- con piacere, se ci vuole solo un quarto d’ora ho tutto il tempo, l’appuntamento è tra mezz’ora-
E così don Saverio e la signorina Laura (così si chiamava) si ritrovarono seduti insieme a sorseggiare un latte di mandorla “specìale” (come usava dire don Saverio degli alimenti e delle bevande che gradiva). La signorina gli spiegò che faceva parte di una comitiva di studenti universitari che era venuta da Reggio in paese per visitare alcuni siti tra cui la chiesa di San Rocco, costruita nel sedicesimo secolo e miracolosamente scampata ai disastrosi terremoti del 1783 e del 1908. Si era fermata presso alcuni parenti nel paese vicino e così si era trovata a dover raggiungere i compagni successivamente. La discussione filò cordiale e gradevole per ben più di cinque minuti, al punto che Laura fu quasi dispiaciuta di dovere andare via. Don Saverio era felice di avere acquistato la simpatia della giovane; prima di andare via, però, Laura gli fece la domanda che lui non avrebbe voluto sentire:
- Ma mi spiegate perché prima mi avete detto che non sapevate quanto ci avrei messo ad arrivare alla chiesa, e invece dopo mi avete detto che ci avrei messo un quarto d’ora?- Ci mise un attimo ad elaborare la risposta; non avrebbe mai ammesso di avere avuto uno scatto di nervi e di essersi poi pentito:
- signurina, ma si prima non vi viriva caminari, comu faciva mi sacciu quantu tempu ci mintivuvu?-

lunedì 25 giugno 2012

Ponte sullo stretto e centrale a carbone...clamorosa intercettazione telefonica!


Clamoroso! Sono venuto in possesso del testo dell’intercettazione di una conversazione telefonica svoltasi qualche settimana fa tra un politico calabrese ed un politico romano. Quanto emerge dal testo potrebbe scatenare un vero terremoto politico-giudiziario che sconvolgerebbe in modo definitivo il panorama politico calabrese. Di seguito il testo dell’intercettazione:

-Pronto? parlo con il politico di Roma “A” Mario?
-Si, sono io, chi parla?
-Ciao Mario, sono Franco, il politico calabrese A. I politici calabresi B,C,D,E e tutto l’alfabeto mi hanno incaricato di chiamarti; sai, è per quel problema del ponte sullo stretto...non lo fate più, ormai è sicuro... noi avevamo tanto contato sulle entrate che ne sarebbero derivate. Per decenni avremmo potuto gestire appalti e forniture, con una rendita garantita a tutto l’alfabeto locale. Adesso come si fa?
-Franco, dovete capire che in questo momento sarebbe suicida, per noi politici dell’alfabeto nazionale, portare avanti un’opera così costosa e, diciamocelo pure, inutile, anzi dannosa. Con i soldi dello stato non possiamo fare quello che vogliamo, attualmente. C’è l’Europa che ci sta sul collo, la gente è sull’orlo della disperazione, spendere soldi pubblici per il ponte in questo momento non si può proprio....
-Caro Mario, tu sai benissimo che i patti non erano questi... noi in Calabria vi abbiamo sostenuto per decenni, portandovi voti e potere anche in controtendenza con il resto della nazione, e voi in cambio dovete ripagarci con quanto concordato: il fiume di denaro che deriverebbe dall’apertura vera dei lavori del ponte.
-Ti ripeto che non è possibile, sei un politico anche tu, non venirmi a parlare di accordi da rispettare. Quando mai in politica si rispettano gli accordi? Comunque, non fasciatevi la testa prima di rompervela...in realtà abbiamo già pensato ad una soluzione, e ne abbiamo trovata una che parzialmente può soddisfare le vostre legittime esigenze.
-Sarebbe?
-Hai presente la questione di Saline Joniche... la centrale a carbone che gli svizzeri vogliono costruire?... Bene! Stiamo per dare parere favorevole, e contiamo che anche voi sul posto spingiate in tal senso, per fare partire il progetto. I soldi impiegati saranno dei privati, stranieri ed extraeuropei tra l’altro, nessuno potrà avere niente da dire sull’investimento... È perfetto! Certo, voi dovrete fare la vostra parte; fino ad oggi pochi di voi hanno apertamente dichiarato di essere favorevoli al progetto, e tutto sommato hanno fatto bene quelli che sono stati contro...ma da adesso dovete TUTTI schierarvi a favore; avrete il parere favorevole del governo e con quattro chiacchiere sulla crisi, sullo sviluppo, sui posti di lavoro, non avrete difficoltà a voltare gabbana...tanto da voi quelli attenti a queste cose sono pochi, e di solito non li sta a sentire nessuno. Ripeto, TUTTI dovrete essere favorevoli, chi si schiererà contro non entrerà nella spartizione. Cominciate dai sindaci dei paesi interessati... rappresentano la popolazione, se li convincete potrete dire che la gente è d’accordo.
-Si, sembra una cosa buona, ma non ne ricaveremo certo le cifre che avremmo avuto dal ponte...
-Ma allora non avete capito niente? Sul ponte c’è ancora da giocarci la questione della penale da pagare alla società appaltatrice... se li vogliono, quei soldi, qualcosa devono lasciare... e poi abbiamo pronti tutta una serie di progetti mastodontici che frutteranno soldi a palate. Si tratta solo di aspettare che passi la crisi, e poi ripartiremo esattamente come prima...tutto l’alfabeto insieme; ci sarà solo da stabilire se recitarlo cominciando dalla A oppure all’inverso, dalla Z, ma anche su questo ci metteremo d’accordo, come abbiamo sempre fatto: si può vincere in due modi, vincendo veramente o convincendo l‘altro a mettersi in condizione di perdere. Ti devo lasciare adesso, ho all'altro telefono il politico A dell'alfabeto siciliano... m'immagino già cosa vorrà....
-O.K. allora informo gli amici che devono mettersi al lavoro... ti saluto.
-Ciao....

È chiaro che quanto scaturisce dall’intercettazione apre uno scenario sconosciuto fino ad oggi, che vede la classe politica calabrese unita al di sopra dei partiti e movimenti, nell’obiettivo primario di mantenere pieno e florido il proprio portafogli anche a costo di vendere la propria gente. Chi lo avrebbe mai detto?
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(naturalmente il dialogo riportato è pura fantasia dell'autore, anche se basato su un ragionamento logico che non è poi tanto difficile sviluppare, visto come stanno andando le cose in Calabria. Nessuna persona specifica è individuabile nei personaggi, per i fatti invece, lascio aperta ogni ipotesi)

venerdì 25 maggio 2012

La giostrina della Villa Comunale

Villa comunale di Reggio Calabria-Entrata

“Usciamo!” - “E dove andiamo?” - “Alla Villa!” Questo scambio di battute tra un bambino reggino degli anni 60/70 ed i propri genitori era per il bambino l’apoteosi del divertimento assicurato. Divertimento che si concretizzava nella passeggiata per i viali del giardino della Villa Comunale,
un giro sul calesse, magari una partita al pallone con altri compagni nello spiazzo sotto gli sguardi di mamme e papà, un bel gelato se d’estate, ma soprattutto nell’interminabile serie di giri sulla giostrina che per decenni ha fatto divertire diverse generazioni di reggini.
Era bellissima... per i bambini di oggi sarebbe solo un rottame rispetto agli standard attuali, ma per me, per quelli della mia generazione, era magica. Niente di speciale, su un pavimento di assi erano fissati su tre cerchi concentrici diversi soggetti: l’aeroplano, Pinocchio, l’elefantino, Biancaneve, il calessino...ma soprattutto, per me era il massimo la macchinina rossa. Avrei aspettato anche ore, pur di poterci salire. 
Per chi mi accompagnava, il vero problema era farmi scendere, in realtà. Iniziavo sempre con tre giri, ma all’inizio del terzo guardavo con occhi imploranti il mio accompagnatore: mio padre, mia madre, uno dei miei zii, e quasi sempre ottenevo di prolungare di un altro paio di giri il divertimento. Il padrone della giostra guardava mio padre, mio padre guardava me e poi dava un cenno di assenso al giostraio, e il divertimento ricominciava.
Ricordo lo sguardo del proprietario della giostra, attento sia al lato commerciale che alla sicurezza dei bambini; era un uomo senza età, almeno per noi bambini, aveva uno sguardo buono, sorrideva spesso, di rado lo si vedeva accigliato. Anche mio figlio ha fatto qualche giro su quella giostra, naturalmente sulla macchinina, prima che il progresso la inghiottisse facendola sparire.
È sparita insieme al suo proprietario; lo hanno trovato senza vita in una strada del centro di Reggio qualche anno dopo la chiusura della giostra. Di quella giostra e di quell’uomo, di cui ho il nitido ricordo ma non conosco il nome, a Reggio non se ne parla più; non sono riuscito a trovare sul web una fotografia, né un articolo, né una citazione storica. Se qualcuno è in possesso di qualche immagine di allora, sarebbe bello che la rendesse pubblica, tutto sommato quei tempi, quella giostra e anche quell’uomo fanno parte della storia di questa città.

lunedì 7 maggio 2012

Quando si avvia un treno.....

Quando si avvia un treno, diretto chissà dove, con esso si muovono decine di pensieri, speranze, fantasie e realtà. Perché sul treno per i viaggiatori oltre che leggere un libro o chiacchierare non c’è altro da fare se non guardare il paesaggio, e guardando fuori il pensiero non può fare a meno di volare. Meglio ancora se il paesaggio è quello calabrese, tirrenico o ionico, poco importa: se non c’è il mare a stimolare la fantasia, c’è la campagna. Lavoro sui treni da 26 anni, faccio il macchinista e lo spettacolo che i viaggiatori si vedono passare di lato spesso senza avere il tempo di focalizzare le immagini, io me lo gusto da una posizione privilegiata: estate, inverno, sole, pioggia, neve, i treni si muovono sempre, ogni giorno e con tutte le condizioni climatiche.
Ed ogni stagione, ogni tempo ed ogni luogo ha il suo odore ed i suoi colori caratteristici: l’odore della salsedine del mare, del gelsomino, della zagara, del finocchio selvatico, della cipolla di Tropea fortissimo e penetrante in certi periodi, della terra bagnata, della terra secca ed appena arata; i colori della ginestra, dell’agave, dell’acacia, dei papaveri, della mimosa, del grano. Il giallo dei campi d’estate, il verde degli oliveti, il bianco della neve.
A maggio, mentre scrivo, buona parte della linea ferroviaria è fiancheggiata da alberi in fiore, acacia soprattutto, ed a folate giunge alle narici il profumo del gelsomino, uno degli odori più belli che esistano, a mio parere.
Lavorare. Qualsiasi lavoro di questi tempi è una fortuna, ma avere un ufficio dove il panorama cambia continuamente istante per istante, dove il sole tramonta e poi sorge nuovamente, dove i colori e gli odori della natura entrano e s’impossessano dei tuoi pensieri...beh, questo è un privilegio che pochi fortunati hanno.
Io sono uno di questi.

sabato 21 aprile 2012

I vecchi non muoiono

I vecchi non muoiono,
concludono la vita.
I giovani muoiono
seppur restando vivi,
quando per non guardare
non vedono il bisogno
quando per non sentire
non ascoltano la voce
quando per non agire
li lasciano a soffrire,
quando per non pensare
feriscono la gente.
Seppur restando vivi,
i morti si fan vecchi,
concludono la vita
pensando a ciò che fu.

giovedì 19 aprile 2012

Onore e "nnacamentu"

L’onooore, come lo ha definito il bravo Giusva Branca in un suo magistrale pezzo sulla stupidità umana applicata alla comunità reggina. Da ragazzo facevo parte della gioventù reggina, o rriggitana, come volete voi. Sono cresciuto in mezzo a gente che ne faceva un punto fermo di vita (molti) ed altra gente (pochi) che già allora lo snobbava e (addirittura!) lo combatteva.  Le controversie si risolvevano spesso con l’atteggiamento “‘nnacatorio1”, anche a scuola: un litigio tra due compagni di classe, magari per uno scherzo pesante o per questioni di ragazze, culminava spesso con il famoso “ndi virimu fora!2”. Tutta la classe cessava di interessarsi delle lezioni. E nell’ottica dell’onooore c’era chi si preoccupava di “giustificare” la controversia, atteggiandosi a personaggio carismatico (“nnacandosi”) e convocando i due contendenti per “chiarire”. Spesso non per evitare che due amici litigassero, ma per consolidare la propria figura emergente; la risoluzione della “questione” era una stella da appuntare al petto. E se invece il litigio scoppiava tra due sconosciuti per strada e uno dei due sbottava: “ieu sugnu du Gebbiuni!3”?  Terrore, se il poveretto che sentiva la frase non era in grado di opporre una frase altrettanto ricca di contenuti (!) era quasi sempre costretto ad abbozzare; ma se la risposta era, per esempio : “ieu sugnu i San Robertu!4”, allora la cosa cambiava. “Canusci a tiziu?5” “si è me cuginu! e tu comu u canusci?6” “ivumu a scola aniti, ndi rrispettamu assai!7”. E 99 volte su cento c’era “u chiarimentu8”, che terminava bevendo qualcosa di alcolico in un bar. Alcolico, niente succo di frutta o gassosa, perchè “cull’acqua non si struzza9” e se era vino, il bicchiere pieno, perchè “i menzi biccheri sunnu pi’ menzi omini!10”. Un giorno che intervenni a dividere due ragazzi che erano venuti alle mani, uno dei due, a me sconosciuto, pensando che io intervenissi a favore dell’altro mi apostrofò con la frase: “tu non sai cu sugnu ieu11” e citando un noto delinquente terminò la frase con “ieu caminu cu iddu, vint’anni i carceri, si fici!12”. “Ieu mancu un ghiornu, mi fici!13” gli risposi, suscitando l’ilarità dei presenti. Dentro di me, seppur non ancora ben definita, sentivo avversione per quel modo di agire, e lo ridicolizzavo istintivamente.  Si “nnacavano”, i miei coetanei, e qualche volta, lo confesso, mi sono “nnacato” anche io, coinvolto nel vortice di ottusità regnante. Ma io pensavo... come me tanti altri, ma la maggior parte si adeguava.
Per essere “onooorati” c’è poco da fare, dicevo: non è necessario pensare, anzi è meglio se non si fa. Si, perché da sempre pensare è ritenuto uno sforzo sovrumano, meglio non provarci neanche; se tutti pensassero anche solo normalmente, il minimo indispensabile, i grandi pensatori della storia non sarebbero poi così grandi perché direbbero cose già risapute. La natura è strana: l’unico animale intelligente è l’uomo, ma per l’uomo pensare si rivela una fatica. Più semplice utilizzare il lato animale, quello primordiale. Se tutti pensassero... ma è più comodo non pensare, accettare passivamente situazioni consolidate da secoli di apatia. La mafia e la ‘ndrangheta si definiscono anche “onorata società”, e la parola “onore” ricorre spesso nei rituali arcaici eseguiti nelle cerimonie mafiose. Nella mentalità ottusa chi mantiene l’onooore ha diritto a rispetto, mentre chi non agisce in tal senso è fuori dagli schemi, quindi emarginato perché diverso. Ed agire secondo il concetto dell’onooore é molto più facile: basta lasciarsi trasportare dall’andazzo, comportarsi secondo regole primordiali e preoccuparsi principalmente di quello che pensano gli altri; tendere a fare solo ciò che non é sgradito alla comunità. Concetto, quest’ultimo, che non sarebbe poi tanto male se non fosse che la comunità gradisce soprattutto impicciarsi dei cavoli tuoi, giudicare e condannare ogni azione secondo schemi che definire incivili è un eufemismo. Se un’azione o una condizione è sgradita alla comunità, occorre nasconderla, o se non è possibile nasconderla, rimuoverla. Un tradimento (della moglie) in famiglia, un parente omosessuale, sono condizioni da nascondere, o ancora meglio rimuovere. Ma non abbattiamoci troppo, Reggio “leva ‘a furia14”, ma queste cose accadono dappertutto, purtroppo, anche in zone dove non c’è la giustificazione della mentalità mafiosa.. Sarebbe bello, però, se da Reggio partisse la riscossa della gente civile; dopo tutto, per secoli, millenni fa, siamo stati noi i civili, e gli altri i barbari.


1)lo “nnacamento” è un atteggiamento palese di mafiosità non supportato dalla reale condizione; chi si “nnaca” di solito non è un vero mafioso, ma si atteggia a tale. il termine deriva dall’andatura ondeggiante caratteristica dei guappi di quartiere. “nnacarsi” in dialetto reggino vuol dire muoversi, far presto, ma anche, come in questo caso, camminare ondeggiando, ancheggiare 
2)  ci vediamo fuori! 
3)  io sono del Gebbione! - il Gebbione è un quartiere di Reggio 
4)  io sono di San Roberto! - un paese vicino Reggio
5)  conosci Tizio?
6)  si, è mio cugino! e tu com’è che lo conosci?
7)  andavamo a scuola insieme, ci rispettiamo molto! (il concetto del rispetto ricorre spesso)
8) il chiarimento
9)  con l’acqua non si brinda
10) i mezzi bicchieri sono per i mezzi uomini
11) tu non sai chi sono io
12) io “cammino” con lui, si è fatto vent’anni di carcere!
13) io non ho fatto neanche un giorno!
14) porta la colpa, ne sembra responsabile.

martedì 10 aprile 2012

L'innocenza nascosta.

Mi torna alla memoria il periodo in cui, non so se per esperimento innovativo o per semplice iniziativa benevola del direttore del carcere minorile di Reggio Calabria, fu chiesto a me ed ai miei amici d’infanzia di costituire una squadra di calcio da contrapporre ad una rappresentativa dei ragazzi rinchiusi. Tra di noi c’era il figlio del direttore, e quindi eravamo persone ben conosciute e evidentemente ritenute degne della fiducia che ci veniva concessa. Avevo più o meno quindici anni, eravamo tutti coetanei, e in breve entusiasti ed incuriositi ci ritrovammo a discutere di cosa avremmo trovato all’interno del carcere, da noi visto fino a quel momento solo dall’esterno. Giocammo tre partite senza alcun incidente; successivamente alla terza ci fu comunicato che non sarebbe stato possibile proseguire, non ho mai saputo il perché. Il primo giorno, di pomeriggio, ci presentammo al portone del carcere in tuta e con il pallone; come avremmo fatto per qualsiasi altra partita da giocare in strada (a quei tempi a Reggio i campi di calcio regolari erano un concetto fantastico; si giocava in spiazzi irregolari, alcuni con dei pali in legno infissi per terra da chissà chi, a volte in salita, altre con fosse degne delle strade di Beirut ai tempi della guerra del Libano. Chi arrivava prima giocava.) Naturalmente non era la stessa cosa, e già dal primo approccio ce ne accorgemmo. Documenti? E chi li aveva portati, anzi chi li aveva, alla nostra età? Qualcuno aveva la fotografia autenticata se era andato in gita con la scuola, ma certo non se l’era portata dietro. Il direttore del carcere, che ci conosceva bene uno ad uno ovviò al primo intoppo intervenendo personalmente. Entrammo nel grande androne: c’erano due cancelli, se ricordo bene; fummo indirizzati verso quello a sinistra, e prima di farci passare un agente ci controllò con una specie di metal-detector, che suonò regolarmente con tutti noi, a causa delle cerniere delle tute. Superato il secondo ostacolo ci ritrovammo in un largo corridoio; percorrendolo tutto, fino in fondo, notai su un lato un calcio-balilla ed un tavolo da biliardo a “funghetti”, giochi che erano molto in voga. Ci ritrovammo in un cortile in terra battuta grande abbastanza per disputarci una partita di calcio secondo gli standard “da strada” di allora. Ad aspettarci c’erano, oltre ad un paio di agenti in borghese, una decina di ragazzi di varie età. La maggior parte si avvicinò e da subito ci trattò con familiarità, anche perché due di loro erano ragazzi del nostro quartiere che conoscevamo bene. Ricordo che fui molto stupito di trovarli li dentro. Quattro di loro, però, non si avvicinarono subito. Eravamo stati avvisati di non fare domande ai ragazzi sulle cause della loro detenzione, di evitare qualsiasi motivo di urto, di non reagire alle provocazioni e di interpellare immediatamente gli agenti presenti in caso di problemi, ma non ce ne fu alcun bisogno. Un ragazzo Rom con il braccio destro monco si presentò come capitano della squadra, insieme al nostro capitano prese accordi per l’inizio della partita, e praticamente costrinse un agente a fare l’arbitro, minacciandolo benevolmente con un siparietto semiserio (almeno a me sembrò così). Il Rom cercò all’inizio di fare un po’ lo spavaldo con noi, correva come un cavallo mantenendo un equilibrio miracoloso visto il suo handicap, e teneva il pallone senza passarlo a nessuno, al punto di prenderlo in mano durante il gioco, ma fu  subito redarguito dai suoi compagni. Dieci contro dieci, compresi i quattro che non si erano avvicinati; il primo tempo si svolse come tutti i primi tempi delle partite amichevoli del mondo: corsa a perdifiato avanti e indietro, gioco duro, fair play degno della migliore educazione. Avevo visto chi erano i quattro ragazzi che non si erano avvicinati all’inizio; tre non li conoscevo, ma uno si, eccome! Un altro ragazzo del quartiere, di famiglia di ndrangheta blasonata, che era tristemente famoso per un gravissimo episodio criminale avvenuto qualche anno prima: la madre del ragazzo ed un uomo con cui si era appartata in macchina, suo presunto amante, erano stati uccisi a colpi di pistola; del delitto si era auto-accusato proprio lui, ed era stato condannato. Quello che non sapevo era che stesse scontando la pena proprio a Reggio. Mi disse che presto sarebbe stato trasferito, non poteva stare troppo tempo nella stessa struttura, ma non mi spiegò perché. La profonda tristezza che leggevo nei suoi occhi è un ricordo che ancora oggi mi torna alla mente periodicamente. Anche lui, come tutti gli altri, fu gentile e a parte qualche calcio negli stinchi di normale amministrazione durante le fasi di gioco, andò tutto bene. Durante l’intervallo mi trovai seduto su una panchina ai margini del campo accanto a due dei ragazzi inizialmente taciturni; parlavamo della partita, scherzandoci sopra, quando si avvicinò Antonio, uno dei miei compagni, che ad onor del vero non ha mai brillato per arguzia, e lo dimostrò anche allora: “e tu, compare, per esser qua dentro che hai fatto, una rapina?” disse rivolto ad uno dei due. Mi  si gelò il sangue, per poi sciogliersi subito per la rabbia che mi assalì, ma non feci in tempo a parlare che il ragazzo alzò lo sguardo, apparentemente spavaldo, e disse, con un accento tipico della piana di Gioia Tauro: “io? omicidio, duplice tentato omicidio e lesioni!” Antonio fece un salto indietro e se ne andò, lasciando me in imbarazzo. Ma il ragazzo, guardandomi con uno sguardo triste, proseguì la sua risposta: “faccio parte della famiglia xxxx, quella della faida”. Mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “ancora c’è tempo, vuoi fare una partita a calcio-balilla? trovati un compagno!” E così mi ritrovai a giocare a calcio-balilla con un ragazzo che a sedici anni aveva già ucciso volontariamente un uomo. Alla fine della partita  sembravamo tutti e venti dei compagni di scuola, o forse ancora meglio dei commilitoni. Scherzi, sgambetti, abbracci e anche un divertente fuori programma: quando io ed i miei compagni fummo radunati per essere accompagnati fuori uno dei detenuti si mischiò in mezzo a noi; sapeva benissimo che non poteva riuscire a scappare, ma ci fece segno di stare zitti, stringendosi a due di noi. Fece pochi passi e fu logicamente beccato da un agente che ridendo lo afferrò e gli diede un bel calcio nel sedere, a cui lui reagì scappando e ridendo a crepapelle. Ridemmo anche noi. All’uscita dal carcere ci soffermammo a commentare l’accaduto. Era stata una bella esperienza, tutto sommato avevamo passato una bella giornata, tornavamo a casa allegri....noi. Ah, dimenticavo! Volete sapere poi chi ha vinto per quel giorno? L’innocenza.

domenica 8 aprile 2012

Tarantella e "puzzasottoilnaso"



Il concerto dei TaranProject a Reggio Calabria: musiche travolgenti, ma soprattutto testi emozionanti.
A Reggio Calabria, il 31 marzo 2012 al Teatro Cilea si è verificato l'evento più rivoluzionario avvenuto in città negli ultimi anni. La cultura classica, quella che insieme ai veri intellettuali raccoglie intorno a se anche pseudo-intellettuali arrancanti dietro a concetti che non capiscono realmente (è di moda definirsi intellettuale o frequentarne presunti tali), ha lasciato il posto ad un'altra cultura, quella popolare. La cultura della gente semplice, ma anche dei palati veramente raffinati. La cultura degli strumenti musicali antichi e moderni, della musica popolare e dei ritmi travolgenti, delle parole soprattutto, dell'antica saggezza del popolo calabrese fatta di influenze mediterranee millenarie. La cultura dell'ospitalità, del lavoro onesto, della semplicità. C'era il Popolo della Tarantella, quello che da sempre segue gli eventi del genere nelle piazze di tutta la Calabria, ma c'erano anche tanti neofiti del genere che sono usciti entusiasti dal Cilea, canticchiando i ritmi travolgenti che per più di due ore hanno riempito il Teatro. E c'era anche qualcuno a cui non è piaciuta l'iniziativa, che ha ritenuto inopportuno utilizzare il Cilea, teatro storico della città, per un evento che "...è e resta soltanto un concerto di piazza molto colorito... " (cit. testuale). Non è cultura degna della sacralità del posto, secondo alcuni (pochi, in verità). Scandalizzato da "...un afflusso caotico di persone, bambini compresi..." c'è chi ha dichiarato di essere andato via a metà colto da "un misto di stupore e indignazione" perchè il pubblico "...si sbracciava urlando le canzoni e ballando in modo scomposto...". A questi miei concittadini vorrei dire che il Teatro Cilea è della cittadinanza tutta, non di pochi "illuminati"; che è ora di finirla di creare ed alimentare bacini di pseudo-elite che di fatto emarginano la maggioranza e sono il regno della discriminazione, del razzismo e della puzza sotto il naso. Chi vuole stare per i fatti suoi lo deve fare con i propri mezzi, non certo utilizzando i beni comuni della città. È stato un evento rivoluzionario, lo ripeto... ed io mi vanto di essere stato presente.
 ....Sugnu sbarcatu tra Riace e Caulonia
terra del sud, della lira che sona
'na tarantella a Piazza Mesi,
cu' Santu Lariu nu palestinesi
cu' l'iracheni e nigeriani,
allu Spiruni 'ndi stringimu li mani
nesci lu suli e ancora ballamu,
scind'u suli e no 'ndi stancamu
a tarantella e no 'ndi stancamu... 
(Passa lu mari)

martedì 27 marzo 2012

La ''falsa politica'' e gli uomini d'onore

Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri che secondo la leggenda fondarono le tre mafie(Illustrazione di Enzo Patti)

La recentissima notizia del caso di Marco Puntorieri, ''uomo d'onore'' ucciso dalla 'ndrangheta dopo essere stato attirato in un tranello con l'inganno, mi ha fatto tornare alla mente un episodio della mia vita accaduto quando ero sotto le armi, che in qualche modo ha contribuito a formare il mio modo di pensare ed agire attuale. 
L'anno era il 1982, la localita' non ha importanza, era una caserma dell'Esercito, una di quelle cosiddette ''operative'' e per questo oltre ai bravi ragazzi come potevo essere io vi si trovavano arruolati anche tanti facinorosi, aspiranti malavitosi o delinquenti titolati a tutti gli effetti. I bravi ragazzi erano spesso considerati dagli altri dei fessacchiotti e per questo emarginati, ma a volte l’istinto di aggregazione che ha sempre caratterizzato la nostra gente quando si trova lontano da casa prevaleva, cosicché qualcuno veniva accettato nel gruppo. E così fu nel mio caso; va detto che io sono cresciuto “in strada”, ed ero già allora abituato ad avere a che fare con gente “border-line” con la giustizia. In definitiva, sapevo come comportarmi per stare tranquillo, e stare tranquillo a quei tempi era una necessità per chi come me non intendeva entrare in meccanismi pericolosi. 
L’essere accettato non comportava automaticamente la partecipazione alle attività poco ortodosse del gruppo (per fortuna, dico io); in caserma a quei tempi le problematiche da affrontare erano di due tipi: quelle prettamente militari, e quelle attinenti alla vita sociale tra commilitoni di tutte le località d’Italia e per questo con molteplici aspetti e sfaccettature. In caserma fare parte di un gruppo, quale che ne fosse la provenienza, aiutava molto, e la fratellanza per me si concretizzava nelle uscite per andare a cena fuori, partite a carte a “patruni e sutta”, tarantelle il sabato sera in camerata quando gli ufficiali erano fuori, e tutto quanto poteva richiamare alla mente l’aspetto folkloristico dei nostri usi e costumi; ci illudevamo così di essere a casa. Accadeva però, di tanto in tanto, che i miei “amici” ritenessero necessario regolare qualche problema con altri commilitoni, e che, per quella deformazione mentale bacata caratteristica di certi ambienti, l’unico modo per ottenere la cosiddetta “soddisfazione” fosse la violenza. Va detto, su questo specifico argomento, che il nonnismo in caserma era una vera e propria piaga, era praticato indistintamente dai militari anziani provenienti da tutta Italia, e aveva uno dei suoi punti di forza sul silenzio delle vittime, che venivano sottoposte a scherzi e vessazioni spesso al di là del sopportabile. I gruppi composti da elementi “difficili”, ottimizzavano a loro uso e consumo la perversa usanza del nonnismo, traendone vantaggio nell’imposizione del “rispetto” e questo era un aspetto relativo a tutte le aree geografiche di provenienza, anche se per le regioni del nord era meno marcato. Nel gruppo di reggini di cui facevo parte io erano egemoni due appartenenti a famiglie dichiaratamente ‘ndranghetiste, tutti e due “battiati”, come si dice, e le regole vigenti rispecchiavano quindi quelle dell’ambiente di provenienza dei due. All’inizio ero tenuto fuori da questo aspetto dell’attività del gruppo, ma dopo un po’ di tempo, evidentemente ritenendo di potermi dare fiducia gli altri cominciarono a parlare in mia presenza anche di qualche piccolo problema da risolvere. Piccole cose, il gavettone da fare al caporale lombardo per rappresaglia oppure l’avvertimento al polentone che esagerava; comunque sempre azioni che venivano attuate applicando la mentalità mafiosa che vede il potere dello stato come un nemico, e gli “amici” come quelli che sono delegati a risolvere le controversie. Un giorno accadde che un caporale ebbe un diverbio con un componente del gruppo, giungendo quasi alle mani; furono separati dall’ufficiale di servizio, ed entrambi consegnati in caserma. Secondo i miei “amici” la cosa non poteva finire lì, occorreva ottenere “soddisfazione”; il caporale era calabrese del reggino, e questo rendeva l’episodio assolutamente importante negli equilibri perversi dell’ambiente. La discussione che deliberò l’intervento contro il caporale si svolse in mia presenza, e contribuì notevolmente a farmi comprendere la pochezza e falsità degli atteggiamenti “onorevoli” di cui vantavano la titolarità gli appartenenti all’onorata società. “Cumpari, u caporali sbagghiau, e havi a pavari!” (compare, il caporale ha sbagliato e deve pagare!) disse quello che era stato offeso (secondo lui). Ora, parlando tra persone normali, “sbagghiau” (ha sbagliato) è un concetto relativamente soft, ma quando ad usare quel termine sono i cosiddetti “uomini d’onore” la cosa cambia. Lo “sbaglio” è considerato una colpa grave ed è spesso punito con la morte, nel codice della ‘ndrangheta; ma io a quei tempi non lo sapevo, altrimenti appena sentita la parola avrei abbandonato la discussione terrorizzato, ben sapendo con chi avevo da fare. E onestamente penso proprio che mi sarei fatto i fatti miei, sarei un bugiardo se adesso affermassi il contrario. Stetti quindi a sentire il seguito della discussione, la riporto a memoria in italiano: “compare, se fossimo a casa nostra, sapremmo bene come risolvere la cosa, ma qui siamo scoperti, e dobbiamo andarci piano” - disse uno dei due “aristocratici” della ndrangheta.- “una lezione però dobbiamo dargliela, a quell’infame, dobbiamo almeno dargli un sacco di legnate” - insistette l’offeso - “certo, questo è sicuro, altrimenti qua perdiamo credibilità” - rispose l’altro. “Ma come facciamo? Non è mai solo, è difficile beccarlo in un posto isolato.” - A questo punto intervenne l’altro “ndranghetista”, più anziano e certamente più scafato degli altri presenti: “vi dico io come facciamo: gli facciamo la falsa politica! Tu devi andare da lui a rappacificarti.” - disse rivolgendosi all’offeso, che lo guardò stupefatto, ma senza dire una parola - “Gli devi dire che avete esagerato tutti e due, che per te la cosa finisce qui. Lo devi convincere che può stare tranquillo. Dopo che si tranquillizzerà, tra un mese o più, lo inviterai a bere con te allo spaccio della caserma, dopo il tramonto; lo aspetteremo per la strada, al buio, quando tutti sono in libera uscita e gli daremo la lezione che merita.” E così fu stabilito. Per fortuna, non so se per caso o perché qualcuno denunciò il progetto, il caporale dopo una settimana fu trasferito in una caserma vicina, e credo che la cosa sia finita lì. 
La “falsa politica”... Gli uomini d’onore agiscono così: nel buio, ingannando l’avversario, tanti contro uno solo. La “falsa politica”, un concetto che ho poi ritrovato più volte in testi specializzati sulla ‘ndrangheta, e che io ho potuto “toccare con mano”.  Il mito del cavaliere da cui sarebbe stata fondata la ndrangheta, i libri sacri, la Bibbia stessa, i riferimenti ai Santi, l’aspetto eroico dell’essere ‘ndranghetista, l’onore, tutte chiacchiere. Violenza, inganno, abusi, sopraffazione e meschinità, questi sono aggettivi più appropriati per definire la mafia. 
Noi eravamo ragazzi, in realtà, ed ognuno seguiva un destino che in parte era già scritto ma in parte avrebbe scritto personalmente con le sue azioni successive. Erano ragazzi anche i due ‘ndranghetisti, che pur atteggiandosi a boss commettevano l’errore di parlare di cose di ‘ndrangheta davanti ad un estraneo come me. Io ho fatto tesoro di questa ed altre esperienze che ho fatto da giovane, ma sono stato anche molto fortunato; tanti miei amici d’infanzia non lo sono stati.

domenica 18 marzo 2012

Cannavò: La leggenda della strage di Pasqua

La contrada Cannavo' di Reggio Calabria si trova sulla riva destra del torrente Calopinace, l'antico fiume sacro Apsias dei greci. Anticamente era famosa per la coltivazione della canapa, da cui secondo alcuni storici prenderebbe il nome. La tradizione orale, riportata  dallo storico Carlo Guarna Logoteta (autore tra l’altro de La storia di Reggio Calabria dal 1797 al 1860), riferisce di un orribile fatto di sangue ivi avvenuto nel XVII secolo: 
il giorno di Pasqua di un non precisato anno del XVII secolo si celebro' il matrimonio tra due giovani del paese; com'era tradizione tutti i paesani vi parteciparono allegramente. Nutrite scariche di fucile ruppero il silenzio all'uscita degli sposi dalla chiesa in segno di gioia. All'improvviso un cagnolino si avvicino' alla sposa e le urino' sul vestito nunziale. Inizialmente la cosa fu presa con ilarità e come segno di buon augurio, ma lo sposo ne rimase negativamente colpito; colto da ira incontenibile improvvisamente afferrò un fucile e sparò, colpendo a morte il cane; immediatamente il padrone del cane reagì uccidendo lo sposo. Un parente dello sposo rispose al fuoco uccidendo il padrone del cane, ed in breve tempo si scatenò quindi una furiosa sparatoria che vide irrazionalmente tutti contro tutti. Il parroco del paese si affacciò sulla soglia della chiesa e mostrò il Santissimo Sacramento cercando di placare la furia omicida, ma ne cadde vittima anch’esso, colpito a morte. Al termine dell’orribile evento pochi rimasero illesi, soprattutto vecchi, donne e bambini. Appena le autorità reggine seppero dell’accaduto informarono la Regia Udienza di Catanzaro, che si affrettò a inviare un uditore (magistrato) con alcuni bargelli (ufficiali con poteri di legge marziale). Ma l’orrore non era ancora giunto a termine e, quando l’uditore giunse a Cannavò, uno dei superstiti della tragedia, forse timoroso di essere a rischio egli stesso di condanna, lo uccise in località Malopasso. La Regia Udienza rispose ferocemente ordinando che il villaggio fosse raso al suolo. L’ordine fu eseguito da Giovan Battista Cigala, Principe di Tiriolo, che però risparmiò la chiesa spargendo sale sulle povere rovine. Negli anni successivi la chiesa praticamente abbandonata cominciò a deteriorarsi e le autorità cittadine disposero che le campane, gli arredi e la statua del Santo Patrono fossero trasportate altrove.
Fin qui la storia narrata dal Logoteta, che afferma di averla ascoltata dal parroco di Cannavò nel 1844. La stessa storia fu ripresa anche da Rocco Cotroneo, storico ed attento cronista dei fatti calabresi del primo novecento; il Cotroneo non si limitò però a riportare la tradizione orale, ma effettuò una ricerca approfondita, scoprendo che negli archivi di Reggio e di Catanzaro non vi è traccia dei fatti descritti, e che, anzi, nell’Archivio Diocesano di Reggio Calabria esiste la prova che a Cannavò ci fu sempre un parroco, dimostrazione del fatto che il paese non fu mai distrutto completamente.  Il Cotroneo ne dedusse che probabilmente vi fu veramente un grave evento delittuoso, anche se da ridimensionare rispetto alla memoria popolare, e che la reazione della Regia Udienza fu pesante ma indirizzata solo ad alcuni abitanti del villaggio. Successivamente il terremoto del 1783 causò lutti e rovine e probabilmente, come accade spesso, la fantasia popolare unificò i due eventi sino a creare la leggenda della strage di Pasqua.
Pasqualino Placanica
Bibliografia:--Carlo Guarna Logoteta: “Albo Reggino” ( “L’Avvenire di Calabria”), anno III, 1864               Rocco Cotroneo:  “Rivista Storica Calabrese”, anno 1903, pp. 133-147

martedì 6 marzo 2012

Reggio Calabria: La città sprofonda in un sottosuolo "groviera"

Da anni in città continuano ad aprirsi voragini nel manto stradale, in modo particolare da quando sono iniziati i lavori per la metanizzazione, periodo durante il quale la città è stata consegnata in ostaggio alle ditte che ogni giorno, per anni, hanno aperto e chiuso al traffico senza una logica e senza un controllo l'intera rete viaria cittadina. Al termine dei lavori il risultato visibile è stato quello di una specie di groviera, che a lungo andare ha generato nel sottosuolo cittadino una rete indecifrabile di gallerie e caverne dove scorre sia l'acqua piovana che quella scaricata in strada da perdite ed altre cause. Oggi 6 marzo, all'incrocio di Via Marvasi, praticamente davanti al Tribunale la situazione è quella che si vede in queste foto:





Di questa buca si è interessato il giornale online Zoomsud.it a novembre dell'anno scorso, evidentemente senza alcun esito positivo. E di buche come questa, piene di acqua che viene fuori da chissà dove, la città è piena. Nel settembre 2010 a Pentimele, in prossimità del PalaCalafiore, si è aperta una voragine impressionante, che ha causato l'interruzione della strada interessata. Urge un intervento di monitoraggio in merito, prima che un bel giorno la città si svegli e scopra che il Castello Aragonese, o il Tribunale, o magari, che ne so, il PalaCalafiore, non ci sono più, ingoiati da questo sottosuolo infido e comunista che lavora contro la città per danneggiare il modello Reggio.

mercoledì 15 febbraio 2012

Il Festival della cialtroneria di stato.

 
Festival di Sanremo 2012
Stare a sentire per decine di minuti Adriano Celentano mentre farnetica contro questo e quello non ha prezzo. Per tutto il resto c'è la RAI. Pur di fare ascolti la TV di stato ha accettato di abbassarsi a fare da amplificatore alle pseudo verità assolute del cantante/santone, permettendogli persino di attaccare a livello personale un giornalista, che Celentano ha definito "deficente" senza però spiegare perchè. Come dire: "se ve lo dico io vi deve bastare". Certo, lui ha il verbo, la parola, e quindi ciò che dice deve essere accettato senza se e senza ma. Patetico lui e ridicola la RAI, che per guardarsi il sederino ha persino organizzato un attacco simultaneo verso lei stessa. Hanno cominciato i due delle Iene, hanno proseguito Celentano, Gianni Morandi e Pupo. Hanno parlato di epurazioni e errori della RAI. Certo, diranno adesso i tromboni di Viale Mazzini "siamo democratici, ammettiamo anche gli sbagli"...anzi li usiamo per risalire a galla! Ma nella cacca non è facile risalire a galla, ci vuole ben altro che un Celentano qualsiasi. Per adesso l'unica cosa da annotare, oltre che il pessimo spettacolo e la ottima dimostrazione di inefficienza data ieri sera, c'è l'ennesimo spreco di soldi pubblici usati per fare sparlare un ottimo cantante e cantare un pessimo oratore.

venerdì 27 gennaio 2012

“Il coraggio uno non se lo può dare” (A. Manzoni)

Per essere coraggiosi bisogna prima aver paura, poi vincerla e quindi agire. Se non si ha paura non c'è bisogno di essere coraggiosi. Per vincere la paura ci vuole, oltre alla predisposizione mentale, anche TEMPO. Si, tempo: istanti, minuti, ore, o giorni. E chi si è già dimostrato coraggioso non lo sarà in ogni occasione. C’è chi ha paura di un topolino e poi fronteggerebbe un toro infuriato; chi affronta situazioni estreme con efficienza e poi si blocca nel momento in cui nella stessa situazione è coinvolto un familiare. Solo esempi, naturalmente, ma come questi se ne potrebbero fare tanti altri. Nessuno di noi è immune da questo aspetto: chi crede di essere “assolutamente” coraggioso prima o poi nella vita avrà modo di scoprire che non è mai così. Non credo che restare calmi su una nave che sta affondando sia tra i casi di coraggio più comuni; che anche il comandante possa essere preso dal panico è una possibilità. Detto questo, penso che accusare il comandante Schettino solo di codardia sia un onore troppo grande per uno come lui; sarebbe come attribuirgli un’umanità che non ha dimostrato di avere. Si può avere paura, è umano come dicevo prima, ma il comandante Schettino ha (forse) avuto paura dopo aver dimostrato di non tenere nel dovuto conto la sua responsabilità di comandante di una nave passeggeri. D’iniziativa o su indicazioni ricevute (poco importa), a mente lucida quando non aveva paura se ne è fregato di norme e regolamenti, della sicurezza degli uomini e donne che confidavano in lui. Questa è la colpa che Schettino non potrà mai scaricare dalla sua coscienza. E chi ha attribuito a Schettino doti professionali tali da permettergli di comandare una nave, ha responsabilità pari se non superiori. Ah, dimenticavo: il capitano De Falco della Capitaneria di Livorno non è stato coraggioso, non ne ha avuto bisogno. È stato altamente professionale, che era la cosa di cui c'era bisogno in quel momento. Non un eroe, ma un esempio per tutti.

martedì 17 gennaio 2012

L'abbandono di Piazza Carmine

(da zoomsud.it)
Piazza Carmine a Reggio Calabria è una delle piazze più antiche della città, ben pochi episodi della nostra storia non l’hanno trovata coinvolta in parte o in toto. E come si addice ad un “personaggio” di così importante caratura, anche per gli aspetti negativi la nostra piazza è presente e partecipe...allo sfascio in questo caso. Dopo lo scempio del gigantesco barbecue delle Feste Settembrine, quando la fontana di recente costruzione e di “leggendario” funzionamento (nel senso che il suo regolare funzionamento è una leggenda metropolitana) è stata usata come cassonetto per l’immondizia per carbone, oli bruciati e rifiuti vari, adesso ci troviamo di fronte ad un invaso pieno di acqua putrida, molto vicino, per aspetto all’acqua delle paludi malariche. La domanda che sgorga spontanea da cuore di chi, come me, ama questa piazza (io vi sono nato e cresciuto) è: ma non sarebbe stato meglio, visti i risultati ottenuti, lasciare la piazza com’era prima del restyling? Nonostante  l’antico mercatino giornaliero ed il chiasso derivante, non si era mai raggiunto un livello così basso.



mercoledì 7 dicembre 2011

"La ndrangheta vota chi vince!" - Il governatore Scopelliti si arrampica sugli specchi....

 “La ndrangheta vota chi vince!” ha dichiarato, da quanto risulta dalle notizie di stampa (nota 1  nota 2  nota 3), il governatore Giuseppe Scopelliti nel corso del suo intervento al convegno promosso dal Museo della ‘ndrangheta sul tema “L’area grigia della ‘ndrangheta: relazioni di complicità e collusioni tra cultura, economia e politica”. È un concetto difficile da digerire specialmente se associato, come fa Scopelliti, all’altro concetto (sempre da lui espresso) che afferma che “la maggior parte dell’elettorato reggino è liberamente in grado di esprimere le proprie scelte”. È quasi comico (mi si perdoni il termine, ma non ne trovo un altro idoneo) sostenere che il voto a Reggio non è condizionato, che il risultato è pulito, e contemporaneamente asserire che la ndrangheta vota chi vince. Mi è difficile immaginare una ndrangheta con la sfera di cristallo, che vota chi sa che già comunque vincerà (ma se già vincerà, a che gli serviranno i voti della ndrangheta?); riesce anche difficile immaginare una ndrangheta che si presenti a incassare “a sanatoria”, dopo le elezioni rivendicando il merito di un successo di cui era già palese l’esito, e mi riesce difficile immaginare un politico onesto  che cosciente di essere stato eletto con voti puliti si presti poi ad appoggiare le azioni criminali dell’onorata società. In merito ai due consiglieri regionali arrestati (Zappalà e Morelli) Scopelliti ha parlato di un “codice etico” sottoscritto da tutti, ha detto di avere richiesto in alcuni casi il certificato del casellario giudiziario. Come se un individuo disonesto al punto di vendersi alla criminalità organizzata possa avere problemi morali a dichiarare il falso, o firmare un accordo e poi non rispettarlo, oppure come se un incensurato non possa essere un delinquente, di fatto o potenziale. “Alzi la mano in questa sala chi sapeva che Franco Morelli avesse questo tipo di rapporti”, ha esclamato Scopelliti. Certo, a Reggio di Franco Morelli (cosentino) si sapeva poco o niente, probabilmente la maggior parte dei presenti in sala non lo conoscevano nemmeno prima del suo arresto; ma su altri, reggini puro sangue che ancora orbitano regolarmente attorno al governatore anche con incarichi di responsabilità, se avesse chiesto informazioni alla platea avrebbe avuto certamente risposte argomentate. Ed alla fine, il passaggio su non meglio identificate testate giornalistiche calabresi che... “ogni anno registrano perdite tra 600 e 700 mila euro. L'informazione e' un settore in cui c'è gente sempre pronta ad investire con la giustificazione che si vuole offrire un contributo di crescita ai calabresi. Com'è possibile che possano nascere nuovi giornali, e per fare cosa, in una regione dove si legge poco o niente. Cominciamo a domandarci a 360 gradi di tutto”. Come a voler dire che c’è una specie di forza maligna che utilizza certa stampa per fini illeciti. Ma “attenzione a delegittimare la politica” dice il governatore... “serve solo alla ‘ndrangheta ed ai poteri occulti che pensano in questo di poter condizionare l’azione politica nei diversi territori.” Evidentemente Scopelliti preferisce delegittimare la stampa e non citando le testate a cui si riferisce, trascina tutti nel calderone.  Ma se mi guardo intorno a 360 gradi le domande che mi vengono in mente per prime sono altre, a cui il governatore ex sindaco di Reggio Calabria continua a non rispondere; la politica e' un settore in cui c'è sempre gente pronta ad investire con la giustificazione che si vuole offrire un contributo di crescita ai calabresi, ma se il contributo è quello che vediamo attualmente, con un degrado galoppante in tutti i settori nevralgici, sanità e trasporti in testa, nasce spontanea la domanda; com'è possibile che possano nascere come funghi nuovi movimenti, liste elettorali e candidati spesso a sorpresa,  e per fare cosa, in una regione dove si amministra poco o niente? E potrebbe Scopelliti spiegare ai calabresi ed ai reggini in particolare perché in questa regione esistono comuni che ogni anno registrano perdite di decine di milioni euro? Non ce l’ha fatta, il governatore, a convincermi che in Calabria e soprattutto a Reggio la ndrangheta non cerca costantemente di condizionare l’esito delle elezioni  “prima” delle votazioni. Non è riuscito a convincermi che è la ndrangheta a cercare di agganciare i politici: gli atti processuali raccontano una cosa diversa, parlano di file di aspiranti eletti dietro la porta dei boss  a chiedere sostegno, e parlano di boss che si permettono il lusso anche di pianificare l’elezione dei candidati e proiettarne nel futuro gli sviluppi della carriera politica.  Con le sue parole non è riuscito a convincermi che una fetta di politica, di questa politica, non è marcia e di conseguenza dannosa per Reggio e la Calabria. 

lunedì 21 novembre 2011

Un commento che vale un post


Ho ricevuto da un caro amico un supercommento sul mio post "Il banchetto tra amici"; non posso fare a meno di pubblicarlo come post, perché questa è la dignità che a mio parere merita un testo così.  Vorrei solo precisare che il mio non era "un articolo sulla nettezza urbana", intendeva bensì, usando la metafora di un episodio realmente accaduto, far risaltare per l'ennesima volta l'andazzo secolare che segue questa bellissima ma sfortunata città; vorrei anche dire che io non mi "alzo a criticare questo e quello" e che non ho soluzioni definitive per nessun problema, penso solo che se qualcuno evidenzia gli errori, a furia di individuarli alla fine dovrebbe venire fuori la soluzione, se non altro per esclusione. E poi, caro amico mio, il mio blog si chiama Liberopensatore tuttoattaccato.


Ciao Libero Pensatore
Ho letto sul tuo blog l'articolo sulla nettezza urbana; anche io ho qualche ricordo della mia fanciullezza.
Non so se le date corrispondono perché io son nato nel 1956 e tu, credo, qualche anno dopo
ma anche io ho miei ricordi. Io abitavo in via Torrione, vicino al Municipio a pochi passi da Piazza De Nava.
Anche io mi ricordo benissimo “Lo spazzino”, una volta si chiamava così, e non era una bestemmia.
Era un uomo, non mi ricordo la sua faccia, ma è vero, bussava alla porta col suo sacco di tela cerata e noi gli davamo la spazzatura. Il sacco non era enorme, forse noi eravamo molto piccoli e lo vedevamo enorme.
Eravamo 4 in casa. La spazzatura era sempre un piccolo sacchetto spesso una busta di carta della Standa.
Cosa c’era dentro ? Se faccio uno sforzo mi ricordo qualcosa !
Andiamo per esclusione forse è meglio
Buste di latte ?
No, il latte lo prendevamo direttamente dal lattaio in una bottiglia di vetro. Sempre la stessa !
Bottiglie di birra?
No la birra era una cosa mai vista, se ne beveva qualcuna al bar, raramente
Bottiglie di acqua?
Mai avute, si beveva l’acqua del rubinetto
Gli involucri delle uova ?
Erano solo buste di giornale e avevano un utilizzo in un altro ambiente
Bottiglie di vino ?
Sempre la stessa si andava in bottega e si tornava con la bottiglia piena
Forse mi ricordo male ma forse no
Mia mamma mi preparava il latte la mattina e dentro non c’era nesquik, ne i kellogs e nemmeno i biscotti del “mulino bianco”. Paradossalmente i mulini erano davvero bianchi ma non c’erano i biscotti del mulino bianco.
In genere c’era un pezzo di pane (non sempre) avanzato dal giorno precedente.
Il pane !  Non ne rimaneva quasi mai !
Insomma cosa c’era nella spazzatura ?
Te lo dico io:
Le bucce di qualche pera o mela. Banane mai, erano il frutto proibito, costavano care.
Qualche scorza di uovo la buccia di qualche patata. Tagliata sottilissima ovviamente.
Per riempire un sacchetto della spazzatura ci voleva un bel po’.
Uno spazzino “consentimi di usare questo termine” ma si chiamava così, per riempire un sacco bussava a 10 famiglie, forse anche di più.
Ma c’è un’altra cosa che mi ricordo benissimo.
Un episodio che è rimasto nella mente di un ragazzino di 12 anni come ero io al tempo.
Io avevo 12 anni nel 1968 tanto per essere precisi. In quel periodo non è venuto lo spazzino per  mesi.
Non è che non venisse a casa mia, non andava da nessuno e la gente, ovviamente portava la spazzatura in un angolo della strada. Mi ricordo perfettamente dove. Era l’angolo tra la via Torrione e la traversa che portava al “PIO X”. In quel posto per molto tempo andavo personalmente a depositare la spazzatura
Del resto non c’era un posto dove metterla.
Insieme a me, tanti altri andavano li a depositare. Ogni tanto veniva un camion con operai armati di pale e la caricavano sul cassone. Poi misero un cartello. “E’ vietato buttare la spazzatura”
Ma lo spazzino non passava e ovviamente tutti continuavano a depositare la spazzatura li.
Dopo qualche tempo arrivarono i vigili e qui avvenne una cosa importante
Si misero a rovistare tra la spazzatura e trovarono una prova della mia colpevolezza.
Avevo messo nell’immondizia anche un mio quaderno di scuola. Quaderno sul quale avevo ovviamente scritto nome  cognome ed indirizzo. Ed eccoli bussare a casa.
Apro io e mi dicono: Sei tu questo ?  In mano avevano il quaderno col mio nome e cognome
Io guardo il quaderno e capisco al volo che sono nei guai. Mi sono terrorizzato, ma loro non hanno battuto ciglio. Hanno elevato una contravvenzione a mio padre ricordo la cifra per quel tempo enorme.
Qualcosa come 10 mila lire ! Avevo il terrore di dirlo a mio padre quando sarebbe tornato.
Questi zelanti tutori dell’ordine comunale non solo non hanno ceduto alle mie supplice ma ne hanno combinata una ancora più grave.
Lo so che adesso non ti viene da credere ma ti assicuro che è così.
Nei pressi di casa mia c’era una famiglia benestante. Avevano una cameriera che faceva di tutto in casa.
E tra i vari incarichi, la donna, aveva anche  il compito di buttare l’immondizia.
Quando i vigili sono andati a casa di questi benestanti. I signori si son difesi.
- Non abbiamo buttato noi l’immondizia, è stata lei- e i vigili hanno fatto la multa  a lei, questo lo ricordo benissimo !  Perché la poveretta, venne piangendo da mia mamma con la multa in mano
La verità la sai qual è ? Una volta la spazzatura veniva smaltita in modo artigianale.
In effetti la plastica era poca e spesso la spazzatura si decomponeva in un compost naturale che non arrecava danni ambientali gravi. Nessuno si preoccupava di cosa e di quando. Non c’erano le leggi che lo impedivano. In Italia abbiamo fatto tutte le leggi per difendere il territorio senza fare le strutture.
 Successivamente misero i cestini ed i cassonetti perché era più conveniente la raccolta dal momento che serviva molta meno mano d’opera. Ma c’è un altra cosa che dimentichi. La raccolta della spazzatura era gratuita per il cittadino. Non si pagava la Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani.
Il fatto è che una volta un cittadino che veniva colpito da una sanzione iniqua come quella di cui ti ho parlato, la pagava e basta. Oggi vai dal legale. E così facendo intasi i tribunali.
Costi enormi per pagare magistrati avvocati cancellieri ecc. Tutto perché la discarica non la vuole nessuno.
È facile adesso che un Libero Pensatore si alzi a criticare questo e quello.
Tutti potremmo criticare del resto. Ma la verità è che non è per niente facile gestire certe cose.
E se ha la soluzione fatti avanti ! Ma sai cosa succederebbe ?
In generale non ti ascolta nessuno. Ma se dovessi superare questo muro ed essere ascoltato, in questo caso, avrai cento cog...ni che dicono che stai sbagliando o che sei d’accordo con qualcuno losco losco losco.
Ciao,
Alfio
(di Alfio Mannuzza)