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martedì 22 febbraio 2011

La fontana (forse) ritrovata

Sulla vicenda della Fontana bronzea di Piazza Castello è intervenuto il Sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Raffa con un comunicato stampa a cui ha fatto seguito la risposta del Comitato di cittadini firmatari dell'esposto alla Procura della Repubblica.

Il comunicato stampa del Sindaco di Reggio Calabria
Il sindaco Giuseppe Raffa intende rassicurare i cittadini sulla sorte del delfino bronzeo che ornava la fontana del giardino di Piazza Castello dopo le denunce di un Comitato costituitosi per esprimere preoccupazione riguardo la presunta scomparsa dell’opera a seguito dei lavori di restyling che hanno interessato l’area.
“Non vi è alcun alone di mistero intorno al delfino bronzeo – dichiara il Primo Cittadino -. Mi rivolgo ai membri del Comitato, nato a tutela di questo antico manufatto, ed ai reggini in generale per garantire loro che la fontana si trova al sicuro nella sede comunale. A tal proposito, infatti, ho sentito l’architetto Alberto Di Mare, allora Responsabile Unico del Procedimento e Direttore dei lavori per gli interventi di riqualificazione della piazza”.
In definitiva, il progetto inerente piazza Castello, così come approvato, prevedeva la rimozione della stessa fontana ma non una sua ricollocazione nel medesimo sito, così come il restauro e la successiva ubicazione in un’altra sede non rientravano fra gli interventi programmati ed eseguiti.
“E’ innegabile – precisa Giuseppe Raffa – il pregio artistico della scultura: essa, infatti, insieme alle altre che ornavano la fontana detta delle ‘Tre fontane’, è ciò che rimane delle quattro cannelle della ‘Fontana della pescheria’ o ‘Fontana Nuova’ che si trovava sulla via Marina purtroppo distrutta dal terremoto. Proprio in considerazione dell’importante testimonianza storica che il delfino bronzeo rappresenta – conclude il Sindaco – ci attiveremo affinché esso, così come per tutti i beni di significativo interesse culturale e architettonico, trovi una degna sistemazione, magari, ad esempio, ricongiungendolo alle altre e quindi realizzando ex novo un’ulteriore fontana, o collocandolo nell’attuale sede delle ‘Tre fontane’, attivando così l’iter propedeutico al restauro dell’intera fontana”.
(Roto San Giorgio)
La risposta del Comitato dei Cittadini:
Apprendiamo con parziale soddisfazione che il Sindaco Raffa si è fatto carico di rassicurare i cittadini di Reggio Calabria sul destino della Fontana bronzea di Piazza Castello, prendendo un impegno sul suo futuro, ed auspichiamo di potere vedere presto la fontana nuovamente nel suo sito originale, o anche a fare compagnia alle “tre fontane” sorelle. Detto questo, non abbiamo motivo di non credere alle parole del Sindaco, o meglio alla sua buona fede, ma certo lascia perplessi il fatto che dopo quasi un mese dalla prima denuncia ufficiale ai giornali e 18 giorni dall’articolo/inchiesta di un noto quotidiano reggino, solo successivamente all’annuncio della presentazione di un esposto alla Procura della Repubblica qualcuno si degni di rispondere al quesito posto dai cittadini.
Se la risposta era così semplice, perché aspettare tanto? E in più, dopo  tanto  tempo, è accettabile che il Sindaco si limiti a dichiarare di avere interpellato  altra persona e di sapere tramite la stessa che il bronzo è  nella “sede comunale” (cosa si intende per sede comunale, poi, è tutto da chiarire)? In un mese di tempo il primo cittadino avrebbe potuto, anzi dovuto, recarsi personalmente a vedere dove è la fontana e dichiarare ” è in quel posto perché l’ho vista io!”. Invece, in perfetto stile “ti dico che mi hanno detto” tipico della politica nostrana, ecco l’ennesima dichiarazione fumosa: “… la fontana si trova al sicuro nella sede comunale. A tal proposito, infatti, ho sentito l’architetto Alberto Di Mare, allora Responsabile Unico del Procedimento e Direttore dei lavori per gli interventi di riqualificazione della piazza”. Quindi il Sindaco “sa” perché “glielo ha detto l’architetto” e noi dovremmo sapere perché “ce lo ha detto il Sindaco che lo  ha saputo dall’architetto”? Noi vogliamo crederci, ma se qualcuno pensa di potere  continuare a gestire la cosa pubblica (compresi i monumenti) in questo modo si  sbaglia di  grosso. Siamo stati costretti a presentare un esposto alla Procura proprio a causa della scarsa (praticamente assente) trasparenza di questa amministrazione comunale; sarebbe bastato rispondere subito (e per conoscenza diretta della cosa) ai ripetuti appelli dei cittadini, per evitare questa querelle.
Tutti i giorni leggiamo sui giornali comunicati stampa di solidarietà con questo, attacchi a quello, complimenti a quell’altro, emessi dai nostri amministratori ed esponenti dell’opposizione, Sindaco compreso, mentre per rispondere a dei semplici cittadini su un argomento di interesse pubblico occorre che si interpelli l’Autorità Giudiziaria. Non siamo politici di professione, per noi scrivere l’esposto e presentarlo ha avuto un costo in termini di tempo ed impegno tolto ad altre attività, non ci siamo divertiti a farlo. Praticamente abbiamo agito al posto di chi è istituzionalmente tenuto (e per questo è ben retribuito) a vigilare ed amministrare il bene comune della Città. Occorre che i nostri politici (tutti) si  rendano conto che ormai la misura è colma e che siamo stanchi di proclami, di finte inaugurazioni, di lavori iniziati e mai terminati, di misteri vari (fontane comprese). È bene che si cominci ad interpellare i cittadini “prima” di agire in certi  campi, e non farli trovare di fronte al fatto compiuto. Chi  ha stabilito di eliminare la  fontana dalla piazza? Perché non eliminare anche il Castello magari per fare spazio, allora? E perché non si è prevista contestualmente la nuova allocazione del bronzo? Ecco perché la soddisfazione è parziale. Vorremmo anche che entro una precisa data si decida cosa farne, insieme ai cittadini. E soprattutto vorremmo più rispetto. Fermo  restando che comunque l’esposto seguirà il suo iter naturale come è giusto che sia.
Per il Comitato dei Cittadini
Pasqualino Placanica

lunedì 21 febbraio 2011

Siamo un paese di vecchioni.

Mario Pescante, vicepresidente del Cio ed ex presidente del Coni, è il presidente del comitato promotore delle Olimpiadi di Roma 2020. È nato ad Avezzano il 7 luglio 1938, il che vuol dire che ha compiuto 72 anni. Nel 2020 ne avrà 82. In un paese dove la pensione degli operai è diventata un'incognita, gli esponenti della classe dei benestanti/ricchi non hanno nessuna voglia di ritirarsi pur avendo i mezzi economici per farlo. E la nostra politica non fa niente per cercare di fare cambiare la tendenza.  D'altronde, con un Presidente della Repubblica di 85 anni ed un premier di 70, non è che diano il buon esempio. Chissà perchè abbiamo un Ministero per le Politiche giovanili e le Attività sportive; che ci stanno a a fare insieme queste due cose? Lo sanno tutti che le Olimpiadi non sono cose da ragazzini.

domenica 20 febbraio 2011

Votate me perchè lui è peggio.

 
Egregio direttore, ho appena letto la nota dell’esponente nazionale dei Giovani Democratici Antonino Castorina, che viene subito dopo la notizia del rifiuto del PD e buona parte del centrosinistra ad affrontare le primarie per le elezioni comunali. “L’unità del centro sinistra… non si raggiunge esclusivamente con l’importante istituto delle primarie ma attraverso l’individuazione di una figura che tenga unita la coalizione, che intercetti quella grande fetta di elettorato deluso e amareggiato da una politica troppo distante dai problemi quotidiani. Il più grande alleato che il PD deve portare dalla sua parte sono quei milioni di voti che in questi anni si sono dispersi.” Pienamente d’accordo con lui; peccato però che poi, dopo quest’ottimo proclama, non trovi altro modo per concretizzare il concetto che ripetere per l’ennesima volta lo stesso errore fatto dal centrosinistra fino ad ora: attaccare  il candidato e le idee della coalizione opposta anziché pensare a valorizzare le proprie idee ed il proprio candidato. Come dire: lui è peggio di me! Con l’aggravante di non avere ancora un candidato da proporre a pochi giorni dalla competizione elettorale (sulle idee stendiamo un velo pietoso). O meglio, di non “voler avere” ancora un candidato e in più di non accettare la competizione con l’unico candidato del centrosinistra al momento in campo. Inoltre siamo ancora in attesa di idee solide, proclami a parte. Egli ritiene che il candidato ideale debba avere  due caratteristiche: deve essere una figura che tenga unita la coalizione e che intercetti quella grande fetta di elettorato deluso e amareggiato da una politica troppo distante dai problemi quotidiani. Ora, visto che sono senz’altro d’accordo con lui su questi due punti, mi domando qual’è delle due la caratteristica che manca a Massimo Canale oppure se addirittura mancano tutt’e due. Ce lo dice, il giovane Castorina, e logicamente ci spiega anche perché?

venerdì 18 febbraio 2011

Parole esemplari.


Il 13 febbraio scorso, a Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, un quindicenne ha sparato al barista di un bar uccidendolo, a causa di un conto di 21 euro non pagato. Adesso i genitori dell'omicida hanno scritto ai genitori della vittima una lettera che secondo me merita di essere diffusa e fatta leggere soprattutto ai più giovani.
Raramente si leggono parole così profonde e toccanti:

"Perdonate noi, se vi e' possibile, per non essere riusciti a sottrarre Giacomo dal suo gesto; noi continueremo ad amarlo per poterlo salvare: non dalla galera, ma da se stesso e dal suo rimorso. Confidiamo nella vostra pieta' e vi diciamo che continueremo a piangere, insieme, per la sventura che vi ha colpito''. E' quanto scrivono i genitori di Giacomo S, il ragazzo di15 anni, che domenica scorsa ha ucciso il titolare di un bar, Antonino Battaglia, solo perche' gli aveva chiesto di saldare un debito di venti euro, in una lettera inviata ai genitori della vittima Il padre e la madre di Giacomo hanno voluto così ribadire la richiesta che avevano rivolto ai genitori di Battaglia attraverso il loro legale. ''Speriamo nella vostra comprensione, se non nel vostro perdono. Vogliamo essere vicini al vostro dolore, partecipare al lutto, piangere con tutti i cittadini un caro ragazzo come Toni: e affidiamo questi sentimenti a questa lettera perche' sarebbe difficile, proprio ora, comparire dinnanzi a voi. Non chiediamo di perdonare nostro figlio: non e' questo il motivo che ci spinge a scrivere. Tutto questo vogliamo fare per onorare la memoria di Toni, per soffrire con voi per le nostre colpe; perche' i ragazzi di Taurianova sappiano quanto male si puo' fare se tutti noi aderiamo a modelli di comportamento che crediamo che facciano diventare uomini e donne maturi; ed invece ci fanno schiavi di una cultura che ci rende miseri''. (fonte ANSA).

giovedì 17 febbraio 2011

Presentato l'esposto sulla Fontana monumentale di Piazza Castello


foto di S. Autellitano
alla c.a. degli organi di stampa:
Stamattina è stato presentato alla Procura di Reggio Calabria un esposto per segnalare l'avvenuta sparizione della fontana monumentale di Piazza Castello. A consegnarlo, a nome di un'ottantina di cittadini sottoscrittori, sono stati il consigliere provinciale Omar Minniti e il sig. Pasqualino Placanica.
Nell'esposto è stato rammentato che, a seguito dei lavori di restyling della Piazza Castello effettuati dall’Amministrazione Comunale negli anni scorsi, la fontana posta al centro del giardinetto della piazza di fronte al palazzo del compartimento ferroviario è stata rimossa, non rientrando evidentemente nel nuovo progetto da realizzare. Si tratta di una fontana bronzea a forma di delfino, opera di pregio artistico che senz’altro rappresenta un pezzo di storia di Reggio, “sorella” delle opere bronzee che ancora campeggiano in cima alla scalinata di Via Giudecca, le famose “Tre fontane”. Con queste faceva parte di un lotto proveniente da un’opera monumentale un tempo collocata sul lungomare. In passato, infatti, l’approvvigionamento idrico della città di Reggio (ricca d’acqua grazie alle falde alimentate dai torrenti non ancora cementificati) avveniva in riva al mare, presso cui sorgevano almeno due grandi fontane. Una di esse, Fontana Nuova (conosciuta pure come Fontana della Pescheria), fu danneggiata dal terremoto del 1783, così durante i lavori di riedificazione si provvide a restaurarla. Le cinque bocche marmoree precedenti furono sostituite con le quattro bocche a forma di delfini bronzei che oggi conosciamo. Successivamente al sisma del 1908, durante il quale l’edificio della Fontana Nuova andò distrutto, le bocche bronzee furono collocate in due punti diversi della città: tre sono, appunto, le “Tre fontane” della zona collinare, mentre la quarta fu sistemata in piazza Castello, dove è rimasta per quasi un secolo.
Della suddetta opera bronzea, dal momento della sua rimozione da Piazza Castello, non si sa più nulla, ed a niente sono valsi i tentativi bonari di conoscerne il destino. Alle richieste verbali di cittadini interessati hanno, inoltre, fatto seguito l’intervento del consigliere provinciale Omar Minniti e inchieste giornalistiche, che hanno lamentato tra l’altro il silenzio dell'Amministrazione Comunale e della Soprintendenza dei beni architettonici di Reggio Calabria.
Attraverso l'esposto, i cittadini firmatari hanno chiesto alla Procura della Repubblica di accertare se la fontana in oggetto sia ancora in possesso delle Autorità competenti e,  qualora dall’esito risultasse che la suddetta fontana sia stata sottratta alla Città in maniera illecita, di individuare e perseguire i colpevoli secondo quanto previsto dalle vigenti leggi.
Omar Minniti(consigliere provinciale)
Pasqualino Placanica
(p. i cittadini sottoscrittori dell'esposto)

http://it.wikipedia.org/wiki/Piazza_Castello_%28Reggio_Calabria%29

http://omarminniti.wordpress.com/2011/01/25/che-fine-ha-fatto-la-fontana-monumentale-di-piazza-castello/

http://paplaca.blogspot.com/2011/02/la-fontana-perdutao-rubata.html



sabato 12 febbraio 2011

Calderoli ...è incostituzionale?

"un evento significativo quale il 150esimo dell'Unità d'Italia può essere celebrato degnamente lavorando o andando a scuola e non restando a casa.....il 17 di marzo andiamo tutti a lavorare oppure la legge in oggetto è priva di copertura ed è quindi incostituzionale ex articolo 81 della Costituzione"( Roberto Calderoli, medico chirurgo maxillo-facciale laureato con 110 e lode). Peccato per Calderoli che quest'anno il 25 aprile (Festa della Liberazione) coincida con la Pasquetta (lunedì dell'Angelo) e che il Natale coincida con la domenica e quindi in realtà la  festività (che al momento è prevista "una tantum") sarebbe "a costo zero". Ma per il ministro della semplificazione normativa questo sarebbe un ragionamento troppo complicato, lui deve semplificare tutto. Detto questo gradirei maggior attenzione dei ministri di questa Repubblica al lavoro tutto l'anno, anzichè alla festa di un giorno. È incostituzionale non avere lavoro, non festeggiare un giorno.

venerdì 11 febbraio 2011

TREMONTI FOR PRESIDENT?


«Vi dico una cosa: i treni che vengono dal Nord hanno i moscerini spiaccicati sul finestrino, quelli dal Sud no. Sono più veloci i moscerini dei treni» Che biricchino, il ministro dell'economia del governo Berlusconi, scherza amabilmente su uno dei tanti problemi che affligge il meridione, quasi come se avesse scoperto adesso che c'è qualcosa che non va. In treno, ha spiegato Tremonti, «...da Milano a Roma si va in tre ore, da Roma a Reggio Calabria siamo partiti alle 12 e arrivati alle 19. Poi siamo venuti su in pullman e anche qui ci sono molti cantieri quindi vuol dire che qualcosa è in atto, però serve l’autostrada». A chi chiedeva se occorreva fare il viaggio nel Sud per rendersi conto della situazione, il ministro ha replicato: «Sì». E certo, probabilmente perchè il ministro  non aveva una  conoscenza personale del sud, non aveva mai viaggiato da solo prima  di diventare  uomo di governo, non si era mai recato per motivi personali o legati al suo lavoro, dappertutto in Italia. Mi sfugge il motivo "istituzionale" che porterebbe un ministro dell'economia a fare un viaggio del genere, piuttosto che un ministro dei trasporti o dell'interno o il premier in persona. Non mi sfugge invece il fatto che Tremonti è uno dei pochi (se non l'unico) esponente di rilievo della maggioranza che non ha preso le difese del premier in relazione ai recenti scandali;  non mi  sfugge che continua ad arginare i proclami del governo su investimenti da fare (sempre gli stessi) precisando che "non ci sono i soldi". Non mi sfugge che ormai Berlusconi è alla frutta, che dovrà per forza lasciare la scena volontariamente o no; che il PDL dovrà trovare un candidato premier presentabile che sia "pulito" dalle polemiche e di spessore internazionale. In attesa della campagna elettorale, mettersi avanti con il lavoro non guasta. Dei treni? Ma non gliene frega niente, se non fosse così avrebbe agito prima, senza bisogno  di sopralluoghi-farsa come quello dei giorni scorsi. Sono anni che Trenitalia taglia  treni al sud.  E non mi sfugge neanche la presenza dei due segretari generali dei sindacati gialli CISL e UIL.  

mercoledì 9 febbraio 2011

I meridionali, la “MalaUnità” e la sindrome di Fantozzi



L'avete presente il finale del primo film su “Fantozzi”, la brillante saga tragicomica che ha visto come attore protagonista Paolo Villaggio? Il nostro sfortunato ragioniere, dipendente della Megaditta, dopo una delusione amorosa con la signorina Silvani decide di farsi mandare in una sorta di reparto punitivo. Qui incontra un giovane intellettuale rivoluzionario - il compagno Folagra -  dalle idee e la dialettica un po' confuse ma efficaci, che convince Fantozzi ad abbracciare il marxismo. Dopo innumerevoli notti passate piegato su “letture maledette”, attraverso le quali il ragionier Ugo apprende verità nascoste, urla tutta la propria rabbia: “Ma allora mi han sempre preso per il culo!”. E' la molla che lo induce a scagliarsi, anzi a scagliare letteralmente un sasso, contro i padroni a cui fino ad allora era stato fedele.
Tanti meridionali, in questi mesi di celebrazioni del 150° anniversario dell'unità d'Italia, stanno provando le medesime sensazioni di Fantozzi. Non è da ora che hanno capito di nutrire un amore non bilaterale, non corrisposto dalla signorina Silvani di turno: l'Italia nata nel 1861 dall'annessione savoiarda. Lo avevano compreso empiricamente anche i loro avi, contadini scacciati dalle terre comuni, migranti sulle navi della speranza per gli Stati Uniti e l'Australia, carne da cannone nelle trincee sul Carso o nelle sciagurate aggressioni coloniali fasciste, operai-macchine nelle fabbriche di Agnelli. Ma, da buoni testardi, i meridionali non hanno smesso mai di tentare, tramite approcci galanti al limite della prostrazione, di indurre la Silvani tricolore a mutare atteggiamento nei loro confronti. In fondo anche “sui monti di pietra può nascere un fiore”, cantava Gianni Morandi.
A tutto, però, c'è un limite. Pure il più cocciuto degli infatuati a un certo punto getta la spugna e cerca di conoscere il perché del rifiuto. E' il momento delle pause di riflessione, degli interrogativi. E' il momento del confino volontario, in cui è possibile che si incontri qualche intellettuale  anticonformista come Folagra, che si incappi in “letture maledette” sulla vera storia dell'unità d'Italia. Quella storia che qualcuno comincia a chiamare “MalaUnità”. Come il collega di Fantozzi, questi scrittori, giornalisti, storici e musicisti hanno tanta collera dentro, intraprendono strade spesso contorte e dalle mete non certe, ma mettono il dito nella piaga e puntano i riflettori su vicende umane e politiche celate e rimosse.
Arrovellati da mille domande, ecco i nostri meridionali con gli occhi solcati dalle notti insonni,  piegati su “Terroni” di Pino Aprile, sulle opere semi-clandestine di Nicola Zitara, le autobiografie di ribelli come Carmine Crocco, qualche frammento gramsciano (“Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”, affermava  il comunista sardo nel 1920) e le inchieste di chi odia un re (Savoia) perché ne avrebbe voluto un altro (Borbone). Un cocktail micidiale, insomma. Eccoli incollati ai video di Youtube realizzati alla meno peggio, a qualche film prontamente ritirato dalle sale o irreperibile. Eccoli ad autoprodursi “compilation dell'orgoglio meridionale”,  mettendo una buona dose di Eugenio Bennato, un pizzico di Rino Gaetano, qualche pezzo degli Stormy Six del 1972 (non neoborbonici calabresi, ma marxisti-leninisti milanesi), una punta di Nino Forestieri; il tutto condito con gli inni di Valerio Minicillo ed Eddy Napoli e insaporiti dalle sonorità word music, hip-hop e rock dei gruppi della scena alternativa (Almamegretta, Kalamu, Kalafro e altri).
Dopo l'orgia di libri, filmati e canzoni, anche i meridionali – alla stregua di Fantozzi – capiscono che le cose non sono andate come ce le ha descritte la storiografia ufficiale. Capiscono che quella del Meridione non è stata proprio una liberazione, festeggiata da folle di contadini, donne e bambini sorridenti, e che il Sud prima del 1861 non era affatto il paese di Pulcinella. “Ma allora ci han sempre preso per il culo!”, gridano pure loro, pronti a scagliarsi contro la “Megaditta”che celebra l'unità nazionale con mostre, convegni e solenni parate.
Ben venga questa ribellione. Ben venga questa nuova coscienza, soprattutto da parte dei giovani meridionali che, come i propri padri, nonni e bisnonni, ripongono le proprie speranze nelle valigie che li accompagnano verso il Centro-Nord. Migranti, “terroni viaggianti”, per non fare i disoccupati in loco, oppure la manodopera delle cosche. Questa rabbia è sana e vitale e può essere incanalata nelle folate di Scirocco che, dopo aver toccato paesi mediterranei fratelli come la Grecia, l'Albania, la Tunisia e l'Egitto, ora puntano dritte all'Italia. Ma dall'esperienza vissuta da Fantozzi bisogna trarre tesoro anche degli errori, per non essere destinati al medesimo epilogo. Ricordiamo come finì il film: dopo il gesto estremo Fantozzi viene inviato a conferire dal Mega Direttore Galattico, che lo spedisce nell' “acquario dei dipendenti” a fare bella mostra di sé come “triglia umana”. Un fenomeno da baraccone, insomma, una caricatura da mostrare per il pubblico ludibrio altrui. E' questo il rischio che non deve correre il nuovo meridionalismo: quello di essere tacciato come nota di folclore, come macchietta, facendo proprie prospettive fuorvianti e antistoriche, vedi il ritorno a monarchie deposte. Oppure di essere speculare, di essere l'altra faccia della medaglia, delle pulsioni separatiste intrise di razzismo, xenofobia, egoismo localista che fuoriescono dalla pancia del Nord e danno vita a mostri come la Lega.
La ribellione per riproporre al centro dell'agenda politica la Questione Meridionale può e deve essere una cosa seria. Da essa dipende il futuro delle nuove generazioni di calabresi, siciliani, lucani, pugliesi, molisani, sardi e abruzzesi. Una cosa troppo seria, appunto, per essere riposta nelle mani di pittoreschi gendarmi borbonici pronti a riconquistare Gaeta o di vecchie volpi della malapolitica, alleate di governo di Bossi, e dei loro autoproclamati movimenti, partitini e mini-leghe di matrice “sudista”. La lotta per rimediare i danni della “MalaUnità” va condotta sul piano della controinformazione, riprendendoci la nostra memoria storica e la dignità rubata, dando decoro non solo ai nostri martiri ma anche alle nostre eccellenze. Sul piano della mobilitazione di piazza, per ribaltare l'atteggiamento nordcentrico di tutti i governi degli ultimi 150 anni (a parte piccole parentesi); per impedire l'ulteriore spoliazione dei servizi pubblici, i trasporti e l'economia del Meridione, divenuto pattumiera di scorie altrui e deposito di opere inutili e dannose; per liberare il territorio dalle mafie, le massonerie e i potentati, prima foraggiati dai capitalisti del Nord e oggi tutt'uno con questi. Una lotta che va condotta anche e soprattutto dentro le forze democratiche, i movimenti progressisti, le organizzazioni sindacali e le articolazioni varie della società civile, pure questi non esenti da subalternità al “vento del Nord” e pregiudizi antimeridionalisti. E' uno scontro arduo, certo, ma una delle “doti” che ci vengono universalmente riconosciute non è la “capa tosta”?
Fantozzi è andato in paradiso e poi è risorto. Perché non possono fare altrettanto i meridionali?
* consigliere provinciale Prc – Reggio Calabria

martedì 8 febbraio 2011

Il consigliere legh/razz-ista non si alza in piedi

Giuseppe Civati, consigliere regionale lombardo del Partito Democratico, racconta sul suo blog che Cesare Bossetti, consigliere della Lega di Varese e amministratore unico di Radio Padania Libera (eletto nel famigerato listino di Formigoni senza preferenze), durante il minuto di silenzio per i quattro bambini rom morti a Roma richiesto dal Pd e concesso dal presidente (leghista) Davide Boni, non si è alzato in piedi. 
Anche io, come Civati, non ho niente da commentare. 

venerdì 4 febbraio 2011

La fontana perduta...o rubata?

La fontana "perduta" (foto di S. Autellitano)
 "....In Piazza Castello, prima dei lavori di restyling dell'area (ultimati nel luglio del 2007), faceva bella mostra una fontana in bronzo del 1700, raffigurante un delfino, collocata in quella sede dopo il terremoto del 1908 e di cui si sono perse le tracce.  Si tratta di un'opera identica alle “Tre fontane” di Via Giudecca, nella zona collinare della città: con queste, infatti, faceva parte di un lotto proveniente dai ruderi della “Fontana Nuova” (conosciuta pure come Fontana della Pescheria), che un tempo sorgeva sul Lungomare di Reggio..." (da Wikipedia) 

Che fine abbia fatto la pregevole opera bronzea del settecento, al momento non è dato sapere, visto che alle numerose e ripetute richieste di chiarimenti da parte di semplici cittadini prima, del consigliere provinciale Omar Minniti dopo, ed infine della giornalista Caterina Tripodi del giornale Il Quotidiano, coloro i quali dovrebbero essere al corrente  non hanno risposto o hanno risposto evasivamente. Addirittura il soprintendente ai beni architettonici di Reggio Calabria non ha voluto rispondere nemmeno telefonicamente alle domande della giornalista de Il Quotidiano, come se l'argomento non fosse di sua competenza (fonte: Il Quotidiano della Calabria del 4 febbraio 2011). Non è credibile che nel caso in cui le operazioni di  asportazione dell'opera bronzea si siano svolte regolarmente con l'autorizzazione e la supervisione degli esperti preposti nessuno sappia dare una risposta in merito. Sarebbe interessante anche sapere perché nel progetto di restyling della piazza è stato eliminato un vero e proprio monumento parte integrante della storia del posto. (Meno male che non hanno deciso di eliminare anche il Castello Aragonese, per fare spazio). Se l'argomento non fosse per me estremamente serio, direi che ci sarebbe anche da ridere: sono andato a  vedere dov'è la sede dell'ufficio del Soprintendente ai beni architettonici di Reggio Calabria, ed ho scoperto che si trova in Piazza Castello n°1, nel palazzo che era sede del Compartimento delle Ferrovie, praticamente di fronte al  vecchio sito della fontana scomparsa. E allora, se gli addetti ai lavori non rispondono dopo giorni e giorni, è più che legittimo avere dubbi sul destino della fontana. Per questo un comitato di cittadini sta predisponendo un esposto alla Procura della Repubblica chiedendo che l'Autorità Giudiziaria accerti il destino della fontana e qualora risulti che la stessa è stata sottratta illecitamente, persegua penalmente i colpevoli.

giovedì 3 febbraio 2011

Caro Nord...

Caro NORD...ma sei sicuro di esistere? O forse per esistere hai dovuto annetterti, invadendolo senza neanche dichiarare guerra, un SUD che già esisteva da secoli (e non era SUD di nessuno, ma uno stato  florido e potente)?

lunedì 31 gennaio 2011

Povera nostra lingua, KE disastro!

Ormai qualsiasi innovazione che in qualche modo cambi qualcosa nel nostro modo di vivere coinvolge tutti, dai giovanissimi agli anziani, i primi all'avanguardia ed addirittura spesso  autori o fautori dell'innovazione stessa, ed i secondi barricati in trincea ma sempre più  spesso costretti a cedere all'ambiente che li circonda. La tecnologia e i mezzi di comunicazione sempre più veloci impongono un sistema di scrittura al passo che spesso viene assimilato anche da chi con l'ambiente tecnologico non ha niente a che fare, su questo non c'è dubbio. La cosa secondo me importante (e non parlo in senso positivo) è che per i nostri giovani quello che è stato  creato per velocizzare la comunicazione, o semplificarla se volete, è diventato la regola. Ho visto su Facebook questo post che onestamente, al di là della tenerezza che ispira l'argomento, se considerato nella sua completezza dà veramente da pensare: la ragazza si rivolge ad un'amica che evidentemente le ha tolto il saluto, e si lamenta  del suo comportamento rammentandole di frequentare la "terSa" (non terZa) media e di non essere una bambina dell'asilo; fin qui niente di male, è un errore che potremmo  fare tutti, anche solo per la vicinanza dei tasti Z ed S. La mia (diciamo così) perplessità scaturisce dal commento successivo, dove un amico della ragazza la riprende sull'errore: "lei puo avere anke komportamenti da terza elementare ma tu skrivi da prima elementare....terza....si skrive kon la Z NN CON LA S..." e qui cado nello sconforto più profondo, perché mi rendo conto che per i nostri giovani è normale, anzi corretto, sostituire la C con la K (non solo CH, ma anche C), scrivere NON senza O e chissà quale altra immensa bruttura, mentre l'errore da correggere è una S al posto della Z, ma evidentemente solo perché le due lettere non si prestano ad essere sostituite da altre con questa nuova tecnica dissacrante (scusate il termine ma il concetto per me è quello). Che dire? Ke Dante c aiuti!!!!!

domenica 30 gennaio 2011

Lettera aperta ai sindacati dei trasporti calabresi

Ai segretari regionali di FILT/CGIL, FIT/CISL, UILT, UGL A.F., FASTFERROVIE ED ORSA
Ai componenti delle segreterie di FILT, FIT, UILT, UGL A.F., FASTFERROVIE ED ORSA

A tutti quelli che pensano di essere sindacalisti solo perché gironzolano per gli uffici ad "aggiustare" i compari.  (un ruolo non esclude l'altro)

Reggio Calabria, 30 gennaio 2011

Buongiorno. Sono PASQUALINO PLACANICA, un macchinista dell'ITR di Reggio Calabria, dovreste più o  meno conoscermi tutti, ma non ha importanza.
Vado subito al sodo, il fatto di dovere essere costretto a scrivere questa lettera mi indispone più dell'argomento stesso.
È dal 13 dicembre 2010  che la Direzione Regionale Calabria ha mandato in vigore i turni del Personale di Condotta con i tempi accessori ridotti illegalmente; non parlo di flessibilità non concordate, ma di vere e proprie riduzioni illegali e soprattutto ingiustificate dei tempi necessari per mettere  in servizio i mezzi di trazione.La responsabilità della sicurezza dei viaggiatori è affidata al Personale di Condotta dei treni, che ha il dovere di controllare il mezzo affidatogli secondo precise disposizioni tecniche; per effettuare tali controlli  necessita del tempo definito "tempi accessori" che per esigenze di produttività è stato a suo tempo già ridotto al minimo  dall'azienda, al punto che è sufficiente solo se dai controlli  non scaturisce alcuna anormalità; in caso contrario il treno matura sicuramente ritardo in partenza. Con l'ultima turnificazione i tempi già ridotti all'osso sono stati ulteriormente ridotti, stavolta addirittura senza che alcun testo ufficiale ne certifichi almeno sulla carta la liceità. Si tratta di modifiche alla normativa che non sarebbero state legali neanche se concordate con voi, che vi attribuite la titolarità di una rappresentanza che però non esercitate. È dal  13 dicembre, dicevo appunto; dalle notizie che girano sembra che intorno al 22 dicembre l'azienda abbia magnanimamente convocato una riunione in merito e che voi (segreterie regionali dei sindacati dei lavoratori di Trenitalia) abbiate chiesto un rinvio (sembra per le festività natalizie, ma i treni a Natale si effettuano lo stesso, e non li effettuano i distaccati con assenza giustificata da voi). Cari signori, su questa cosa non si sarebbe dovuta fare alcuna riunione: un sindacato vero, che esiste ed esercita le sue prerogative, non può abbassarsi a trattare ciò che interessa la sicurezza dell'esercizio e che è un diritto dei lavoratori: lo deve ESIGERE!!!!!!!. I turni andavano (vanno tutt'ora) normalizzati senza alcuna riunione che in qualche modo legittimasse la modifica fatta unilateralmente. Ma voi avete fatto di peggio; vi siete fatti convocare e poi avete chiesto il rinvio! Avete fatto in modo che l'azienda possa continuare con il suo comportamento arrogante e prevaricatore perché adesso la colpa è interamente vostra! Ed è vero, prima eravate assenti, adesso siete conniventi. I dirigenti aziendali tutto sommato fanno il loro lavoro e credetemi, con avversari come voi è una passeggiata. Come potete pensare di affrontare problematiche come l'occupazione ed il taglio dei treni se non siete capaci di gestire vittoriosamente una criticità del genere? Vi rendete conto che i lavoratori vi vedono solo in televisione (io cambio canale) quando fate le "manifestazioni temporizzate" per i media e poi in periodo di elezioni di RSU o Dopolavoro? Concludo: è passato più di un mese e mezzo dal 13 dicembre, e la situazione è ancora la stessa. Dalle ultime notizie sembra che siano in corso d'opera modifiche ai turni nel senso legale, ma fatico a pensare che ciò sia dovuto al vostro intervento; di solito quando fate qualcosa (ma da anni non se ne vede) lo sbandierate ai quattro venti per dimostrare di essere vivi. Fino ad ora la bandiera della dignità dei lavoratori è sostenuta da pochi macchinisti  che a proprio carico  e rischio ribadiscono con i fatti tutti i giorni (in servizio) quali sono i tempi previsti per la messa in servizio dei treni mentre molti di quelli che subiscono passivamente l'arroganza aziendale lo fanno anche perché pensano che in caso di contestazioni non avrebbero tutela. Spiegatemi, spiegate a tutti i lavoratori qual'è la funzione del sindacato all'interno del Gruppo FS, perché qui da noi non si capisce. ONESTAMENTE NON VEDO COSA POTRESTE DIRE, MA QUALORA TROVIATE QUALCHE ARGOMENTAZIONE NON VI ABBASSATE A RISPONDERE A ME, ELEVATEVI ANDANDO A RISOLVERE LE INFINITE PROBLEMATICHE CHE CI SONO (PASTI, ANTINFORTUNISTICA, VOC, LOGISTICA...) SOPRATTUTTO CERCANDO DI NON DELEGITTIMARE ULTERIORMENTE  LA RAPPRESENTANZA DEI LAVORATORI CON L'APATIA E IL PRESSAPOCHISMO CHE VI HANNO FINO AD ORA CONTRADDISTINTI.
Pasqualino Placanica

venerdì 28 gennaio 2011

Incendio senza fine: l'incredibile storia di Centralia


Centralia è (o meglio, era) un comune degli U.S.A., Contea di Columbia, Pennsylvania. Una piccola cittadina resa famosa (o famigerata) da una vicenda degna di un racconto  del terrore di Edgar Allan Poe. Era inizialmente una città di minatori, sorta ai primi dell'ottocento sopra un enorme giacimento di antracite (carbon fossile) puro al 95% (caratteristica della antracite è l'estrema durezza, cosa che in passato ne rendeva difficile l'estrazione, inoltre è di difficile accensione ed ancora più difficoltoso spegnimento). Il carbone venne estratto in quantitativi industriali fino alla fine del diciannovesimo secolo, quando l'attività di estrazione venne lentamente abbandonata; come in tutte le zone minerarie, rimasero nel sottosuolo  tutta una serie di pozzi abbandonati; la vita nella cittadina continuò, pur senza particolare sviluppo, come un normale piccolo centro abitato fino al 1962 quando successe l'imprevedibile a causa dell'avventatezza di alcuni abitanti (c'è chi dice che fossero addirittura dei vigili del fuoco) che ritennero utile smaltire dei rifiuti bruciandoli in uno dei pozzi abbandonati delle antiche miniere, usato come discarica illegale. La vena di antracite prese fuoco, e dopo alcuni vani tentativi di spegnimento fu lasciata ardere credendo che l'incendio si sarebbe estinto da solo. In realtà la combustione continuò nel sottosuolo, e dopo alcuni anni cominciarono i primi  problemi per la popolazione, con emissioni di fumo e gas, degrado della qualità dell'aria, e conseguenze sulla salute dei residenti. Nel 1979 (17 anni dopo) il problema si manifestò in tutta la sua imponenza e drammaticità quando il gestore di una pompa di benzina  notò  che la sonda inserita per misurare la quantità di benzina nelle cisterne  era calda e da un ulteriore controllo la temperatura risultò essere di circa 80 gradi centigradi!!!! L’incendio sotterraneo in tutti quegli anni aveva lentamente eroso dall’interno il sottosuolo e quindi compromesso le strade e le case. Nel 1981 un cratere largo un metro e profondo più di 40 si aprì improvvisamente sotto i piedi di un bambino (che si salvò) che giocava nel giardino della sua abitazione. Inutili furono tutti i successivi tentativi di estinguere l'incendio che ben presto manifestò i suoi effetti in superficie: ceneri, nuvole di fumo bianco ed acre, moria di alberi, scioglimento dell'asfalto con conseguente formazione di crepe sulle strade, voragini improvvise. La strada statale 61 che attraversava la città fu più volte distrutta e ricostruita fino al punto di deciderne l’interruzione e poi la deviazione. Il governo  americano intervenne nel 1984 stanziando 42 milioni di dollari per trasferire la popolazione ma, come spesso succede in casi di esodo forzato,  diverse famiglie decisero di restare. Nel 1992  l'intera città fu espropriata e nel 2002 le poste U.S.A. soppressero il CAP della ormai ex-città. Nel 1962 Centralia contava circa 2.000 abitanti, adesso sono rimasti una decina di irriducibili che continuano a sperare di potere un giorno riavere la loro città. Ma sembra che per autoestinguersi l'incendio ci metterà ancora da 250 a 1000 anni. Alla fine dovrebbe interessare un'area di circa 1600 ettari.
La storia di Centralia è forse la più emblematica, ma pochi sanno che nel mondo esistono decine di incendi giganteschi del genere, che si stanno sviluppando da anni e continueranno forse per secoli: --"In Cina ogni anno vanno in fumo 10-20 milioni di tonnellate di carbone", si legge in un rapporto dell'Arsc (Aerophotogrammetry & Remote Sensing Buereau of China Coal), ma secondo un rapporto di Glenn Stracher del East Georgia College (Usa), il valore è sottostimato di almeno 10 volte. Un ricercatore olandese, Paul van Dijk dell'International Institute for Geo-Information Science and Earth Observation, con una équipe ha studiato il caso degli incendi sotterranei cinesi e ha concluso che ogni anno gli incendi cinesi emettono nell'atmosfera 360 milioni di tonnellate di anidride carbonica, ovvero il 2 - 3 per cento delle emissioni globali di questo gas serra. Il fenomeno cinese è concentrato soprattutto nella parte settentrionale del territorio, dove vi è una fascia di depositi carboniferi lunga 5mila chilometri che si estende da est ad ovest e ampia 750 Km. E' stato calcolato che la quantità di carbone che brucia in questo modo ha un valore che si aggira attorno al miliardo di euro all'anno, superiore di almeno 5 volte quello esportato dal Paese. Anche in India, comunque il problema ha proporzioni gigantesche. Jharia Coalfield è una località a circa 250 Km a nord ovest di Calcutta. In quell'area si estrae carbone dal 1894, ma negli ultimi 15 anni un sessantina di incendi hanno bruciato 40 milioni di tonnellate di carbone. (fonte Repubblica.it)-- La dimensione reale del fenomeno sul pianeta è sconosciuta, o almeno non esistono dati ufficiali definitivi accessibili, certo è che anche solo calcolando le conseguenze (inquinamento e variazioni climatiche) derivanti dai casi conosciuti le previsioni sono catastrofiche, visto che a fronte della difficoltà  reale per lo spegnimento di incendi del genere non si ha notizia di iniziative qualificate volte a risolvere il problema da parte dei governi interessati, né della comunità mondiale. Si preferisce aspettare che gli incendi si autoestinguano, ma a quale costo?

giovedì 27 gennaio 2011

MA GOOGLE È RAZZISTA, O SOLO SMEMORATO?

foto by Malanova.it
Certo che da veramente nell'occhio (e non solo in quello) l'Home di Google del 27 gennaio 2011: per gli anniversari importanti ci sono spesso, ed anche in molti di quelli banali i loro doodle non sono mancati (a questo link la rassegna completa dei doodle dal 1998 ad oggi). Ma oggi, il GIORNO DELLA MEMORIA  Google è assente; sulle Home Page di tutte le versioni del mondo (sono andato a vedere anche quella di Israele) ignora uno degli anniversari più importanti della storia. A chi mi ha chiesto cosa ne penso, ho risposto ironicamente; è come un cane che si morde la coda: "se Google si è dimenticato non ha memoria, e se non ha memoria, che ne sa che oggi è il giorno di ciò che non ha?" Ma in realtà c'è poco da ironizzare.

lunedì 24 gennaio 2011

Perchè voto Massimo Canale Sindaco di Reggio Calabria

 (di Antonio Calabrò, scrittore e poeta)
 
Qualche tempo fa partecipai ad un convegno, organizzato da Giusva Branca e Raffaele Mortelliti per Strill.it, per la presentazione del libro “ A Milano comanda la ‘Ndrangheta”, di  Davide Carlucci e Giuseppe Caruso. La sala “Falcomatà” presso l’Università per Stranieri Dante Alighieri, era abbastanza affollata. Studenti, giornalisti, intellettuali, forze dell’ordine e della magistratura e, immancabilmente, politici locali. Dopo una interessantissima illustrazione delle tematiche del volume, sintetizzate egregiamente nel titolo, iniziò il dibattito e, come al solito, i primi a parlare furono i politici. La mia natura istintiva, riluttante ad ogni bla-bla vuoto di contenuto, spingeva ad andarmene; sono un appassionato delle parole, e vederle usare in modo strumentale, svuotate dai contenuti autentici, prive di sostanza, mi provoca un malessere quasi fisico. Acquistai il libro, mentre i “politici” da operetta continuavano a menare romanze cialtron- wagneriane (il grande impegno della nostra città contro il crimine- wow! -  Stiamo facendo il possibile per arginare il fenomeno delle cosche- riwow ! – Le misure prese del comune contro la ‘ndrangheta – ririwow !) e iniziai a sfogliarlo trattenendomi ancora qualche minuto in sala, con la voce dei perditempo in sottofondo. Proprio mentre stavo per infilarmi gli auricolari del mio Santo IPod un giovanotto distinto, dal viso serio e grave, senza alcun cedimento a quell’aria ridanciana e popolana che distingue gran parte dei politici attuali, con l’espressione appunto di chi è consapevole di essere nel bel mezzo di un disastro, si alzò per parlare. Io amo la solitudine, non conduco vita sociale attiva, non partecipo alle vicende locali, mi informo poco su quello che avviene nella mia città rispetto alla quale ho un sentimento cinico e depresso di odio-amore. È una mia colpa grave, altrimenti avrei dovuto sapere in anticipo ciò che sarebbe avvenuto. Il giovane,dotato della micidiale arma della razionalità, del dubbio e della voglia di verità, iniziò a parlare pacatamente: ma che parole !In alcuni casi è stupendo usare la metafora dell’alzo zero: senza girare attorno, senza iperboli e parabole, senza retorica inutile, in modo diretto ed immediato, quel distinto giovanotto confutò tutte le ciarle raccontate fino ad allora; descrisse il sistema di potere cittadino, aiutandosi con un paio di esempi; mise in ridicolo alcuni episodi precedentemente richiamati; ridiede, con quel breve discorso, dignità, voglia di lottare, onore, intelligenza, coraggio e generosità a tutti noi reggini. Quel giovanotto era Massimo Canale. Non sto a raccontarvi la baraonda che accadde subito dopo. 
 Punti nel vivo, gli stoici difensori del nulla-fatto-politica  usarono tutte le frecce nel loro arco per contrastare la verità conclamata. Devono avere un manuale multiuso, questi politicanti azzeccagarbugli: interrompere, sbraitare, professare comunanze d’intenti, offendere, fingere d’indignarsi. Fatto sta che l’evento si trasformò in rissa verbale ed accesa, al punto che in seguito il Magnifico Rettore della Dante Alighieri negò l’accesso alla sala ai convegni organizzati da Strill.it. Anche io, devo dire, non mi trattenni dall’intervenire nella giostra, e domandai se per caso non era più logico considerare la ‘Ndrangheta, più che una istituzione autonoma, come un ingranaggio componente un intero sistema di potere, funzionale a quel sistema, necessario, direi, a quel potere.Rimasi ad osservare il Paraponziponzipò successivo; ed ancora mi colpì la solitudine di Massimo Canale, per niente arrendevole rispetto alle mani protese dagli altri. Non finì  come finiscono gran parte delle finte diatribe del teatrino politico, cioè mangiando tarallucci e bevendo vino di Pellaro. Terminò invece per scadenza del tempo (si erano fatte le otto di sera) e con Massimo Canale che, quasi sorretto dalla sua valigetta stoica, salutò brevemente, senza i luminosi sorrisi necessari al consenso, e se ne andò solitario, lungo una via bagnata da pioggia insistente. Non aveva l’ombrello.La solitudine della verità, in questa valle di menzogne. 
Allora iniziai ad interessarmi a lui; mi fu presentato da Demetrio Delfino politico per il quale posso dire senza timore “una brava persona”.  La presentazione fu breve e stringata;  ne ricevetti ( a conferma) l’impressione che il Canale è persona che bada all’essenza. Ho letto il suo programma, le sue idee;  seguo le sue attività ; vedo chi sono le persone del suo entourage; soprattutto percepisco la sua profonda onestà intellettuale ed il suo rigore. Dopo questi lunghi anni di profonda decadenza della mia città, che si è tentato di trasformare in una filiale ridanciana, volgare e deficiente del mondo perverso degli spettacolini televisivi (pensare che il pregiudicato per spaccio di cocaina Lele Mora abbia avuto centinaia di migliaia di euro dal mio Municipio per far trotterellare le sue meretrici sulla Nostra Via Marina mi provoca un travaso di bile), dopo il massacro mediatico, politico e sociale subito dalla mia parte politica negli ultimi decenni, ho finalmente ritrovato quella espressione GRAVE, RESPONSABILE, ONESTA, che non vedevo in un politico dai tempi di Berlinguer. Quella espressione è stampata nel viso di Massimo Canale. Oggi si è toccato il fondo, in Italia. Scampoli di umanità si aggirano per vicoli bui come gatti neri e affamati, cercando una via d’uscita all’idiozia, contorno efficace del MALE imperante. Come nel romanzo di James F. Cooper, una intera tribù è stata sterminata. L’intera classe politica seria non esiste più. Ballano il waca-waca in tv, parlano come carrettieri, gonfi di boria e di prosopopea, distanti dalla gente, distanti dai problemi, senza alcuna idea che non sia quella di arricchirsi. Ma, in questo squallore, in questa guerra senza esclusione di colpi, ho trovato il mio Ultimo dei Mohicani: è Massimo Canale.  Gli affiderò volentieri il mio voto, convinto di non sprecarlo, ed anche se perderò so che non sarà un voto sprecato; nulla si perde nel  battersi per una speranza, per una idea giusta, per la lealtà, l’onestà e la concordia.  Le medicine giuste per ridare lustro alla mia povera  e derelitta città.PS. Ho scritto sull’onda di un ragionamento che mi frulla in testa da tempo. Non ho altre motivazioni. Non ho pretese, non voglio nulla, non ho debiti, non cerco posti di lavoro, né nient’altro. Detesto i ruffiani, la fedeltà incondizionata, le persone senza dubbi. Ho scritto, in parole povere, col cuore in mano. Ci credo.--

 E CI CREDO ANCHE IO!!!!!!!!

domenica 16 gennaio 2011

In cerca delle proprie radici.


Questa signora si chiama Giovanna Bruzzaniti, è nata a Locri (Reggio Calabria) ha 71 anni e vive a Pforzheim, in Germania, dove ha una famiglia che le vuole bene. Non ha avuto un’infanzia ideale, rifiutata dai genitori biologici, cresciuta in orfanotrofio e poi adottata da una famiglia del posto, che comunque le ha dato la possibilità di crescere e sposarsi, avere dei figli. Nel corso degli anni ha cercato più volte di contattare i suoi genitori biologici senza fortuna. Il suo desiderio è quello di sapere se esistono suoi fratelli naturali e conoscerli, ma non ha la possibilità di fare indagini per mancanza di documentazioni. Si è rivolta al web, aprendo una pagina su Facebook (sicuramente aiutata dai suoi figli e nipoti) e contattando chi secondo lei potrebbe aiutarla nella ricerca. Mi sembra  una causa  meritevole di attenzione. Ecco il testo integrale dell’appello della signora Bruzzaniti:

“Sono nata all´ospedale di Locri il 24.08.1939 da una relazione extra coniugale e da una mamma che non voleva che si sapesse il suo nome. Sono stata portata al brefotrofio di Locri che dopo 3 mesi mi affidarono alla famiglia Fuda domenico e Carà caterina, dove vissi fino all`età di 20 anni insieme ai 2 fratelli figli di questa coppia perchè non fui piu` ripresa da nessuno. La mamma a cui sono stata affidata mi portava spesso a farmi vedere mia mamma che lavorava al comune di Locri, ma mi rinnegava sempre. Il mio papà era nominato il “segretario”. Lui era quello che portava i soldi per i bambini al Brefatrofi di Gioiosa Jonica. Mi ricordo solo un nome LEONE o qualcosa del genere Un giorno quando io avevo l`età piu o meno di 6 anni ricordo che mi chiese se volevo andare ad abitare con lui. Ma io ero troppo piccola per capire. Quando mi sposai ebbi una bimba. Quando questa aveva ca. 2 anni decisi di riprovare a ricercare i miei genitori. Bussai alla porta di mio padre ma lui mi rinnegò. C`era pure un giovane a cui chiesi se in casa ci sia papà. Credo che sia stato mio fratello. Lo stesso giorno andai al comune a trovare questa mamma. Ma questa volta mi invitò ad andare in bagno. Ma io non capendo rifiutai. Siccome i miei genitori affidatari erano analfabeti non ce un documento in cui sia scritto un nome da cui poter incominciare a cercare. I miei fratelli con cui sono cresciuta li ho rivisti 1 anno fa dopo 50 anni. Vorrei adesso sapere se ho dei fratelli giusti da entrambi i lati. Sarebbe il mio piu grande desiderio credendo che i miei genitori sicuramente non esistano piu`. Allego una mia foto da giovane, perche mi dicevano che assomigliavo tanto alla mia vera mamma”.
Chiunque pensi di potere dare indicazioni alla signora Bruzzaniti può contattarla sulla pagina di  Facebook  o tramite questo  sito web.

La crisi del Porto di Gioia Tauro

Il porto di Gioia Tauro è in profonda crisi: dalle 19 di sabato 8 gennaio 2011, per 30 ore è stato praticamente fermo; nessuna nave è entrata né uscita, e non era mai successo. Era il porto più importante del Mar Mediterraneo per il transhipment (trasbordo delle merci da una nave all’altra), con 3 mila occupati compreso l’indotto, ma per il secondo anno consecutivo la società che gestisce i traffici, la CONTSHIP, chiude il bilancio in passivo (per quest’anno quasi 6 milioni di euro secondo i primi dati ufficiosi). A questo punto la chiusura o un drastico ridimensionamento non sono più concetti campati in aria, purtroppo. Le cause: la crisi economica internazionale, il calo dei traffici marittimi, la concorrenza dei porti nordafricani. Eppure i sei lavoratori portuali che esattamente un anno fa salirono per protesta su una gru della banchina lanciarono un chiaro grido di allarme, chiedendo un intervento decisivo al Governo e alla Regione Calabria; ma non è successo praticamente niente, se non chiacchiere. A settembre 2010 con la firma di un mega-accordo tra Regione, Gruppo F.S., ministri dello Sviluppo economico e dei Trasporti, l’operazione rilancio sembrava cosa fatta: un investimento di 459 milioni di euro per collegare il porto alla ferrovia (il gateway) e realizzare un “distretto logistico con grandi operatori nazionali e internazionali”; il tutto con grandi proclami e dichiarazioni soddisfatte dei vari attori. A quattro  mesi dalla stipula, la firma è rimasta tale, mentre sembra sempre più  credibile l’ipotesi che si sia trattato dell’ennesimo bluff sulle spalle  dei lavoratori. Non c’è traccia di interventi di alcun tipo, neanche  quelli più semplici, che costerebbero pochi milioni di euro e servirebbero a dare ossigeno allo  scalo. Non c’è traccia di interessamento del Gruppo F.S. se non nei proclami dei politici e nella firma dell’accordo che, come detto, è rimasta una semplice firma. È chiaro che in queste condizioni il porto di Gioia Tauro è destinato a deperire lentamente fino al totale annullamento, mentre i porti del Nord Africa si sviluppano grazie al dumping che applicano rispetto ai nostri porti, e soprattutto grazie alle iniziative lungimiranti dei governanti dei paesi interessati. Per il porto di Tangeri, in Marocco, è stata già realizzata la zona franca, mentre da noi se ne parla soltanto; anche la richiesta di trasformare il porto da scalo di primo livello concentrato quasi esclusivamente sul transhipment in punto d’approdo dedito anche al normale import-export non viene neanche presa in considerazione. Al momento solo il 2% dei circa 2,8 milioni di Teu (unità di misura dei container) movimentati risulta essere traffico classico di import-export. L’unico provvedimento urgente attuato tra quelli richiesti un anno fa è la diminuzione delle tasse di ancoraggio, mentre sono state ignorate la richiesta di defiscalizzazione del 45% dei contributi previdenziali e di abbattimento delle accise sul gasolio usato per la movimentazione delle merci. In questo modo tutto il peso economico della crisi è stato caricato sull’economia portuale, senza alcun coinvolgimento delle casse  governative. L’autorità portuale, per cercare di rimanere competitiva  con i due grandi porti concorrenti (Tangeri e Porto Said) ha diminuito le tasse sugli approdi, ma per poterlo fare rispettando le norme vigenti in materia ha dovuto tagliare altre voci di bilancio; e naturalmente di investimenti neanche a parlarne. Adesso il limone è spremuto, e le prospettive come detto non sono rosee. Eppure probabilmente  basterebbe un po’  di attenzione “vera” per trovare (ed applicare) soluzioni temporanee che permetterebbero allo scalo di continuare a vivere in attesa di tempi migliori. Una proposta da valutare, per esempio, potrebbe essere quella di utilizzare il porto di Gioia Tauro per imbarcare il traffico di mezzi su gomma pesanti diretti  in Sicilia e viceversa, senza contare che si potrebbe anche trovare il modo di creare un collegamento veloce per il servizio passeggeri alleggerendo tra l’altro anche l’A3 e Villa San Giovanni che in determinati periodi dell’anno sono praticamente  al collasso.  Il governo italiano? I due ministri competenti (Trasporti e Sviluppo economico) affermano che non ci sono fondi, investendo il ministro dell’Economia del problema, come d'altronde stanno facendo ogni giorno tutti i ministri relativamente alle proprie competenze. Forse i soldi ci sarebbero, se invece di correre dietro a progetti megagalattici ed inutili, se non dannosi, si pensasse a sopperire alle problematiche reali. Ma a fronte della crisi di una struttura del genere, che per anni  è  stata il fiore all’occhiello del nostro Paese, può ancora essere credibile chi millanta investimenti al sud promettendo sviluppo e benessere, quando non si riesce neanche a mantenere in vita quello che già c’è? 

sabato 15 gennaio 2011

Il ministro per la semplificazione..della vita ai delinquenti!

Il provvedimento "taglia-leggi" del "ministro per la semplificazione della vita ai delinquenti" Roberto Calderoli ha praticamente cancellato la legge 263 del 62 che puniva le adulterazioni alimentari. A seguito di ciò il pm Raffaele Guariniello, a Torino, è stato costretto a bloccare alcune sue inchieste su casi di adulterazione come, per esempio, quella sulle «mozzarelle blu», e come lui anche altri Magistrati in tutta Italia impegnati in inchieste su casi simili. L’iter che ha portato all’abrogazione della legge  "Disciplina igienica della produzione e della vendita delle sostanze alimentari" scaturisce dal provvedimento voluto e studiato da Calderoli che ha cancellato indiscriminatamente le norme risalenti a prima del 1970. Per evitare che finissero al macero delle leggi di cui si riteneva "indispensabile la permanenza in vigore" il decreto 179/2009 prevedeva che entro un anno venissero corretti "eventuali errori e omissioni" individuando un elenco di leggi da salvare: per oscuri motivi la 263/62 non vi compare e quindi deve essere considerata abrogata a partire dall’11 dicembre 2010. Fino a poco tempo fa il pm Guariniello ha continuato a indagare su "mozzarelle blu" e altri fenomeni analoghi grazie a una sentenza della Cassazione del 31 marzo 2010 che, analizzando le varie norme in merito, stabiliva che la 263/62 restava in vigore fino a dicembre. Adesso il termine è scaduto e anche se la legge venisse rispolverata i processi  attualmente in corso si concluderanno con delle assoluzioni in base al principio giuridico che devono essere applicate le norme più favorevoli agli imputati.  Un grosso danno è già stato fatto, quindi. Guariniello ha contattato il Ministro della salute Ferruccio Fazio per sollecitare dei provvedimenti che salvino le indagini e per prendere tempo  ha sospeso la procedura verso il rinvio a giudizio per due casi, scoperti a Torino, di messa in commercio di pesce adulterato.
Da fonte ANSA, sembra che  un primo caso di assoluzione si sia già verificato lo scorso 21 dicembre in un tribunale dell’Italia del Sud. Imputato era il gestore di un esercizio commerciale; il suo avvocato ha sollevato la questione e il giudice lo ha assolto "perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato". In pratica non si tratta di una depenalizzazione, ma di un'abrogazione vera e propria, con la conseguenza che adesso commettere nefandezze del genere del "vino al metanolo" non è più vietato dalla legge. Rappresentanti del PD, con il tempismo che li contraddistingue ormai da tempo, presenteranno un emendamento al decreto milleproroghe. Naturalmente non potevano intervenire prima, magari mentre veniva stilato l'elenco delle leggi da non abrogare, erano troppo impegnati (loro come tutti gli altri) a verificare le frequentazioni del premier ed a farsi la guerra tra di loro.

MIRAFIORI: anche se non sembra, ha vinto il SINDACATO!!

A Mirafiori ha vinto il SI con il 54% dei voti, e tutti si fermano a questa considerazione: una  vittoria! Ma di chi? Per fortuna non è proprio come sembra, non ha vinto l'arroganza di Marchionne e della classe dirigente nazionale. Ha vinto il Sindacato, quello vero, quello che si è schierato con i lavoratori, che ha rifiutato di scendere a  compromessi sotto ricatto. La FIOM da sola ha preso il 46% dei voti,  la dirigenza FIAT, tutti gli altri sindacati, con l'aiuto del governo e dei vari centri di potere occulti e non, con annessi ricatti più o meno velati, hanno ottenuto il 56%! Alla minaccia di SERRATA del padrone i lavoratori hanno reagito in massa. Questo è il vero dato importante. Il 46% dei lavoratori di Mirafiori adesso si aspetta di essere rappresentato dal Sindacato che ha portato avanti la battaglia fino alla fine. La FIOM deve restare in azienda; sarebbe bello che alla prossima campagna di tesseramento quel 46% aderisse in massa al Sindacato. Il contratto appena ratificato è solo una battaglia, la prima di una guerra che purtroppo i lavoratori (non solo nella FIAT) si troveranno a dover combattere per molto tempo; Marchionne è un bluff immenso, non ha la bacchetta magica, a breve si troverà a  dover/voler  chiedere di più. Necessita un Sindacato forte, e la FIOM può essere questo Sindacato, se solo lo vuole. Può trasformare questa apparente sconfitta in una vittoria storica.

lunedì 27 dicembre 2010

Motonave Lampros: mistero o bufala?

La LAMPROS in porto a Reggio Calabria
I Fatti: Il 18 dicembre 2010, al largo di Melito Porto Salvo si e' fermata per un'avaria grave la nave mercantile Cpt LAMPROS battente bandiera Comoros, secondo quanto dichiarato vuota di carico ed in navigazione da Messina verso il porto del Pireo in Grecia. La nave è stata soccorsa dai mezzi della Guardia Costiera e rimorchiata dentro il porto di Reggio Calabria. Fin qui quanto è stato possibile accertare con sicurezza. Da questo punto in poi esistono due versioni su quanto accaduto, di cui una pone inquietanti interrogativi. La prima versione, di pochissime ore successiva al fatto, riferisce del rifiuto da parte dell’equipaggio della nave dei soccorsi offerti dalla Guardia Costiera, con il conseguente ovvio sospetto di irregolarità a bordo e quindi il salvataggio coatto e successivo sequestro nel porto di Reggio Calabria; sarebbero state effettuate perquisizioni a bordo di cui non si conosce l’esito (fonte Newz.it). La seconda versione, diffusa il giorno successivo, riferisce invece di una normale situazione di soccorso in mare senza alcun risvolto misterioso (fonte mediterraneoonline.it). È lecito chiedersi quale delle due sia la versione giusta, o se ancora ce ne sia una terza, visto l’argomento particolarmente delicato che attualmente è purtroppo alla ribalta delle cronache locali e nazionali, quello delle navi dei veleni. Noi siamo riusciti a conoscere una parte della storia della nave LAMPROS, che sembra rispecchiare, almeno per gli ultimi 2 anni, il percorso “burocratico” classico seguito dalle famose carrette  del mare: nel 2009 la nave si chiamava DOWLAIS D e batteva bandiera della Sierra Leone, mentre a metà 2010 la nave ha cambiato nome in LAMPROS battendo bandiera di St Vincent Grenadines; qualche mese fa la nave ha nuovamente cambiato nazionalità, battendo la bandiera delle Comoros ma mantenendo il nome di LAMPROS, quello attuale. Noi ci auguriamo che la LAMPROS sia ferma per una semplice avaria, magari in attesa dei pezzi di ricambio, ma il sospetto che la nave, che è ferma al porto di Reggio Calabria transennata da ormai 9 giorni, possa essere strumento di traffici illeciti che vedono per l’ennesima volta il nostro mare protagonista involontario non può essere cancellato semplicemente non parlandone più. Ci aspettiamo che a breve le autorità ci informino, speriamo smentendo la versione peggiore, sulla reale condizione della nave.

Pasqualino Placanica
(pubblicato su costaviolaonline.it)

sabato 25 dicembre 2010

La Brambilla querela il Fatto Quotidiano

È notizia di ieri: il ministro Brambilla querela il Fatto Quotidiano per un articolo dal titolo "Ufficio di collocamento Brambilla", ritenuto diffamatorio e lesivo dell'immagine  del Dipartimento per lo sviluppo e la competitività del Turismo e della Struttura di missione per il rilancio dell'immagine dell'Italia. Attenzione, la Brambilla non querela personalmente, ma nella veste di ministro, per  danni d'immagine all'istituzione che rappresenta. È chiaro quindi che anche a parere del ministro i fatti (perchè fatti sono) riportati nell'articolo oggetto della querela sono dannosi per l'immagine del ministero. Mi domando allora: se i fatti riportati risulteranno veri,  chi avrebbe danneggiato l'immagine del ministero ? Chi ha reso noti i fatti.....o chi li ha commessi? E in tal caso, il ministro agirebbe nuovamente contro i nuovi colpevoli?

mercoledì 22 dicembre 2010

Lettera a Babbo Natale

Caro Babbo Natale,
per Natale non ti chiedo di eliminare i  delinquenti che hanno spadroneggiato da sempre in questa città, ci stanno già pensando altri e lo stanno facendo bene, molto bene. Ti chiedo di rendere questa città meno metropolitana e più vivibile, di renderla più fruibile ai cittadini che la amano ed ai turisti che vengono a visitarla. Ti chiedo di darci  strade che non diventino torrenti e torrenti che non vengano usati come strade o come suolo edificabile, o peggio come depositi di  rifiuti ingombranti o tossici. Vorrei che le nostre spiagge fossero aperte ai cittadini, che i pescatori le possano ancora usare per le loro barche, che per raggiungere il mare a pochi passi da noi non sia necessario superare discariche, o pagare il pedaggio a chi si arricchisce senza dare utile alla città. Ti chiedo di spiegare a chi non lo sa che la spazzatura si mette dentro i cassonetti, e a chi la deve raccogliere che la raccolta si fa quotidianamente, e non “quando viene”. Vorrei che spiegassi a chi non lo ha capito che avere un SUV e circolare per la città non suscita invidia, ma spesso provoca indignazione perché crea problemi alla normale circolazione; che posteggiare sui marciapiedi, sulle strisce pedonali, in doppia fila (con i lampeggianti o senza) non è la normalità. Vorrei che i servizi venissero forniti con la stessa puntualità  con cui ci vengono  recapitate le bollette da pagare (anche un po’ di meno basterebbe). Vorrei essere amministrato da gente che ha a cuore il destino della città. Vorrei che… ma forse ti ho già chiesto troppo! Rischio di non essere accontentato, anche perché quest’anno non è che  abbia  fatto tanto il buono (questione di punti di vista). Forse non mi merito tutti questi regali. Allora, in alternativa, caro Babbo Natale, te ne chiedo uno solo, che tutto sommato non dovrebbe essere tanto difficile da procurare: per Natale, mi porti, CI porti… la CIVILTA’?
Pasqualino Placanica

“Vigilare sull’incolumità del giornalista Ferdinando Piccolo, minacciato di morte dai clan”

 

“Entro Natale sarai un uomo morto”. E’ l’ennesima intimidazione, la terza per essere precisi, che in pochi mesi riceve il giornalista del Quotidiano della Calabria Ferdinando Piccolo, corrispondente in prima linea dai comuni di Bovalino e San Luca. Un messaggio dal contenuto inequivocabile, non vergato solo sulla carta ma contemporaneo ad un altro gesto che si commenta da sé: il danneggiamento dell’autovettura del giovane cronista.
Piccolo scrive di ‘ndrangheta e lo fa scavando dietro ai fatti e le inchieste, abitando davvero a “cento passi” dalle case di boss e girando in lungo e in largo per i “santuari” dei clan. Gli stessi luoghi su cui si sono accesi i riflettori delle importanti operazioni dell’ultimo anno; ultima, in ordine di tempo, la “Reale 3”, che ha visto tra gli arrestati il consigliere regionale del Pdl Santi Zappalà. Piccolo ha messo sempre la faccia: significativo, in particolare, il suo intervento ad “AnnoZero” in collegamento da Reggio Calabria, fianco a fianco con altri giornalisti “infami” destinatari di intimidazioni.
Il giornalista del Quotidiano non va lasciato solo e la solidarietà di rito non basta. Alla Prefettura di Reggio Calabria, la magistratura e le forze dell’ordine il compito di vigilare sull’incolumità di Ferdinando Piccolo, mettendo in essere tutte le misure necessarie a verificare la paternità dei messaggi di morte e garantire al giornalista il proseguo del suo impegno civile e professionale.

sabato 11 dicembre 2010

Perché quell'onoreficenza?

Da noi ormai da tempo succede spesso; anche nelle piccole cose, che hanno un valore puramente simbolico, ci troviamo a dover assistere con disagio alle eccezioni sollevate da cittadini che legittimamente protestano per diritti lesi, per offese alla propria dignità. Quando un gesto, un'azione, un atto commesso dalle istituzioni è messo  in dubbio e criticato (con ragionamenti fondati) è anche giusto mettere in dubbio l'equilibrio che dovrebbe reggere la nazione. Questo esempio è, oltre che emblematico, anche lacerante dal punto di vista emotivo.
 
Ill.mo Presidente,
sono Daniela Rombi, la presidente dell’Associazione vittime familiari di Viareggio “Il Mondo Che Vorrei” onlus. Sono la mamma di Emanuela, una giovane ragazza di 21 anni, morta dopo 42 giorni di agonia con ustioni sul 98 per certo del corpo, a seguito dell’incidente del 29 giugno 2009. Come Emanuela, altre 31 persone non ci sono più ed altre ancora avranno per sempre sul proprio corpo i segni di quella maledetta notte. Come familiari delle vittime viviamo con un dolore permanente e inguaribile e per tutti noi, per la città di Viareggio che ha subito la distruzione di un zona della città, e niente sarà più come prima. 
Le scrivo questa per chiederLe un incontro, per conoscere le motivazioni che L’hanno indotta a firmare il conferimento dell’onoreficienza di Cavaliere del Lavoro a Mauro Moretti, A.D. delle Ferrovie dello Stato. 
Dalla notte del 30 giugno per due mesi non ho visto la televisione; il 7 luglio non ero ai funerali di Stato, speravo, davanti ad una porta di un ospedale, che mia figlia vivesse. 
Dopo, nel tempo, sono “riuscita” a vedere quelle immagini ed ho visto Lei, visibilmente commosso ai funerali ed una sua foto col disegno che Leonardo Le ha donato; Leonardo, che non ha più i suoi fratellini (Luca e Lorenzo) e la sua mamma. 
Ho anche letto le audizioni che il sig. Moretti ha reso al Senato della nostra Repubblica: l’incidente di Viareggio è stato da lui definito “uno spiacevole episodio” oppure “quando accade un incidente in ferrovia sembra che caschi il mondo” ed ancora “le nostre ferrovie sono le più sicure d’Europa”, quando invece erano già accaduti incidenti che per puro caso non erano finiti in tragedia, e che ancora possono accadere. 
Ma di che cosa sta parlando questo signore ? Noi stiamo parlando di “VITA”, di “PERSONE” che stavano tranquille nella “sicurezza” delle loro case, che adesso non ci sono più e non riusciamo e non possiamo darcene pace! 
Sa Presidente, quando voglio vedere mia figlia devo andare al cimitero e quando la guardo mi vergogno; mi vergogno io, come avviene per gli altri genitori, di essere viva perché è innaturale e disumano che una madre vada a trovare la propria figlia al cimitero! PERCHE’? Noi familiari ci chiediamo perché ha firmato quell’onoreficienza ? Sicuramente la decisione non è stata Sua, sarà stato proposto da altri perché il sig. Moretti ha fatto bene il suo lavoro, perché ha risanato i bilanci delle Ferrovie dello Stato (dello Stato!), ma sappia che quei bilanci sono stati risanati anche col sangue dei nostri cari perché si è scelto di tagliare, di risparmiare sulla sicurezza! 
Le chiedo gentilmente di riceverci in modo da poter, con franchezza, avere delle spiegazioni che ci aiutino a superare il dolore e lo sconcerto che questa situazione, se mai ce ne fosse stato bisogno,  ha gettato su di noi. 
Certa di una Suo positivo riscontro, La ringrazio con tutto il cuore.
DANIELA ROMBI
(Presidente dell’Associazione vittime familiari di Viareggio “Il Mondo Che Vorrei” onlus)