"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
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lunedì 18 marzo 2013

I due Marò e l'onore d'Italia


Sulla vicenda dei Marò, vorrei essere chiaro. Non so se sono colpevoli, o se invece si tratta di una macchinazione per spillare denaro o per ottenere vantaggi di altro tipo, oppure per danneggiare Sonia Gandhi o anche per zittire oppositori politici.  Mi si dirà (mi è stato detto) che in quella zona del mondo ci sono decine di nostri concittadini in carcere accusati di possesso di droga vittime di lestofanti che li hanno incastrati per riscuotere una ricompensa, e di cui nessuno si occupa. Non so se nessuno se ne occupa e non so se sono veramente colpevoli, ma le difficoltà che sono emerse per sbloccare in modo meno doloroso la vicenda dovrebbero fare capire quanto sia difficile gestire situazioni del genere in paesi simili. La vicenda dei Marò è di dominio pubblico perchè si trattta di due soldati in servizio comandato su una nave italiana, e interessa direttamente i rapporti diplomatici tra due paesi. Questa è la differenza sostanziale. Per il resto, come per i turisti, potrebbe essere tutto e il suo contrario. A mio parere devono essere processati e se colpevoli condannati ad una pena adeguata, ma dalle posizioni che leggo in giro noto che ai più sfugge un elemento essenziale del problema: l'Italia, come è giusto che sia, nega l'estradizione agli altri stati qualora il cittadino straniero oggetto della richiesta sia accusato di un reato che prevede, nel paese richiedente, la pena di morte. In India per l'omicidio è prevista la pena di morte, ne consegue che se un presunto assassino indiano viene catturato in Italia non può essere estradato in India. Cosa dovrebbe fare lo Stato Italiano di due suoi cittadini che rischiano la pena di morte in un paese straniero? Trattarli diversamente? O qualcuno crede che se l'India reclamasse altri due cittadini italiani con un'accusa analoga e con il rischio di venire condannati a morte l'Italia non farebbe la stessa cosa? Li estraderebbe? Ma gli altri purtroppo non sono in Italia. Onore, credibilità nazionale, sono solo ed esclusivamente concetti fumosi se si vuole concretizzarli con i comportamenti pubblici degli stati nei rapporti diplomatici. La diplomazia è il mondo più complesso e falso che si possa concepire, non bisogna dimenticare che il braccio armato di tutte le diplomazie del mondo sono i vari servizi segreti. La parola d'onore è cosa da uomini, ma da uomini presi singolarmente. L'India non è un paese famoso per i comportamenti democratici, l'arresto stesso dei due Marò è stato ottenuto con l'inganno, è cosa accertata. La nave è stata richiamata in porto adducendo motivazioni false. L'India è meno credibile perchè ha attirato con l'inganno una nave italiana e ne ha arrestato due componenti dell'equipaggio? O lo è di più? E poi, sul motivo per cui i due Marò erano sulla nave, qualcuno ha detto qualcosa? Uno stato delle dimensioni dell'India che non è in grado di garantire la sicurezza nei suoi mari, che lascia agire indisturbati i pirati e costringe gli altri stati con le sue inadempienze a presidiare le navi che passano nei suoi mari, è credibile? Uno stato che per fare lavorare le imprese straniere pretende tangenti milionarie è credibile? La vicenda Finmeccanica inciderà sulla credibilità dell'India (e dell'Italia?). La verità è che nel mondo dei rapporti internazionali non c'è spazio per le parole onore e credibilità, anche se ufficialmente tutti se ne riempiono la bocca. L'unica parola che regola i rapporti tra gli stati è CONVENIENZA. "Se serve a combattere il mio nemico mi alleo anche con il diavolo" disse il Re del Marocco durante la prima guerra del golfo, per spiegare la sua alleanza con gli Stati Uniti. 

mercoledì 6 marzo 2013

Il sindacato e la politica: compagni di merende?


La nota dei due Segretari della CGIL sull'iniziativa dell'assessore ai trasporti della regione Calabria, Luigi Fedele, non fa altro che alimentare la sensazione di inutilità che il sindacato calabrese trasmette giornalmente ai lavoratori dei trasporti:
"Il viaggio sul treno regionale delle 7,05 dell’Assessore Fedele per verificare lo stato della ferrovia calabrese sicuramente è stato utile ed è servito per avere conferma delle tante disfunzioni che il Sindacato calabrese da tempo ha denunciato.
Noi di questo viaggio ricaviamo due impressioni di fondo: la prima è relativa al parere positivo espresso dagli utenti sul personale viaggiante, sui ferrovieri cioè, che con il loro lavoro, spesso in condizioni di disagio, rappresentano un punto di riferimento certo per i pendolari calabresi.
La seconda considerazione è tutta politica. La condizione del materiale rotabile calabrese, come è da sempre noto, non ha pari nel confronto con le altre Regioni del Paese e per migliorarla è necessario prevedere investimenti seri e consistenti da parte della Regione Calabria per la sua sostituzione".
Io mi domando come si può definire utile un'iniziativa palesemente propagandistica, tra l'altro già nel genere abusata da altri, l'ex assessore Naccari Carlizzi e il ministro dell'economia del governo Berlusconi, Giulio Tremonti. Mi domando come possa non levarsi alto il grido d'indignazione che scaturisce spontaneo nei veri addetti ai lavori! Com'è possibile che l'assessore ai trasporti calabrese abbia bisogno di fare un sopralluogo per conoscere una situazione consolidata da anni? Non dovrebbe nascere spontanea la domanda: ma caro assessore, lei dove vive? Non usa mai il treno? E i suoi parenti non lo prendono mai? Ha veramente bisogno di fare una visita ufficiale per sapere come stanno le cose? Non è che forse vuole prendere in giro per l'ennesima volta i calabresi?.... E invece, leggo quasi un plauso e un invito a "fare la battaglia insieme". Contro chi? Evidentemente questo sindacato non ha chiaro che per fare una battaglia occorre che i contendenti siano su posizioni opposte, se sono tutti e due dallo stesso lato non è una battaglia, è una scampagnata. Proporre al proprio nemico di fare una battaglia insieme è il massimo dell'ottusità. È con questa tecnica, la diplomazia inutile, che siamo giunti a questo punto. D'altronde siamo un popolo di coloni (cit. Nicola Gratteri) tanto abbiamo perchè tanto ci meritiamo: pessimi governanti, pessimi amministratori, pessimi rappresentanti.

martedì 5 marzo 2013

‎ Mi è toccato fare i conti con i ricordi



“... mi è toccato fare i conti con i ricordi, la mia città natale è ancora bellissima, ma ora come allora non sa mentire o non vuole, non a me. Negli anni 70 e nei primi anni 80 era politicamente e socialmente una "polveriera"... ma era anche un fermento continuo, un crocevia di azzardi intellettuali creativi, ci si prendevano delle responsabilità, si andava fieri ed a testa alta, niente di quel cuore era in vendita, nulla di tanto era corruttibile... mi è toccato fare i conti con i ricordi, con una gioventù persa ed irrecuperabile... è stata una veglia al capezzale della nostalgia.”
Un mio amico (non solo virtuale), reggino di nascita e residente da anni in un’altra città calabrese, ha postato su Facebook questo stato, che ritengo possa essere preso a emblema del pensiero amaro che scaturisce dalla mente di chi, alla mia età, riflette sui comportamenti che caratterizzano i giovani di oggi, e non solo a Reggio. Solo una cosa mi permetto di puntualizzare, perché credo che non farlo possa dare adito a fraintendimenti: persa ed irrecuperabile non è “tutta” la gioventù, per fortuna, e la mia nostalgia non è in agonia, è viva e si fa sentire tutti i giorni, sempre di più. Non è solo l’età che avanza, seppur tale condizione sia importante; lo sconforto derivante dalla consapevolezza che quei tempi non torneranno mai più scardina il mio spesso criticato pragmatismo. Eravamo creativi, è vero; intraprendenti, altrettanto vero. Commettevamo stupidaggini incommensurabili, verissimo. Sbaglia solo chi fa, chi non fa non può sbagliare. Avevamo le idee chiare tutti i giorni, anche se a volte non erano quelle del giorno prima. E non era facile esternarle, non c’erano internet ed i social network. Per scambiare le idee dovevamo incontrarci, parlare, confrontarci. Eravamo fieri delle nostre idee, e quando le idee di qualcun altro non ci garbavano, non lo potevamo “bannare”, gli toglievamo il saluto (quello fisico, non il “poke”) a volte dopo una scazzottata  pagando lo scotto di penalizzare la comitiva con la tensione che si creava. Ci prestavamo i libri tra di noi, oppure ce li concedeva la scuola in comodato gratuito a tempo. A scuola, fare una ricerca su un argomento voleva dire consultare altri testi, diversi da quelli in uso. Voleva dire impegnarsi, assemblare dati, filtrare notizie; voleva dire leggere! Eravamo artigiani, lavoravamo il pezzo a mano, senza macchinari e per questo quando il pezzo era finito era imperfetto, ma bellissimo e unico qualunque cosa fosse, seria o frivola. Quando compii 15 anni un mio zio mi regalò un abbonamento annuale ad uno dei settimanali d’informazione più importanti del momento, e l’anno dopo ripeté il regalo; ne fui felice. Non oso pensare a come sarebbe accolto adesso un regalo del genere. Spesso parlando con i giovani di oggi ripeto che sono fortunati, che io alla loro età non avevo i mezzi tecnologici di adesso. Avevo solo tanta voglia di sapere, un’immensa curiosità. In realtà chi è che, sapendo di potere ottenere all’occorrenza qualsiasi dato o informazione con una pressione su un tasto, si sentirebbe stimolato ad apprendere d’iniziativa? Ma quando mi capita di avere a che fare con un giovanotto che mentre mi ascolta (o finge di farlo) smanetta sul telefonino, penso che forse i fortunati eravamo noi, ma non lo sapevamo. Forse…. Tutto sommato, però qualcosa di quei tempi mi è rimasta: ho sempre le idee chiare, anche se a volte non sono quelle del giorno prima.