"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
NON CAPISCO...E NON MI ADEGUO!!!
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venerdì 26 dicembre 2014

‘A notti certi voti…



‘A notti certi voti, quandu sugnu ‘nto me’ lettu,
‘i pinseri si jettunu d’ancoddu.
E jeu, curcatu pi mi pigghiu sonnu,
inveci ‘nto lettu  mi rrizzolu.

‘Na cosa ‘i nenti mi pari ‘na muntagna, 
‘na fissaria a mia mi ccuppa l’aria,
a notti funda mi ddurmentu ch’i pinseri
‘i unu c’avi a vita all’ancallaria.

E dormu, disturbatu d’i problemi,
mi nzonnu c’haiu a cumbattiri c’u mundu,
chi sugnu sulu cuntr’a centu guai,
e chi ‘sta storia non finisci mai.

Lottu, fazzu a guerra ch’i me’ mostri, 
ma ogni vota chi pari chi vincìa,
mi rrussigghiu all’urtimu minutu,
quandu ci staiu minandu ‘u corpu ‘i grazia.

Cumbattu cuntr’a sti me’ pinseri,
ma nto sonnu sunnu cchiù forti iddi,
jeu lottu sempri, però ‘a notti è longa, 
e mi scunfortu, e ‘u cori mi pinìa.

Ma ‘a matina, poi, quandu mi jasu, 
mi rendu cuntu chi su’ cazzateddi.
Chi chiddi chi mi parivunu muntagni,
su’ cosi ‘i tutti i jorna, e ‘i fazzu a pezzi.

Mi rendu cuntu chi c’è genti, in giru,
chi pi iddi è notti puru ‘u jornu,
ch’i so’ pinseri non sunnu passeggeri,
e n’è virunu sulu quandu dormunu.

‘A notti certi voti, ‘i me’ pinseri
mi portunu nt’ an mundu ‘i fantasia.
E tandu ‘a notti non m’a cunta giusta, 
Jeu u‘ sacciu….. ma è cchiù forti i mia.

venerdì 19 dicembre 2014

Pista ciclabile "rriggitana"

Area di cantiere

Da mesi ormai tutto il circuito della “presunta” pista ciclabile messa in opera a Reggio Calabria sotto il “vigile occhio” dei commissari prefettizi e dei funzionari comunali addetti è interdetto alla circolazione dei cicli tramite misteriosi cartelli che definiscono l’intero percorso “area di cantiere”. Dalle mie reminiscenze scolastiche mi risulta che l’area di cantiere per definizione dovrebbe essere interdetta a chiunque non sia addetto ai lavori che vi si stanno (starebbero) svolgendo. 
Se ne dedurrebbe, quindi, che l’intera area individuata non dovrebbe essere accessibile ai normali cittadini. Ma non è così, almeno a giudicare dal testo dei cartelli che sanciscono il divieto. 
Solo ai cicli. Detto questo, mi rendo conto che sarebbe impossibile interdire il passaggio ai pedoni su centinaia di metri di marciapiedi, impedire a decine di esercizi commerciali di esercitare a causa dell’impossibilità di accedere ai locali, sbarrare il passo ai veicoli nei punti in cui la “presunta” pista ciclabile interseca importanti strade cittadine. 
E che, paradossalmente, dalla difficoltà ad affrontare una criticità intervenuta scaturiscono evidenti tutte le incongruenze ed inadeguatezze della precedente messa in opera. Ma il fatto è che in un’area di cantiere si dovrebbero svolgere dei lavori, secondo me. Cosa che non mi sembra accada. 
Il manufatto (chiamiamolo così) oltre che deturpare vergognosamente la nostra già tanto maltrattata città, si sta deteriorando vistosamente, in alcuni punti in maniera pericolosa per la sicurezza stradale. I lavori sono fermi, ammesso che ci sia qualcosa da fare. Stare a guardare non serve a niente. 
I nostri neo-amministratori girano regolarmente per la città, per istituto e per diletto, sono cittadini come noi e non possono non essersi poste le stesse domande. Avranno già sicuramente le risposte, quali che siano. 
E quindi? Cosa intende fare, in tempi brevi, l’Amministrazione comunale? Magari per prima cosa informare i cittadini sul come si è arrivati a questo, e un attimo dopo mettere in atto le azioni necessarie a tutelare l’opera eseguita (qualora si ritenga che almeno una parte sia recuperabile)? Individuare i responsabili tecnici (e sottolineo tecnici) di questa ennesima vergogna cittadina e prendere i necessari provvedimenti nei loro confronti, anche eventualmente con azioni volte a recuperare il danno economico derivante? 
Attendiamo le risposte, che sicuramente giungeranno a breve. Ma anche non avere risposte (o non fornirle) sarebbe una risposta, seppur non soddisfacente. 
Ah, dimenticavo, sarebbe una chiara risposta anche una “non risposta” in politichese.
Ponte Barlaam



martedì 16 dicembre 2014

Delinquenti e benefattori. (Orgoglio e pregiudizio)


-Buongiorno, vi pozzu fari ‘na domanda? (1)
-Certo, e s’a sacciu vi dugnu puru ‘a risposta! (2)
Ormai è una costante: un ferroviere in pausa che sosta per un’ora sul marciapiede della stazione riceve dalle cinque alle cinquanta richieste di informazioni. Il fatto è che di solito mi chiedono informazioni su biglietti ed abbonamenti ed io non sono in grado di rispondere, non è la mia materia. Io i treni li guido, di aspetti commerciali non ci capisco  quasi niente. Ma sarebbe inutile spiegarlo prima, meglio ascoltare la domanda ed eventualmente indirizzare l’interlocutore verso la persona giusta. Il signore che mi ha interpellato ha, credo, più o meno la mia età.
-Cu ‘stu bigliettu, ‘u pozzu pigghiari ddu trenu? (3)
Mi mostra un biglietto del Trasporto regionale, mentre mi indica un Intercity fermo al binario a fianco. Questa la so. 
-No, mi dispiace, supra a ddu trenu ci voli n’atru bigliettu. Ma state tranquillu, n’atra menz’ura rriva ‘u trenu giustu. (4)
-‘U sacciu, ma sapiti chi mi succediu? Pirdìa ’u portafogli cu centocinquanta euro, e restai senza sordi. Ia ‘nta Polizia mi fazzu ‘a denuncia, chi mi fici perdiri ‘nu saccu ‘i tempu. E avi tri uri chi sugnu ccà, ora mi suddìai, mi ‘ndi vogghiu turnari ‘a casa. Pensava chi facendu ‘a denuncia chi pirdìa i sordi mi potivanu fari ‘na carta mi ‘nchianu supra ‘o trenu senza bigliettu e mi pavu poi, quandu turnava ‘a  casa. Ma mi dissiru chi non si poti fari, chi senza bigliettu non si poti ‘nchianari e chi ‘nc’era ‘na multa salata ‘i pavari, si mi truvavunu. Sapiti, jeu non vogghiu passari pi chiddu chi cerca mi faci ‘u furbu, comu fannu sti niri e sti rumeni chi ‘nchianunu e si mmucciunu non mi pavunu ‘u bigliettu. Non tutti, p’amuri ‘i Ddiu, ma a maggior parti si. Si ‘ndi partunu ‘i casa i Cristu mi venunu ‘ccà mi fannu i furbi, mi cercunu ‘a limosina e mi rrobbunu. Jeu sugnu italianu, chiddi chi venunu ccà mi fannu i delinquenti mi si stannu ‘a sò casa. Prima mi rrivunu tutti sti stranieri ‘sti cosi non succerivunu. (5)
Lo guardo perplesso. Si vede che è una brava persona, non c’è cattiveria in quello che ha detto, ma solo tanto pregiudizio. E comunque è difficile negare che i comportamenti che ha descritto siano veri. Rinuncio ad avviare una discussione sulla materia, ho troppo poco tempo, devo riprendere a lavorare. Ma ha detto di non avere soldi, eppure ha un biglietto: cinque euro e cinquanta centesimi.
-Ma poi ‘u truvastuvu, ‘u portafogli? ‘U bigliettu comu ‘u pavastuvu? (6)
-Pi furtuna truvai fora ‘nu tassista chi sintìu e mi mprestau ‘i sordi. N’o canusciva mancu. Mi dessi cincu euro, e dumani ci nd’haiu a turnari deci. (7)
-Capiscìa bonu? Vi dessi cincu euro e dumani ndi voli deci? (8)
-Si, ma non c’è problema, dumani haiu a turnari, ndi vidimu fora e c’i portu. ‘U sacciu chi sunnu assai, ma aviva bisognu, non mi potiva mentiri mi fazzu discussioni. (9)
Avevo capito bene. Il cento per cento al giorno di interesse. Per il tassista “benefattore” il termine di usuraio sarebbe riduttivo. Non ho più tempo, devo scappare, ma una domanda al signore la voglio fare sperando che almeno lo faccia riflettere su pregiudizi e stereotipi.  
-Sentiti, ma ‘stu tassista è rumenu, niru… o italianu? (10)

(1) Buongiorno, vi posso fare una domanda?

(2) Certo, e se la so vi do anche la risposta!
(3) Con questo biglietto, posso prendere quel treno?
(4) No, mi dispiace, su quel treno occorre un altro biglietto. Ma state tranquillo, tra mezz'ora arriva il treno che potete prendere voi.
(5)Lo so, ma sapete cosa mi è successo? Ho perso il portafogli con 150 euro, e sono rimasto senza soldi. Sono andato alla Polizia per fare la denuncia, ed ho perso un sacco di tempo. Sono qua da tre ore, e mi sono seccato, voglio tornare a casa. Pensavo che facendo la denuncia mi avrebbero rilasciato un documento per salire sul treno senza biglietto, pagandolo poi, quando sarei tornato a casa. Ma mi hanno detto che non si può fare, che senza biglietto non si può salire e che c'è una multa salata da pagare se mi trovano. Sapete, io non voglio passare per quello che cerca di fare il furbo, come fanno questi neri e questi rumeni, che salgono e si nascondono per non pagare il biglietto. Non tutti, per amor di Dio, ma la maggior parte sì. Se ne partono da casa di Cristo per venire qua a fare i furbi, a cercare l'elemosina e a rubare. Io sono italiano, quelli che vengono qua a fare i delinquenti, che si stiano a casa loro. Prima che arrivassero tutti questi stranieri queste cose non succedevano.
(6)Ma poi lo avete trovato, il portafogli? Il biglietto, come lo avete pagato?
(7) Per fortuna ho trovato fuori un tassista che ha sentito e mi ha prestato i soldi. Non lo conoscevo. Mi ha dato cinque euro e domani gliene devo restituire dieci.
(8) Ho capito bene? Vi ha dato cinque euro e per domani ne vuole dieci?
(9) Si ma non c'è problema, domani devo tornare, ci vediamo fuori e glieli porto. Lo so che sono assai, ma ne avevo bisogno, non mi potevo mettere a fare discussioni.
(10) Sentite, ma questo tassista è rumeno, nero... o italiano?

martedì 7 ottobre 2014

Sentinelle in piedi, ma non leggono.


Ma Alessandro Manzoni non sembra d'accordo
Il video di presentazione delle "Sentinelle in piedi", visionabile su Youtube all'indirizzo http://youtu.be/urcbxNgyKg4 è la carta d'identità ufficiale del movimento, almeno credo, visto che titola "CHI SIAMO". Alcuni attivisti intervistati espongono le motivazioni della loro azione.
 "Le sentinelle in piedi scendono in piazza per affermare la libertà di espressione che ritengono essere lesa dalla proposta di legge Scalfarotto"..."questa legge introduce il reato di opinione, omofobia potrebbe sere interpretato il fatto che io domani ai miei figli dirò che un bambino per crescere sano deve crescere con una mamma e un papà; io potrei andare in galera per questo". Questo dicono le "sentinelle" intervistate nel video, evidentemente prese ad esempio idoneo a rappresentare il movimento. È fuori discussione quindi che l'argomentazione ufficiale sia la (presunta) possibilità che una semplice opinione espressa in un contesto familiare diventi automaticamente un reato punibile penalmente. Peccato (per loro) che non sia così, ma soprattutto peccato (per loro) che sia talmente facile dimostrarlo che il fatto che lo sostengano comporta automaticamente che non abbiano nemmeno letto il testo della legge e le modifiche proposte. Parlo dei militanti, quelli che "stanno in piedi tenendo in mano un libro guardando tutti nella stessa direzione". Non certo dei promotori, che sanno bene di cosa si tratti, invece. Tra le modifiche tanto criticate c'è l'articolo 3bis che dovrebbe, per chi lo voglia fare naturalmente, troncare di netto qualsiasi polemica:
-Ai sensi della presente legge, non costituiscono discriminazione, né istigazione alla discriminazione, la libera espressione e manifestazione di convincimenti od opinioni riconducibili al pluralismo delle idee, purché non istighino all’odio o alla violenza, né le condotte conformi al diritto vigente ovvero anche se assunte all’interno di organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto, relative all’attuazione dei principi e dei valori di rilevanza costituzionale che connotano tali organizzazioni.-
Sarebbe chiaro, per chi volesse intendere. Ma evidentemente non lo è. Visto che ormai l'interpretazione personale di un testo, un evento, un'azione è abitudine comune, voglio applicare al loro comportamento "coreografico" la mia interpretazione. Si chiamano sentinelle. La sentinella è per antonomasia il soldato ligio al dovere, quello che vigila mentre gli altri dormono pronto a dare l'allarme ed essere il primo baluardo a difesa. Di chi? Dei suoi compagni, della struttura di cui è messa a guardia. Contro chi? Contro chi mette in pericolo i suoi compagni o la struttura di cui è messa a guardia. Ha poco margine di valutazione: sei un amico? Dimostramelo con la parola d'ordine. Non la sai? Fermo o o sparo! Non ti fermi: sparo in aria! Non ti fermi: ti sparo addosso! Contemporaneamente do l'allarme. Cosa diversa dalla vedetta, che deve solo avvistare qualcuno e comunicare l'avvistamento. La sentinella è un militare, fa la guerra. Chiamarsi sentinella, quindi, ha un senso. Deve avere un senso, se chi usa questa parola per autodefinirsi lo fa in un contesto intellettuale, o comunque per sostenere argomentazioni frutto di ragionamenti articolati. Così come deve avere un senso la coreografia usata per proporsi in pubblico. Tutti fermi, immobili a leggere un libro. Che contrasto con la vitalità, con i colori, con la musica, con l'allegria sempre presenti nelle manifestazioni gay. Loro, le sentinelle, sono altri, sono l'opposto, sono la cultura, hanno i libri. Leggono libri, che non leggano i testi che contestano non ha importanza. Abbiano il coraggio di dire la verità, questi signori, nessuno li fucilerà alla schiena. Nè, tanto meno, saranno accusati di reato d'opinione o discriminazione, o altre pratiche orrende e/o perverse. Ce l'hanno con gli omosessuali. Operano affinché non siano legittime le multiformi identità e preferenze sessuali, affinché non si mettano in discussione modelli sociali stereotipati, affinchè venga difeso lo status quo come strumento di controllo sociale. E fin qui ci siamo, nel senso che non c'è niente di nuovo. Quello che non capisco è perché non lo dicono ufficialmente, e si nascondono dietro un dito. Trasparente.

Alessandro Manzoni (nella foto) non sembra essere d'accordo con tutti quei "lettori di libri che guardano nella stessa direzione": guarda sconsolato da un'altra parte.









martedì 23 settembre 2014

MIGRANTI

“Uomo” è il capo, un veterano con anni e anni di servizio, “Ragazzo” è uno dei soldati. È giovane, “Ragazzo”, e come tutti i giovani è irrequieto, pieno di certezze che non trovano riscontro e di dubbi che non trovano risposta.
- Anche oggi arriveranno. E dovremo rifarlo.- dice, rivolto al suo compagno più vicino.
-Si, non finirà mai, spero solo che ci sostituiscano presto.-
-Ormai dovrebbe mancare poco, siamo in questo inferno da sei mesi. -
-Non so se arriverò alla fine, non riesco più a dormire, appena chiudo gli occhi vedo i volti di quei poveracci. Ieri mentre tu riposavi siamo andati ad affondare una barca, con il motoscafo. Erano ancora vivi, c’erano dei bambini, alcuni ci salutavano, pensavano che andassimo a salvarli. Li ho visti in faccia, sono come noi, uomini e donne, hanno due braccia, due gambe. Come possiamo trattarli così?-
-Non sono come noi, lo sai bene.- interviene “Uomo” - Sono esseri inferiori, hanno la pelle di un altro colore, sono animali e si sono ridotti così perché vivono come animali; non hanno rispetto per se stessi e per la terra in cui vivono. Non possono convivere con noi, non potrebbero farlo neanche se fossero sani. Sono infetti e li dobbiamo tenere lontani dalla nostra terra, dai nostri cari. Siamo all’estremo fronte di una guerra mondiale, loro contro noi. Sono già condannati, si sono condannati da soli; noi ci difendiamo e lo dobbiamo fare a qualunque costo. –
Gli uomini armati in piedi sul pontile della piattaforma AH19 scrutano nervosamente l’orizzonte; la foschia mattutina rende tutto più difficile. Sono preoccupati, come sempre; se non avvisteranno i barconi dovranno provvedere loro, e non sarà una cosa gradevole. Se invece i radar li avvisteranno in tempo avvertiranno il comando che invierà gli elicotteri a risolvere il problema. Non c’è dubbio che arriveranno, arrivano sempre, ogni giorno, a tutte le ore. Da tutte le direzioni. Da quando dieci anni fa il governo decise di installare le piattaforme in mare, a terra non è giunto più nessuno. L’ordine è di affondarli prima della linea di difesa sempre e comunque, o con gli elicotteri oppure con le armi piazzate sulle piattaforme; lì il mare è più profondo, il rischio che qualche cadavere infetto giunga a terra è nullo. Hanno in dotazione mitragliatrici con un raggio d’azione di due chilometri, e le piattaforme sono piazzate per tutto il fronte marino a tre chilometri una dall’altra, a dieci chilometri dalla costa.
“Uomo” rivolge lo sguardo all’orizzonte, qualcosa si sta avvicinando. Il binocolo inquadra prima una barca, poi un’altra e altre ancora. Sono decine, si ricomincia. I radar non le hanno rilevate e sono più vicine del solito. “Ragazzo” si porta alla mitragliatrice. Sono vicini, li vede in viso. Hanno visto le luci delle piattaforme, e credono di essere vicini a terra. Li vede sbracciarsi per chiedere aiuto; uomini, donne, bambini. Scappano dalla morte senza capire che la morte è con loro, sulle barche, li segue come fa sempre, come ha fatto per il soldato di Samarcanda. Sono a tiro, apre il fuoco senza attendere l’ordine, tanto sa che comunque arriverà, inesorabilmente. “Ragazzo” non pensa, spara. Cadono. In mare, dentro la barca, cadono come birilli. Sono birilli, si muovono ma sono birilli. Birilli che urlano, ma sono birilli. Birilli adulti, birilli bambini, birilli vecchi, ma sempre birilli. Il rumore delle armi aiuta, ti stordisce, non ti fa pensare. È facile, prima di cominciare a sparare ti dici che non puoi fare diversamente, che sono esseri inferiori e sono un pericolo, poi inizi a sparare e fino a quando non smetti va tutto bene. È facile prima e durante. Il problema è dopo, quando ne vedi l’effetto e il rumore non c’è più. Quando sei solo, cerchi di dormire e quegli sguardi ti perseguitano, quelle urla ti rimbombano in testa.
È finita, per adesso. Sul mare galleggiano decine di corpi, i lanciafiamme sono già in azione. I cadaveri non devono passare la linea delle piattaforme; le popolazioni della costa vivono di pesca, ma spesso i pesci pescati devono essere distrutti, a causa della radioattività. “Ragazzo” ha pensato più di una volta di farla finita, di far cessare almeno per lui quella mattanza. Ma non può, non ne ha il diritto, deve difendere i suoi cari, i suoi fratelli, sua madre che è sempre vissuta nel rispetto della natura, che non merita di morire per colpa di chi quel rispetto non l’ha avuto. E tra quella gente, quelli delle barche, quanti sono veramente responsabili e quanti ne pagano incolpevoli le conseguenze? I bambini, che colpa hanno, cos’avranno mai potuto fare nei pochi anni della loro vita per pagare un prezzo così alto?
Le barche vengono affondate con i lanciagranate, il mare è ancora una volta infetto. Infetto dai corpi corrotti dei migranti, infetto dalla bestialità umana.
Nel secolo scorso il flusso dei migranti era minimo, ben distribuito nel mondo e i paesi occidentali lo controllavano, si potevano permettere anche di fare la differenza tra gli individui. Adesso, nel 2132, tutto è cambiato. I motivi non sono più gli stessi, la migrazione è obbligata, violenta. Interi popoli scappano dai loro paesi contaminati da radiazioni, rifiuti tossici, malattie; da dove anche mangiare è un rischio mortale. Scappano verso paesi più vivibili, dove la morte chimica non ha ancora preso il sopravvento. E chi li vede arrivare non può permettersi di farli entrare. Sono infetti, portano con loro mali incurabili, sono incurabili essi stessi e i loro figli sono o saranno infetti. Non c’è soluzione, anzi ce n’è solo una: quella definitiva. Alcuni governi hanno proposto di “terminare” definitivamente quei paesi; raderli al suolo, per isolarli e sperare che con il tempo, probabilmente migliaia di anni, la natura rimetta le cose a posto. Certo, la natura, quella stessa natura che per secoli nessuno ha considerato. La discussione è aperta, prima o poi dovranno fare qualcosa. Nel frattempo “Uomo” ed i suoi compagni eseguono. 
Mentre lotta contro i suoi incubi, “Ragazzo” vede in mare, proprio sotto di lui, un corpo, una bambina; stranamente galleggia a faccia in su. Gli occhi sbarrati, il volto pallido, un attimo poi il getto del lanciafiamme cancella tutto. Una mano si appoggia sulla sua spalla, da dietro una voce gli annuncia:
- domani verranno a sostituirci, finalmente. È appena giunto il dispaccio.-
- domani, chissà quanti altri morti, fino a domani…-
-stavolta non dovremo tornare in caserma -continua la voce- potremo andare direttamente a casa, il dispaccio dispone una licenza di un mese e il viaggio pagato fino a destino, a casa o dovunque vogliamo. Tu dove andrai?-
“Ragazzo” si volta, guarda il compagno che ha parlato:
-…io? …a casa…. A Nairobi, in Kenia.-

Questo racconto è tratto dal libro di Pasqualino Placanica “Storie rriggitane” edito da Disoblio Edizioni

venerdì 19 settembre 2014

Onestamente, mi avete scocciato!



Onestamente, con la vostra incoerenza, con la vostra ottusità, con la vostra saccenza, con la vostra supponenza, con la vostra arroganza, con la vostra logorrea, con la vostra falsità, con la vostra ambiguità, con la vostra ambizione, con la vostra strafottenza, con la vostra apatia, con il vostro protagonismo, con la vostra boria, con la vostra pigrizia, con il vostro vittimismo, con tutto questo e altro ancora.... MI AVETE SCOCCIATO!!!!!! Andate a zappare la terra, senza crearvi problemi che non avete. Lasciate perdere i discorsi complicati, abbandonate gli argomenti difficili, lasciate che altri decidano per voi, di voi, dei vostri figli, dei vostri nipoti.  Non è vero che qualcuno vi vuole sottomettere, non è vero che qualcuno vi ha depredati, non è vero che qualcuno vi sta succhiando il sangue, non è vero che qualcuno vi sfrutta. Calate lo sguardo a terra e non vedrete niente; mettetevi i tappi nelle orecchie e non sentirete niente; non pensate e non farete danni. ZAPPATE, ZAPPATE, ZAPPATE. E quando trarrete i frutti del vostro lavoro dal terreno, ricordatevi che il terreno non è vostro, vostro è solo il sudore che ci avete messo. Andate a ringraziare chi vi ha permesso di zapparlo, sperando che vi conceda ancora di farlo. E non ve ne vergognate, è la vostra natura, non c’è niente di male ad essere  servi, o meglio ancora schiavi, ad essere sottomessi. Non è colpa vostra. Ma poi come fareste a vergognarvi, siete abituati. Siete servi figli di servi, nipoti di servi, discendenti di servi. Non sapete, non concepite non prendete neanche in considerazione la possibilità che si possa vivere diversamente. Come il cane che aspetta nell’angolo della stanza sperando che il padrone gli conceda l’osso che ha spolpato, così voi aspettate sperando che chi vi sfrutta vi conceda il suo sguardo benevolo e l’elemosina per potere vivere, o sopravvivere ancora un giorno. E lavorate, poi respirate, poi vegetate, poi lavorate, non vi create problemi che non avete, non pensate al futuro, per voi non c’è un futuro. Per voi domani non sarà un altro giorno. E vaffanculo!

giovedì 18 settembre 2014

REGGIO-VERGOGNA. Per la Madonna una toppa peggio del buco.

DRAPPO 2013

DRAPPO 2014


Gentile Direttore, so che la città ha problemi seri di tutti i tipi e che quello che tratterò io non è (o non sembra) uno dei più importanti, prenda questa mia come una lettera personale a lei indirizzata, se vuole, ma io non posso fare a meno di scriverla. Non posso fare a meno perché tratta un argomento che il suo giornale ha già trattato un anno fa con un articolo a mia firma, intitolato “Ildrappo sdrucito e l'illuminazione accesa della città stracciona”. Il pezzo ebbe allora quasi mille condivisioni su Facebook e fece il giro del mondo suscitando indignazione dappertutto. Ricorda lo scalpore che fecero le immagini del drappo amaranto al balcone di Palazzo San Giorgio, lacerato dall’usura e appeso con noncuranza in rappresentanza della Città in occasione della Processione della Santa Effige della Madonna della Consolazione?  Allora io affermai che quel drappo sdrucito rappresentava agli occhi degli estranei una città stracciona, che però in realtà stracciona non era, bensì così la facevano apparire i suoi amministratori con riferimento ai dirigenti comunali preposti, non ai commissari appena giunti in città. Lasciai aperto uno spiraglio alla trascuratezza, alla poca attenzione di pochi a danno di molti. Oggi, 13 settembre 2014, un anno dopo, mi ritrovo a dovermi smentire clamorosamente. Non si tratta di trascuratezza, si tratta di malafede e meschinità, non trovo parole diverse per definire quello che ho visto oggi. Al balcone di Palazzo San Giorgio, in occasione della Processione della Sacra Effige c’era lo stesso drappo amaranto dell’anno scorso, esposto parzialmente, capovolto con la parte sdrucita nascosta (malamente) alla vista. Come la serva che occultava la sporcizia sotto il tappeto per non far troppa fatica.  In un anno, pur avendo preso atto dell’indignazione popolare, e lo dimostra il maldestro tentativo di occultare lo strappo, il Comune di Reggio Calabria non ha trovato il tempo o magari il denaro (forse occorreva stanziare in bilancio una cifra ad hoc. Quanto costerà mai, un pezzo di stoffa amaranto?) di sostituire quel drappo. Forse esagero a dare importanza a cose del genere, io sono un romantico sentimentale, mi aggrappo alla storia della città, all’immagine esterna, alla nostra bella gente, a quello che Reggio potrebbe essere se solo prevalesse la parte buona. Mi scusi, direttore, se l’ho disturbata, cestini pure questa lettera, se vuole. Non mi offenderò, so benissimo che ci sono problemi ben più importanti da affrontare, solo che mi preoccupa il fatto che saranno (forse) sempre le stesse persone, quelle del drappo e tanti altri come loro, a doverlo fare.