"passo la vita fuggendo dalla mia ignoranza"
NON CAPISCO...E NON MI ADEGUO!!!
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sabato 22 dicembre 2012

A Reggio Calabria Massimo Canale (NON) si candida alle primarie del PD


"Ora il punto è questo, possiamo continuare a protestare senza alcuna possibilità di incidere sulle scelte compiute, ormai definitive, oppure darci da fare, acchiappare il telefono, salire in macchina e andare a trovare gli amici che hanno votato alle primarie fiduciosi in un vero cambiamento, fare sentire il nostro peso e dimostrare che non siamo terra di conquista abbiamo appena un paio di giorni in tutto. Parlo ai miei compagni del PD, le battaglie si fanno sul campo non dietro la tastiera. Le rottamazioni c’è chi le fa sulla carta e chi con i fatti. Io ci sono, e lotto. Stutàti (spegnete) sti computer e datevi da fare;) “ (Massimo Canale ).

Alle primarie del PD a Reggio Calabria Massimo Canale propone la sua candidatura. Stasera si saprà se sarà ritenuto degno di affrontare personaggi del calibro di "Rosi Bindi", e di conseguenza si saprà anche se il PD di Reggio Calabria vuole crescere o vegetare piccolo e nero.

Aggiornamento: Massimo Canale ha ritirato la propria candidatura alle primarie del PD.
Abbiamo pensato che in soli due giorni non fosse utile creare elementi di potenziali fratture nel Pd provinciale che, dopo mesi, sembra aver trovato unità.......Prendiamo atto delle scelte effettuate che però svelano il limite di un partito che non è stato capace di interloquire con territori (5 sono i candidati decisi da Roma che rappresentano la Calabria) nonostante per la prima volta indichiamo due parlamentari. In questo senso – confida - mi fa piacere che ci sia rappresentanza del territorio affidata a Nava, Battaglia e altri giovani”.
Mi riservo di esternare in futuro il mio pensiero su questa ennesima dimostrazione di ottusità, ma ancor di più di egoismo, dimostrata dai dinosauri esponenti del PD....M. P come partito, D come democratico... M come...fate voi.

martedì 11 dicembre 2012

RRiggiu e i rriggitani.

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Chista è 'a città aundi l’acqua mmanca,

ma spazzatura nd’avi quantu voi,

undi non pavuni 'i stipendi e’ dipendenti,

ma machini p’i stradi nd’avi assai.



Chista è 'a città d’i mbuccalapuni,

'i chiddi chi nci cridunu 'a Befana,

è 'a città d’i mangia pani a tradimentu

e 'i chiddi chi non rrivunu a’ simana.



Nti sta città 'i cristiani si ribellunu

quandu cu fici 'u guaiu già si 'ndi iu;

nci mandunu minditti e malanovi

e s’a pigghiunu cu iddi quandu chiovi.



Ma mentri ch’eranu dda mi fannu dannu:

“ossequi e riverisco, don Peppino,

i cosi, don Limitri comu vannu?

Simu cu vui, dicitindi e facimu!

  
Si vui diciti c’a notti nesci 'u suli,

o puru chi nu sceccu sta volandu,

non ci su dubbi ch’esti a verità,

pensati vui, chi nui calamu a testa!”



Ora chi nc’esti fame e carestia,

ch’i veri fatti ormai nesciru e’ chiani,

pigghiamundilla cu cu vinni ora,

è u nostru stili, simu “RRiggitani”!!!







lunedì 3 dicembre 2012

Reggio Calabria: la voragine di Santa Caterina e le altre buche

 


Il recentissimo episodio del mezzo dei Vigili del fuoco che è sprofondato in una voragine durante un intervento a Santa Caterina è purtroppo rappresentativo della situazione generale della città. Rimarrà, nella memoria storica cittadina (ormai inesorabilmente informatizzata) come uno dei simboli dello sfascio generale in cui versa ai giorni nostri questa nostra amata patria. Episodi come quello di Santa Caterina sono purtroppo possibili dappertutto in città, complici i numerosi nubifragi avvenuti negli ultimi anni e le diffuse falle nell’acquedotto e nei condotti fognari che tuttora sussistono. L’acqua, convogliata nelle varie buche lasciate a cielo aperto per mesi e mesi, scorre nel sottosuolo scavandosi il percorso ed indebolendo quindi la pavimentazione stradale, che alla prima sollecitazione eccessiva cede aprendo una voragine. A nulla vale, ed è anzi paradossalmente dannoso, l’intervento tardivo di copertura della buca quando nel sottosuolo si è già creato un canale che l’acqua utilizzerà nuovamente alla prima occasione. Interventi decisivi in città non se ne vedono da anni. Al contrario, sono stati effettuati alcuni lavori che hanno contribuito a creare situazioni di pericolo. A Piazza Garibaldi, per esempio, anni fa sono stati eseguiti alcuni sondaggi nel terreno in tutta la piazza intorno al monumento a Garibaldi. Le buche dei carotaggi di piccolo diametro effettuati nel manto stradale sono state lasciate aperte e sono state quindi interessate dai nubifragi degli ultimi anni, durante i quali, si ricorderà, spesso la piazza si è completamente allagata. Adesso molti di quei buchi sono otturati da spazzatura e dai detriti che l’acqua vi ha trascinato dentro, ma altri sono ancora aperti. L’acqua vi scorre dentro andando a finire chissà dove. È lecito pensare che scorra nel sottosuolo della piazza, scavando ed indebolendo il manto stradale, come ha fatto dappertutto in città. Sarebbe il caso di provvedere a verificare la situazione della piazza e di tante altre sedi stradali cittadine in condizioni analoghe, prima che si verifichi l’irreparabile.



lunedì 19 novembre 2012

Il baco da seta a Reggio Calabria


L’attività di allevamento del baco da seta e quindi la produzione della seta a Reggio Calabria iniziò in epoca bizantina, prima dell’anno mille. Soprattutto i sobborghi reggini erano luoghi di allevamento, al punto di costituire un elemento importante nell’economia locale. La ricchezza di un podere era sancita dal numero di bachi prodotti. L’allevamento dei bachi, la produzione della seta ed il relativo commercio continuò florido fino all’epoca della dominazione spagnola. All’inizio del secondo millennio Reggio costituiva il principale mercato di esportazione della seta grezza e lavorata di tutta la Calabria verso la Sicilia, e l’attività di produzione dava largo spazio al lavoro femminile, spesso anche a donne di posizione sociale elevata. Nelle famiglie reggine dedite all’attività il reddito derivante costituiva spesso l’entrata più consistente, con il vantaggio di interessare un limitato periodo da aprile a luglio, ma di produrre una rendita tale da soddisfare le esigenze di tutto l’anno. Il baco da seta (follicello o filugello, in epoca medioevale) veniva allevato in una stanza asciutta, pulita e aerata, ma senza correnti d’aria; doveva avere almeno due finestre, topi e uccelli (predatori dei bruchi per eccellenza) dovevano essere tenuti lontani, pena l’annientamento dell’intero allevamento. A ciò le serpi erano utilissime, e per questo era ritenuto di buon auspicio l’entrata di una di esse in casa. Su dei pali eretti in mezzo alla stanza venivano annodate le “cannizze” (graticci). Sui pali venivano avvolti dei rovi e altri tipi di spine, per impedire ai topi di arrampicarsi. Dopo tre giorni d’incubazione nascevano i vermi (o bacherozzoli) che si spandevano come un manto sui graticci, imbiancandoli. All’inizio venivano somministrati teneri germogli di gelso, otto - dieci volte al giorno; mangiando avidamente i piccoli vermi producevano un rumore simile a quello della pioggia che cade sulle tegole dei tetti. Successivamente si passava alle foglie di gelso, preferibilmente bianco, ma anche nero, tre volte al giorno. In assenza di foglie di gelso venivano usate le cime dei rametti di olmo o cimette di ortiche o di rovi teneri. Il cibo doveva essere assolutamente asciutto, poiché l’umido è nemico mortale del baco da seta. Anche i graticci dovevano essere sempre puliti e asciutti. A tal fine veniva fatto ricorso a vari sistemi, come le fumigazione con lo zolfo: sulle braci accese si metteva dello zolfo che  saturava la stanza di fumo, e si lasciava agire per diverse ore. Il baco, durante la sua vita subisce tre trasformazioni, di cui l’ultima è la più vistosa: il verme si rinchiude dentro il sarcofago costruito con la sua stessa bava, che alla fine costituisce il filo di seta tanto ambito. Il sarcofago, detto bozzolo, ha la forma di un uovo, seppur più piccolo e restava appeso ai rami o alle ginestre disposte sui graticci. Quando i bozzoli non emettevano più alcun rumore, venivano selezionati e divisi in tre parti. Una parte, la più consistente, veniva destinata alla lavorazione della seta da commerciare: i bozzoli venivano immersi in acqua calda per causare la morte della farfalla, che una volta trasformatasi avrebbe forato il bozzolo per uscire, rovinando irrimediabilmente il filo. Un’altra parte veniva dedicata e donata alla Madonna, il cui culto è presente nella nostra terra da tempo immemorabile. La terza parte era utilizzata per l’allevamento dell’anno successivo. La farfalla che nasceva deponeva da 100 a 200 uova, che rimanevano sui graticci, conservate con attenzione fino al prossimo anno. I bozzoli da lavorare, dopo avere ucciso la crisalide venivano “canati”, cioè filati, ricavandone la seta grezza. Dopo svariati lavaggi in acqua corrente, spesso delle fiumare, se ne ricavava la seta bianca che veniva poi tessuta e venduta. Gli scarti della lavorazione erano il “cucullo” ed il “cascame”, chiamati genericamente “malaffari”. A Reggio, per volere di Federico II, fu istituita la Fiera della Seta, che si svolgeva annualmente ed era visitata da mercanti di tutta Europa. La vera fortuna della seta calabrese durò fino alla fine del XVII secolo, quando Lione, con l’intervento di maestranze italiane, soprattutto calabresi, divenne leader in Europa nel campo della creazione dei tessuti preziosi. La Calabria vide diminuire notevolmente la produzione e I'esportazione di seta, seppur restando fino alla fine del XVIII secolo il maggior fornitore di filato grezzo per Francia e Inghilterra. Nel XVII secolo la crisi colpì molte aree dell’Italia per una generale carenza di innovazioni tecnologiche e solo nel 1780 il governo del Regno di Napoli intervenne fondando a Villa San Giovanni la prima scuola-opificio per l’aggiornamento tecnologico, finanziata dai Caracciolo. Geneticamente priva di grandi imprenditori disposti ad investire, la Calabria si trasformò da produttrice di materiale pregiato in un grande mercato di prodotto grezzo che veniva poi lavorato nelle  fabbriche genovesi e fiorentine. La storia della seta in Calabria è anche storia di presenza femminile: le donne, infatti, erano al centro di un vasto processo che incominciava con l'allevamento del baco e procedeva poi con le varie operazioni del ciclo di produzione, dalla trattura alla tessitura. Sono le donne che, organizzando parte del ciclo di produzione a domicilio,  possono non abbandonare le attività connesse alla cura e custodia della casa. Nell’ottocento, dall'attività di artigianato domestico concretizzata in piccoli opifici familiari sparsi all'interno dei centri abitati, si giunse all'avvento di grandi stabilimenti: le filande. Tra il 1800 ed il 1830, tra Villa San Giovanni e Reggio Calabria furono avviate ben otto grandi filande, fino a giungere nel 1860 a ben 120 filande nella provincia reggina, con oltre 1200 addetti in gran parte donne. L’attività di produzione dei semilavorati raggiunse un elevato livello ed i prodotti venivano esportati in Francia, Inghilterra ed America. Con l’unità d’Italia,  il commercio rimase notevole e riuscì a riprendersi anche dopo il disastro del terremoto del 1908 con gli aiuti governativi, mantenendosi attivo fino al periodo tra le due grandi guerre mondiali. Successivamente, a causa del mutamento degli scenari politici e commerciali ed all’avvento di nuove tecnologie straniere, l’attività di produzione e lavorazione della seta a Reggio ed in Calabria cessò definitivamente.

venerdì 16 novembre 2012

Ela mu kondà

 
Roghudi vecchia- (Reggio Calabria)
 
"Ela ela mu kondà" e' una poesia di Mastr'Angelo Maesano (Roghudi Vecchia 1915 - Roghudi Nuovo 2000), grande poeta della tradizione Greco-Calabra. Nella versione musicata è ritenuta da molti l'inno dei Greci di Calabria.

Di Angelo Maesano
ELA MU KONDA'
Esù miccèddha, ti isse an tin ozzìa
c'egò pedì ti imme an ton jalò,
arte ti ejenàstise megàli
egò thelo na se prandestò.
Ela, ela mu kondà,
ti egò imme manachò.
O potamò èrkete an tin ozzìa
ce catevènni cato ston jalò,
ciòla t'azzària ti ene dizzamèna
èrkondo ce pinnu to glicìo nerò.
San èrkete o mina tu majìu
olos o cosmo fènete chlorò
ce tragudùsi ola ta puddhìa
jatì amènu ton calò kerò.
San i zoì dikìma ene palèa
parakalùme viàta to Christò,
den thelo de na fao ce de na pio,
na ciumithò methèsu manachò.

VIENIMI VICINO
Tu ragazza che vieni dalla montagna
e io ragazzo che vengo dalla marina,
ora che sei diventata grande
io voglio sposarti.
Vieni, vienimi vicino,
perché io sono solo.
Il fiume scende dai monti
e scende giù in marina,
anche i pesci sono assetati
e vengono a bere l'acqua dolce.
Quando arriva il mese di maggio
tutto il mondo si riempie di verde
e cantano tutti gli uccelli
perché attendono il buon tempo.
Quando noi saremo vecchi
pregheremo sempre il Signore.
Non voglio più mangiare né bere,
ma voglio solo riposare accanto a te.

domenica 11 novembre 2012

Il carbone uccide...

È Greenpeace, a ispirare e produrre il cortometraggio "Uno al giorno", che denuncia i danni causati al Paese dal carbone impiegato da Enel nella produzione di energia elettrica.
Alessandro Haber, Paolo Briguglia, Pino Quartullo e Sandra Ceccarelli formano il cast, Mimmo Calopresti firma la regia e i Subsonica mettono a disposizione la loro musica. Enel naturalmente non gradisce, IO INVECE SI!

lunedì 29 ottobre 2012

'Ndrangheta e Stato


Stiamo assistendo ad un’offensiva senza precedenti dello Stato contro la ‘ndrangheta, che ha scoperchiato una rete fittissima di connivenze e complicità con elementi delle Istituzioni e della società civile. Colpi durissimi insieme a qualche operazione-bufala (quasi inevitabile quando si agisce a tutto spiano) giornalmente indeboliscono un’organizzazione che, a detta degli esperti, aveva raggiunto una posizione egemone nelle attività criminali planetarie. A Reggio Calabria non c’è famiglia mafiosa che non sia stata colpita dal maglio della giustizia. Lo Stato quindi agisce. Continuando così molte, forse tutte le famiglie mafiose del reggino non potranno più essere operative ed efficienti, senza soldati e senza fondi, e soprattutto senza guide esperte. Si stanno creando dei veri e propri buchi nel tessuto mafioso che se non saranno occupati dallo Stato diventeranno preda di altre realtà del mondo criminale, come è già successo in altre parti del mondo. I narcos sudamericani, per esempio, che gestiscono il traffico di droga con la ndrangheta, certamente non abbandoneranno un commercio del genere solo perchè il socio del momento non è più operativo. Il cittadino ha bisogno di uno Stato presente, a cui si possa rivolgere sicuro di ottenere attenzione e considerazione. Per adesso non è così. Il famigerato esempio fatto dal governatore Scopelliti sull’acqua di Terreti, seppur improvvido perchè fuori luogo nel contesto in cui è stato posto, esprime un concetto che è una triste realtà. L’inefficienza dello Stato, la sua assenza in aspetti essenziali della vita dei cittadini ha permesso la diffusione del fenomeno mafioso, con una ndrangheta che si è sostituita allo Stato soddisfacendo le esigenze inevase dei singoli. Una guerra lascia sempre morti e distruzione, dopo dovrebbe iniziare la ricostruzione; questa guerra non è diversa dalle altre, abbiamo visto i morti, vediamo i danni causati dal conflitto. E la ricostruzione? Lo Stato sarà presente? Al momento non lo è; l’impressione è quella di una furia inarrestabile volta solo ed esclusivamente alla distruzione del nemico. C’è da dire che mentre la guerra viene fatta dal braccio armato dello Stato, Forze dell’ordine e Magistratura che si stanno dimostrando presenti ed efficienti, la contestuale occupazione del posto lasciato libero dal perdente dovrebbe essere compito della politica. Ma con questa politica, fatta in massima parte di pressappochismo e corruzione, c’è ben poco da stare allegri. Da questo punto di vista, in Calabria non ci sono segnali positivi, al momento; e se  e quando ci saranno, ci vorranno anni prima di potere recuperare il terreno perso in decenni. Non vorrei che, nell’era della globalizzazione, la ricostruzione (in negativo) diventi appannaggio di qualche economia (mafiosa) straniera.

sabato 20 ottobre 2012

'U "rriggitanu"


'U "rriggitanu" esti un casu stranu
si non sta' bonu, ti duna puru a manu,
si nd’hai bisognu ti duna puru u cori,
e ti rispetta e tratta con onuri.

Si viri chi tu passi, ti saluta
e ti dumanda di li cosi toi
“a signura sta bona, e i giuvinotti?
m'i salutati tantu tantu assai!”

Non c’esti ricorrenza chi si sperdi
mi veni mi ti trova, to cumpari,
molla l’affari  e curri p’u doviri
“cumpari, 'u sapiti ch’è un piaciri!”

Ma si ti movi, camini  e fai a to strata
'u rriggitanu pensa ch’è mbrogghiata
pensa chi cacchirunu ti iutau
pirchi sinnò... non cià potivi fari.

Si tu, cu sacrifici e sofferenzi,
ti fai na casicedda p’i to' figghi,
sicuru chi c’è mbrogghiu! chi rrobbasti!
...oppuru chi cu sapi chi facisti.

Si iddu viri a to' figghia chi passìa
cu nu figghiolu e 'u varda sorridenti
senti 'u doviri mi veni mi ti trova
mi ti saluta ...e mi ti cunta 'a cosa.

E si to figghiu trasi mi lavura,
assuntu chi vinciu 'na selezioni,
è certu chi pavasti 'na mazzetta
oppuru chi sconzasti all’assessori.

'U "rriggitanu" esti un casu stranu
si non sta' bonu, ti duna puru a manu,
si nd’hai bisognu ti duna puru 'u cori,
...e veni o’ to funerali quandu mori!

mercoledì 17 ottobre 2012

Reggio Calabria, scioglimento dell'amministrazione comunale. La Genesi



Non si contano le reazioni variegate scaturite dalla relazione della Commissione d’accesso al Comune di Reggio Calabria ed al conseguente commissariamento del Comune stesso. L’unico punto su cui concordano tutti è che il commissariamento recherà un grave danno all’economia cittadina. Se questo danno avrà dimensioni maggiori o minori del danno che ci sarebbe stato continuando nelle condizioni descritte dalla Commissione, è cosa difficilmente verificabile. Acclarato quindi che il commissariamento danneggerà la città almeno per un aspetto, mi vorrei soffermare sui fatti precedenti all’invio della Commissione d’accesso, che secondo me ne hanno in un certo senso velocizzato l’avvento, tenendo presente che parallelamente a ciò che sto per esporre era (ed è) in corso l’attività d’indagine dell’Autorità Giudiziaria in merito ai reati penali. Per anni gli esponenti dell’opposizione hanno martellato la maggioranza chiedendo chiarezza sui conti del Comune, e per anni hanno ricevuto per risposta parole; pochi documenti, nessun atto ufficiale, nessuna benché minima apertura alla trasparenza che eppure per legge è dovuta. Dai propri amministratori i reggini non hanno mai saputo la verità, ma hanno ricevuto menzogne per risposta. Quando il sindaco facente funzioni Raffa ha timidamente cercato di intervenire in una situazione che si rivelerà successivamente (carte alla mano) di sfascio totale, è stato praticamente messo in croce dai suoi stessi alleati e sostenitori. Ha dovuto arrendersi alle enormi pressioni che riceveva, rinunciando ad agire. Dai fatti che ho descritto, inconfutabili e certificati da decine e decine di comunicati stampa emessi dai vari attori della vicenda, oltre che da qualche querela, il messaggio che è allora scaturito era chiaro. E il nuovo sindaco eletto, Demetrio Arena, ha iniziato il suo mandato in sintonia con le consegne: negare il buco nei conti comunali, non penalizzare gli alleati. Seppur visibilmente a disagio Demetrio Arena ha cercato di tenere botta, ma le due inchieste parallele sui conti del Comune svolte dai Periti della Procura e dagli Ispettori del Ministero delle Finanze, hanno scoperchiato la bolgia di malaffare diffuso sempre menzionato ma mai fino ad ora dimostrato. I periti della Procura hanno rilevato 80 milioni di euro di buco derivanti da fatti di rilevanza penale; ma la somma totale è risultata molto superiore, ben oltre il centinaio di milioni di euro. In definitiva, mentre gli amministratori reggini mentivano ai propri concittadini, è risultato decisivo l’intervento di un ente esterno per aprire uno squarcio su questa scabrosa vicenda. Ed è questo il punto che secondo me ha definitivamente condannato questa città alla venuta della Commissione d’accesso: i reggini non hanno saputo autogovernarsi. Se a suo tempo qualcuno, Scopelliti, Raffa o Arena che fosse, prima che intervenissero i periti della Procura e gli Ispettori del Ministero, avesse ammesso la situazione che si era creata anzichè negarla,  probabilmente i due filoni principali, quello penale e quello riguardante l’aspetto amministrativo, sarebbero rimasti divisi agli occhi e nelle intenzioni del Governo. Reggio si sarebbe autoregolata politicamente, avrebbe eletto nuovamente i suoi amministratori due anni fa o prima ancora in piena coscienza e conoscenza della realtà; i nuovi amministratori avrebbero avuto uno “status” morale ben più solido di quelli precedenti, perché eletti con la fiducia di un popolo consapevole della situazione, e sarebbe stato molto più difficile anche solo pensare di sciogliere un’amministrazione del genere. Contemporaneamente, come tutt’ora succede, le indagini della Magistratura avrebbero seguito il suo corso. Questo non è stato reso possibile per prima cosa dall’esistenza stessa del dissesto finanziario (responsabilità da attribuire a chi lo ha generato) e poi per l’ostinato atteggiamento di chiusura degli amministratori. Sul perché dell’ostinazione della maggioranza di centrodestra credo non ci siano dubbi: per tutti la necessità di salvarsi politicamente, per alcuni quella di mantenere i privilegi leciti, per altri ancora (spero pochi) la connivenza con ambienti della criminalità che è provato abbia interessi all’interno delle attività comunali. Recentemente, prima del commissariamento ma dopo aver conosciuto l’entità del deficit, i politici calabresi del centrodestra hanno espresso stupore e indignazione per la disparità di trattamento ricevuto da Reggio rispetto ad altri comuni con difficoltà finanziarie: il Governo ha deliberato un intervento di sostegno finanziario che riguarda ben 1200 comuni, da cui Reggio è esclusa. Si chiedevano: “Perché Reggio Calabria non riceve il medesimo trattamento degli altri comuni?”. La risposta è semplice, e la sapevano anche loro: perché gli amministratori reggini in carica, a differenza di quelli degli altri comuni, avevano sempre negato la situazione ed erano quindi inaffidabili. Voi dareste in mano dei soldi a chi ha sperperato decine e decine di milioni, e non solo per anni ha negato di esserne responsabile, ma addirittura ha negato che quei milioni mancassero? Gli amministratori reggini tutti hanno messo i propri interessi, leciti o illeciti che siano, al di sopra dell’interesse della città, questa è la verità, e la città, a seguito del comportamento dei suoi amministratori (e purtroppo rappresentanti) ha prestato non il fianco, ma il petto, all’azione governativa.

venerdì 12 ottobre 2012

Contiguità e mafiosità...


Ho letto e riletto il testo della Relazione della Commissione d’accesso che ha valutato il caso Reggio. Un massacro, uno tsunami di malaffare e connivenze che rappresentano la vera vergogna per la città. Ho letto e riletto vari commenti, pro e contro l’esito dell’inchiesta, e continuo a chiedermi come si possa ancora sostenere che azzerare l’amministrazione comunale di Reggio Calabria sia stato un atto antidemocratico, inopportuno, o addirittura illegale. Si gioca con la parola contiguità, distinguendola da infiltrazione, ma io dico anche da affiliazione.
Nella relazione la parola “contiguo” appare 22 volte, “contigua” appare 1 volta, “contiguità” appare 11 volte. E la maggior parte dei casi si riferiscono ad elementi già indagati, spesso condannati per reati di stampo mafioso, che vengono definiti “contigui” ad una determinata cosca; ciò perché non esistono elementi che ne possano accertare l’affiliazione, ma non si discute la natura criminale del soggetto. Un elemento contiguo ad una cosca mafiosa non è un elemento che è vicino ad una specifica persona perché ci va al bar insieme, ma che è vicino all’attività della cosca. Ed essere vicini all’attività di una cosca mafiosa, permettetemi, è da censurare come minimo.
È veramente triste leggere lettere e comunicati vari che si arrampicano sugli specchi per cercare di demolire un documento talmente serio e preciso da avere al suo interno alcuni passaggi che definirei quasi comici, seppur giustamente inevitabili. Mi riferisco per esempio al punto in cui il consigliere Eraclini viene segnalato come “controllato” in compagnia di Alberto Sarra, indagato in un procedimento penale; è normale che due esponenti politici, della stessa parte o anche opposta si frequentino, e ci mancherebbe altro. Stessa cosa per il Presidente del Consiglio provinciale Eroi, inserito nella relazione come dipendente comunale, anche lui “pizzicato” con Alberto Sarra. Il problema è che oltre a Sarra c’erano da elencare altre frequentazioni. Un elenco minuzioso e dettagliato di fatti e persone coinvolte.
Nessuno però si permette di dire che i fatti elencati nella relazione non sono veri, e tanto dovrebbe bastare. Invece i difensori dell’indifendibile si appigliano a giochi di parole, a vere e proprie capriole da circo per potere argomentare, e parlano di stravolgimento della volontà popolare, di un’amministrazione eletta dal popolo. Ma era un popolo che non era a conoscenza dei fatti. Un popolo ingannato. Direi che le chiacchiere stanno a zero, chi vuole veramente che questa città riparta, adesso deve dare una mano a spingere il carro, invece di continuare a frenare. Chi frena è un “avversario della città”!

mercoledì 10 ottobre 2012

Reggio Calabria - Ricordi dell'ultimo decennio




Ricordi dell’ultimo decennio...
Ricordo una città fiera di essere in pieno sviluppo, guidata da un Grande Sindaco, Italo Falcomatà che la amava e che troppo presto la lasciò orfana della guida che le era necessaria.
Ricordo un giovane emergente, Giuseppe Scopellitii, allora dai media indicato come prosecutore dell’opera del Grande Sindaco, che eletto quasi per acclamazione alla guida della città si insediò non rinnegando quanto fatto dal suo predecessore, seppur di estrazione politica diversa, ma anzi dichiarando di proseguire nell’opera di rilancio e sviluppo della città.
Ricordo perfettamente i primi anni di gestione del giovane Sindaco, la città aveva due aspetti: di giorno era un operoso cantiere aperto, di notte diventava un grande locale pubblico pieno di attrazioni per i reggini stanchi della faticosa giornata. Almeno questo era quello che appariva agli occhi dei cittadini e dei turisti. Furono iniziati decine di lavori, furono assunti centinaia di reggini nelle società miste del comune e nelle ditte che acquisivano gli appalti. Furono finanziate decine e decine di iniziative, benefiche e culturali, così definite dai promotori. In città giunsero personaggi dello spettacolo mai visti a Reggio proposti gratis ai cittadini dal giovane Sindaco, una delle più importanti radio private nazionali si istallò sul lungomare d’estate, per trasmettere “in diretta da Reggio Calabria!” ed il giovane Sindaco ne divenne DJ onorario, con il nick di DJPeppe. Soddisfazioni, per una città in piena fase di sviluppo economico e turistico.
Ricordo che dopo qualche anno l’attività operosa rallentò piano piano fino a fermarsi, mentre quella frivola e festaiola continuò. Continuò fino a raggiungere il massimo regime quando il giovane Sindaco decise di concorrere alla carica di Governatore della Calabria. Divertimento, feste, festival e concerti.... e soldi a tutti, a pioggia, a cascata, uno tsunami....
Ricordo che il giovane Sindaco fu eletto Governatore, e che il Vicesindaco Giuseppe Raffa ne prese il posto in attesa di nuove elezioni.
Ricordo perfettamente, perché mi ha profondamente amareggiato, quello che successe durante la reggenza Raffa. Ormai credo sia chiaro a tutti, che il tentativo dell’allora Sindaco facente funzioni di sganciarsi dallo sfascio che aveva toccato con mano, al di là dei motivi che lo hanno generato, scatenò la violenta reazione degli “amici di Reggio”. Egli timidamente tentò di diminuire le spese, eliminando alcuni incarichi costosi ed inutili, ma immediatamente i consiglieri che sostenevano la sua coalizione si ribellarono.
Ricordo le trenta firme di consiglieri raccolte ad una “festa” di compleanno per sfiduciare l’allora Sindaco f.f.. (La festa è un elemento ricorrente nella storia dell’ultimo decennio reggino, la si trova, sotto vari aspetti, dappertutto ed in ogni occasione)
Ricordo perfettamente la dichiarazione dell’allora coordinatore del PDL che bluffando minacciò di togliere la fiducia al Sindaco f.f.: non lo fece, e mai lo avrebbe fatto, ne sarebbe scaturito il commissariamento con il rischio anzi la sicurezza che la verità sarebbe venuta a galla, i fatti lo hanno dimostrato, e il centrodestra non avrebbe mai permesso che estranei mettessero le mani nelle carte del comune.
Ricordo le vergognose assenze ai consigli comunali, quando gli “amici di Reggio” boicottavano qualsiasi iniziativa per tenere sotto scacco Raffa.
Ricordo gli appelli alla ragionevolezza che i protagonisti del teatrino lanciavano di giorno mentre di notte si riunivano per smantellare quel poco che reggeva ancora.
Ricordo che alcuni giornali cittadini tramite qualificati commentatori definivano un’onta per la città il commissariamento che altri (me compreso nel mio piccolo) auspicavano. I soliti autorevoli commentatori continuavano ad invocare il buon senso, il supremo bene della città, invitavano a mettere da parte interessi personali e protagonismi ed a ...fare finta di niente, in definitiva.
Ricordo che mentre c’era chi dichiarava senza mezzi termini che il bilancio comunale era allo sfascio, gli “amici di Reggio” negavano tassativamente. Convocavano conferenze stampa, rilasciavano comunicati e interviste ai giornalisti, che di solito, salvo qualche eccezione si limitavano a raccogliere le dichiarazioni e riportarle integralmente. Nessuno faceva in tempo reale la “seconda domanda” ai loquaci amministratori. Eppure era semplicissima: “se è vero che non ci sono problemi, perché la città è ferma, anzi recede?” Qualche giornalista, ad onor del vero, quella domanda la fece, non al tavolo delle conferenze, ma sui giornali, e nessuno gli rispose.
Ricordo il poco coraggio del Sindaco f.f., che non osò dimettersi, seppur lo avesse più volte minacciato. I suoi ormai ex-compagni lo additavano come affossatore della città, come colui che dimettendosi avrebbe causato il commissariamento, l’onta peggiore che avrebbe potuto subire la città. Non ebbe coraggio allora, Raffa, oppure più probabilmente fece i suoi calcoli e cercò di trarre un vantaggio dalla sua situazione poco invidiabile.
Ricordo la calma piatta che subentrò nel centrodestra successivamente alla spartizione  soddisfatta delle candidature per le elezioni comunali e provinciali.
Ricordo il nulla che contraddistinse l’attività dell’amministrazione comunale durante la campagna elettorale, e le giustificazioni che fioccavano sui giornali a firma di autorevoli commentatori e giornalisti: “dopo le elezioni la città deve ripartire, adesso è normale che tutti siano impegnati a cercare voti” disse qualcuno, senza vergognarsi; e nessuno dei grandi commentatori gli rispose a tono, senza vergognarsi per non averlo fatto.
Ricordo che poco prima delle votazioni l’atmosfera indicava concrete possibilità che il sindaco sarebbe stato eletto al ballottaggio; ma il ballottaggio avrebbe messo in pericolo la riconferma del centrodestra, rischiando di mettere alla luce il dissesto di bilancio ed altro ancora.
Ricordo lo stupore di tutti per la vittoria schiacciante al primo turno, imprevedibile per la sua dimensione, del candidato del centrodestra Demi Arena.
Ricordo che pensai, e trovai conforto in tanti reggini nel mio ragionamento, che gli “amici di Reggio” avevano messo in campo, nell’ultima decina di giorni, tutta la loro (pre)-potenza per vincere a qualsiasi costo.
Ricordo
l’immagine del Governatore e del Sindaco neoeletto che stappavano sorridenti, felici, adesso sappiamo che erano soprattutto sollevati dalle preoccupazioni, lo spumante (ma forse era champagne, lo spumante costa poco) in strada, a fianco al Tapis Roulant simbolo del Modello Reggio.
Ricordo che poco dopo la vittoria del centrodestra cominciarono a fioccare i decreti ingiuntivi contro l’amministrazione comunale.... e dal quel momento fu un susseguirsi di passi avanti verso un baratro che c’era sempre stato, ma che gli occhi di una città accecata da fasti e frivolezze non vedevano; per esempio a settembre 2011 l’ENEL chiese al Comune di Reggio Calabria il pagamento di fatture insolute per 9,5 milioni di euro. Il Sindaco minimizzò, come sempre.  Agli “amici di Reggio” fino a quel momento era bastato negare”, ma non solo. Negare, negare, negare, accusare, accusare, accusare, minacciare, minacciare, minacciare. Le tre parole d’ordine del centrodestra di Scopelliti e Arena sono state negare, accusare, minacciare; fino a quando non sono intervenuti enti esterni titolati a indagare e con l’intenzione di farlo. Lo hanno fatto, hanno indagato, e da quel momento, dal momento in cui il risultato delle indagini fu comunicato alla cittadinanza, due delle tre parole d’ordine cambiarono: negare, accusare, minacciare divennero piangere miseria, accusare, scaricare. Ammettere la crisi economica del comune, accusare e scaricare su altri le colpe proprie: dipendenti infedeli, la vecchia amministrazione, la crisi economica. Come se non fosse vero che sono stati loro a governare da dieci anni, come se non fosse vero che i dipendenti infedeli spesso non erano dipendenti, ma gente che era stata assunta con incarico fiduciario, e quindi sotto la responsabilità di chi li aveva assunti. Come se non fosse vero che il giorno prima negavano tutto.
E i reggini?
Ricordo che fin dall’inizio una parte, che successivamente fu definita da Arena i “nemici di Reggio”, si opponeva giornalmente alle bugie che l’amministrazione comunale propinava alla città, tramite varie iniziative di denuncia.
Ricordo che un’altra parte parteggiava apertamente per l’amministrazione comunale, esponendosi con prese di posizione e azioni in contrasto con i “nemici di Reggio”.
Ricordo che una parte stava a guardare parteggiando per una o l’altra fazione, ma senza esporsi; a Reggio non conviene esporsi, si rischia di restare spiazzati alla fine.
Ricordo che un’ultima parte, la più consistente, passò tutto il tempo a oziare senza vedere ne ascoltare, rivolgendo la propria attenzione ai destini della squadra di calcio locale, agli eventi mondani che l’amministrazione comunale regalava alla città a piene mani, alle bancarelle della Festa della Madonna di settembre, ai panini con la salsiccia; “tuttu a postu, u dissi u giornali!” . Dei regali che l’amministrazione faceva abbiamo più chiara la natura adesso, andavano ad allargare un buco nel bilancio che è diventato una voragine, ma allora chi se ne fregava: a caval donato non si guarda in bocca.
Sono terminati i ricordi, adesso siamo ai giorni nostri: la città, per non subire due anni fa l’onta del commissariamento, subisce un’onta peggiore, quanto di peggio potesse accadere in tempo di pace ad una città già stremata da anni di scelleratezze. Il consiglio comunale viene sciolto per “contiguità” mafiosa; la naturale conseguenza, il tanto temuto commissariamento, quello che, adesso lo sappiamo era stato solo rinviato, farà emergere quanto ancora non si sa compresi gli aspetti penali. I reggini non vedranno feste per tanto tempo, avranno ben altro a cui pensare. Speriamo che visto il vuoto di attrattive a disposizione, la loro attenzione si rivolga ai veri problemi della città.

martedì 9 ottobre 2012

Pensioni e privilegi. Il caso Sarra.


Raramente mi soffermo tanto su uno specifico argomento, ma il caso del vitalizio concesso all'avvocato Alberto Sarra è talmente grave che merita un'ulteriore riflessione, in considerazione anche degli "autorevoli interventi" a sua difesa che si stanno succedendo a raffica. Premesso che come ho già detto e ripeto non si discute, almeno per me, la reale condizione di salute dell'avvocato Sarra, noto che si tende a ridurre il tutto ad un semplice episodio, e per tale lo si tratta. Il vero problema, che deve essere immediatamente affrontato, è quello della disparità di trattamento tra cittadini italiani. I tempi estremamente celeri che hanno risolto la pratica. La facoltà per l'avvocato Sarra di chiedere il vitalizio alla Regione Calabria e non alla Cassa di Assistenza Forense. La somma scandalosa corrisposta. La possibilità di congelare il vitalizio e conseguente possibilità che viene data all'assistito di continuare a lavorare; facoltà che viene negata dall'INPS ai comuni mortali. L'INPS, pone come condizione assoluta per la corresponsione della pensione d'inabilità, la cessazione di qualsiasi tipo di attività lavorativa, la cancellazione dagli elenchi di categoria dei lavoratori, la cancellazione dagli albi professionali la rinuncia ai trattamenti a carico dell'assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione ed a ogni altro trattamento sostitutivo o integrativo della retribuzione. E se non è disparità di trattamento questa...

                                       

lunedì 8 ottobre 2012

Onorevole Laratta, in Italia non c'è il pane, e neanche le brioches!


Il deputato del PD Franco Laratta ha chiarito la sua posizione in merito al caso Sarra: «In merito al "caso Sarra" vorrei precisare che la questione sollevata non riguarda una sfera del tutto personale, bensi l'aspetto pubblico e politico del caso. In sostanza, non si discute dei suoi problemi di salute, cosa che ha permesso ai medici di riconoscergli una inabilità al lavoro al 100%, quanto come sia possibile, davanti ad un'invalidità totale, che egli possa svolgere una funzione impegnativa e complessa quale il sottosegretariato presso la Regione Calabria. Questa è la domanda, questi sono i forti dubbi che ci poniamo un pò tutti». E no! Egregio Deputato, mi sembra che Lei non abbia compreso bene nè qual'è il problema, nè che aria tira in Italia e dalle nostre parti soprattutto. La condizione di invalidità o meno dell'avvocato Sarra, seppur dispiace dal punto di vista umano, non è il nocciolo della questione. Il punto è: com'è possibile che un cittadino italiano, quale che sia il suo lavoro, possa percepire una indennità del genere così facilmente, mentre c'è chi deve addirittura avviare un procedimento legale, per ricevere una misera somma. Com'è possibile che egli possa percepire una somma tanto elevata. Com'è possibile che possa congelarla in attesa di tempi migliori. Com'è possibile che egli si sia potuto rivolgere all'amministrazione regionale, e non per esempio al fondo pensione degli avvocati, visto che è un avvocato iscritto all'albo e quindi deve corrispondere i relativi contributi. E soprattutto, egregio Deputato, com'è possibile che ancora Lei ed i Suoi colleghi non abbiate capito che la misura è colma, che non siamo disponibili a stare a guardarvi mentre vi lanciate frecciatine e accuse all'aria aperta, mentre al coperto vi mettete d'accordo su come superare gli ostacoli che per fortuna vi si stanno mettendo davanti. Mi aspetto, a seguito del caso Sarra, che qualcuno di voi parlamentari sollevi la problematica delle innumerevoli scandalose indennità e vitalizi già corrisposti e che continueranno ancora per decenni a gravare sui bilanci dei vari enti, locali e nazionali. Mi aspetto una legge che preveda che i titolari di più trattamenti pensionistici, oltre una certa cifra siano obbligati ad optare per la migliore, escludendo le altre. Non è più accettabile che ci sia in Italia gente che percepisce quattro pensioni da decine di migliaia di euro mensili, e chi invece deve vivere con 500 euro o anche meno. E non mi si venga a dire che è un diritto che scaturisce dal pagamento dei relativi contributi. La pensione, il vitalizio, l'indennità, servono a permettere a chi non lavora più per vari motivi di continuare a fare una vita dignitosa e civile, non a fare lussi e mantenersi vizi. Non almeno fino a quando ci sarà anche una sola persona, un solo essere umano che per sopravvivere deve dipendere dagli altri.


sabato 6 ottobre 2012

Una stele misteriosa, ed una strana associazione di simboli.


Una bellissima giornata, oggi A Reggio Calabria. L'ideale per fare una passeggiata sul Lungomare Falcomatà. Scattando fotografie a destra e a manca. E riguardando le fotografie, ne ho trovata una emblematica. Avevo fotografato una stele che mi era sconosciuta, dalla data sembra che sia sul lungomare dal 2003, ma ho seri dubbi. Rappresenta il simbolo principe della massoneria: il compasso e la squadra. Sulla base si legge "IBIS, Reggio Calabria, MMIII". Cosa ci faccia sul lungomare di Reggio e chi l'abbia messa è per me un mistero. La stele sembrava semplicemente scarabocchiata, ma guardando meglio la fotografia ho notato che non si tratta di un semplice scarabocchio, ma della forma ancor più stilizzata di un'opera di Umberto Boccioni: "Forme uniche della continuità dello spazio" che oltre ad essere il retro della moneta da 20 centesimi italiana è anche il logo della "Casapound reggina": Temeraria Mente. Anche se lo sfregio denota chiaro dissenso verso il monumento, è un'associazione di simboli (e di idee) che da da pensare. Ma da da pensare ancora di più la presenza di un monumento del genere sconosciuto ai più.

Aggiornamento del 8 ottobre 2012: ho ricevuto due commenti che meritano di essere messi in evidenza. Pertanto, oltre che pubblicarli nell'apposito spazio, ne pubblico il testo qui, insieme alla mia risposta. 
Il signor Demetrio Dotta ha scritto:
--"Quel monumento è imbrattato da tempi immemori, e se non erro l'associazione TEMERARIAMENTE è nata da circa un anno....come facevano ad imbrattare un monumento se ancora non c'erano?? Ma quello che dite lo sapete per certo o inventate giusto per fare giornalettismo e trovare un colpevole ed essere quindi giustizialisti per caso?" 
"POTREBBE ESSERCI UNA SVASTICA O ANCHE UNA FALCE è MARTELLO DAI SEGNI PRESENTI TUTTO è POSSIBILE O ANCHE SOLAMENTE UNA SEMPLICE IMBRATTATURA DA ANARCHICI"--

La mia risposta:
"Prendo atto di quanto sopra precisato dal signor Dotta. In realtà, dalle riprese di Google Street View risulta che la stele è imbrattata almeno dal 2008. Non conosco la data di fondazione di Temeraria Mente, che è un'Associazione che comunque rispetto, anche se non ne condivido molte idee. Il Futurismo è una corrente di pensiero che è sempre stata avvicinata a determinati ideali. Non capisco però l'uso del termine "colpevole", visto che nel post non viene attribuita alcuna colpa ad alcuno. Magari si tratterebbe di merito, il merito di professare apertamente e con orgoglio le proprie idee, anche con azioni di dissenso forti. Sempre che chi ha eseguito l'azione di protesta la voglia rivendicare. (nazista, comunista o anarchico che sia)"
La ripresa di Street View del settembre 2008

 

venerdì 5 ottobre 2012

Un eroe incompreso...


Ho appena finito di leggere l’articolo del Corriere della Sera relativo all’ennesimo scandalo della politica calabrese; mi riferisco al caso dell’avvocato Alberto Sarra, che da invalido totale percepisce un vitalizio di 7490 euro mensili, e continua a prestare la sua opera presso l’amministrazione regionale della Calabria. Leggo che ha percepito centinaia di migliaia di euro di arretrati, contemporaneamente all’indennità ed alle varie voci di rimborso derivanti dall’incarico in Regione. Leggo che ha immediatamente chiarito che per potere continuare a lavorare ha rinunciato all’indennità, e noto che nessuno (almeno per ora) gli obietta che chi percepisce una pensione d’invalidità totale non deve lavorare. Leggo inoltre che la relazione medica che sancisce l’invalidità dell’avvocato Sarra lo definisce “permanentemente inabile a proficuo lavoro”. Non credo ci siano dubbi sul significato della frase: l’avvocato Sarra non può lavorare (ci sarebbe anche da discutere sul significato di quel “proficuo”). E a causa di ciò percepisce una pensione lorda dall’ammontare incomprensibile, anzi direi ingiustificabile. Non mi dilungo nelle solite premesse in merito alla solidarietà che il “bon ton” vorrebbe si trasmetta a chi è colpito da patologie gravi. Ma nessuno ha il diritto di mettersi a carico della collettività volutamente. Mi spiego meglio: se l’avvocato Sarra ha una grave patologia cardiaca tale da renderlo inabile al lavoro (e non ho argomenti per non credere a ciò) allora egli non ha alcun diritto di continuare a lavorare, neanche prestando gratuitamente la sua opera. Deve stare a casa e curarsi vivendo con la sua scandalosa pensione d’invalidità. Sia per rispetto della sua stessa persona, che per non caricare il servizio sanitario calabrese con ulteriori spese che potrebbero derivare dal suo aggravamento. Non abbiamo bisogno di eroi che si sacrificano per la collettività, ma di uomini e donne che possano svolgere “proficuamente” il proprio lavoro. Come cittadino lo ringrazio per il suo altruismo, per l’impegno che mette nell’interesse del popolo calabrese, ma sono sicuro che nel panorama politico attuale esiste un soggetto in grado di svolgere adeguatamente gli innumerevoli incarichi che attualmente sono da lui ricoperti; tutti utili, nessuno indispensabile recita un vecchio modo di dire.

giovedì 4 ottobre 2012

Ci sono GIOVANI e "GGiovani", per fortuna!


Ieri, 3 ottobre 2012:
Alcuni studenti del Liceo Classico Tommaso Campanella di Reggio Calabria hanno indetto un evento per giorno 4 ottobre 2012, le cui motivazioni sono espresse in un volantino da essi redatto. Dico un evento perchè non saprei come definirlo diversamente; di solito si tratta di manifestazioni, in questi casi, ma il volantino non dice che manifestano, dice che "scioperano a Piazza Italia". E non mi sogno nemmeno di pensare che studenti del Liceo Classico evidentemente così impegnati nella vita pubblica possano avere sbagliato a scrivere in maniera così grossolana. Sorvolo sopra "un intera comunità" senza apostrofo. C'è poi qualcosa che secondo loro sarebbe la fine dell'economia cittadina, ma forse per evitare di farle pubblicità, non la citano. Come si fa a "scioperare in un preciso luogo", domani lo vedremo, ci sarà una tecnica innovativa, magari sperimentata per la prima volta con l'occasione. Quello che è certo è che hanno le idee chiare, e le sapranno sicuramente esporre domani. Io sono curioso di apprendere....
Oggi, 4 ottobre 2012:


Stamattina non potevo mancare; c’era troppo in gioco. C’era il futuro della Città, in ballo; c’era veramente un abisso davanti a Reggio, l’abisso dell’ignoranza, dell’omertà, dell’apatia. La futura generazione di Reggini è stata messa alla prova. Una prova che, a seconda del risultato avrebbe identificato per decenni il popolo Reggino. Almeno fino a quando gli attuali giovani non saranno vecchi e ci saranno altri giovani a dire la loro. Ed io, da vecchio che vorrei lasciare ai miei figli una città onorata e vivibile, non potevo mancare.  Ho visto gruppetti di ragazzi stazionare a Piazza Italia, con uno striscione arrotolato, altri ragazzi passare sul Corso Garibaldi e tirare dritto, sordi alla chiamata di quelli fermi in piazza. Ho visto srotolare lo striscione ed affiggerlo al muro di Palazzo San Giorgio, ed una trentina di giovani, non tutti studenti, tra l’altro, stringervisi a capannello davanti come a fare volume, perplessi, forse intimiditi dall’assordante solitudine in cui sono stati lasciati dai loro coetanei. La gioventù di Reggio, all’invito a disertare la scuola per protestare contro lo scioglimento per infiltrazioni mafiose, ha risposto con la propria presenza alle lezioni. Ha risposto NO alla negazione della realtà, ha risposto No a chi pretende di lasciare la città nello sfascio in cui versa da anni. Non ci possono essere dubbi, i giovani reggini, al di là delle proprie convinzioni politiche vogliono verità, trasparenza, legalità. Oggi sono più tranquillo e fiducioso sul futuro di Reggio; la nuova generazione, i Reggini che non hanno ancora mai votato, hanno le idee oneste e chiare, hanno superato a pieni voti la prima grande prova a cui sono stati sottoposti. La mia generazione, quella che ha già votato, molto meno. Il rapporto tra le due generazioni, per ora, è inversamente proporzionale. 







lunedì 1 ottobre 2012

...non si capisci nenti!



U sciogghiunu, no’ sciogghiunu,
non si capisci nenti,
cu dici ch’è tra un misi,
cu dici ch’è imminenti.

E non si parra d’atru,
su Corsu e Via Marina,
a genti i RRiggiu spetta
mi leggi a letterina.

E puru jeu, mi sacciu
undi ndi jetta ‘u sceccu
fazzu dumandi in giru
e’ megghiu amici mei.

Ssettati nta panchina,
nci dissi a me cumpari
chi i nu minutu all’atru
u  schiogghiunu, u Cumuni.

-Pirchì l’hannu a sciogghìri,
c'aviva, era ttaccatu?
Cumpari meu, spiegatimi
chi fu, chi succeriu?-

-Truvaru "infiltrazzioni",
sapiti, mpari Peppi,
e ‘i mandunu p’a casa
mi ponnu rriparari.-

-Giustu, cumpari meu,
ancora faci caddu
si ci su "infiltrazzioni"
ora s’hannu a ggiustari.

Prima mi chiovi forti,
chi si c'è umidità
poi non si sciuga cchiù
e nesci u rrestu i nenti.

...E sti tragediaturi
chi dinnu c’o’ Cumuni
non movunu ‘na fogghia,
ora mi stannu zzitti!

Potivunu spittari,
si non ci sunnu sordi.
I mobili? ‘i spostavunu!
Dda intra nd’avi spazziu!

Inveci interveniru,
pirchì su cuscenziusi,
ntall’interessi i RRiggiu
i stuppunu, i purtusi.

Caru cumpari meu,
vi dicu chi Nicola
aviva vistu giustu,
a RRiggiu non c’è beni.

I trattunu ch’i peri,
a ‘sti mari cristiani
chi si sacrificannu
p’u beni d’a città.

Mi parrunu cchiu’ menu,
sti quattru sfaccendati,
mi pensunu a’ sò casa,
a comu su cumbinati!-

...Sintendu a me cumpari,
puru jeu pensu a Nicola,
vuliva m’era ccà,
mi dici a so’ opinioni.

Cu dici ch’è tra un misi,
cu dici ch’è imminnenti,
u sciogghiunu, no’ sciogghiunu,
...non si capisci nenti!

domenica 30 settembre 2012

Quando la carta parla.


Leggendo la lettera che Pier Paolo Pasolini scrisse a Maria Franco nel 1970, più delle parole, mi ha colpito l’immagine.*
Scritta a macchina, magari con una gloriosa Lettera Olivetti, firmata a mano, con un inchiostro blu. I caratteri quasi incerti, più chiari o più scuri a seconda del nastro, una S maiuscola sfalsata rispetto agli altri caratteri, una correzione a penna, due virgole aggiunte successivamente...E la carta, un foglio di carta Fabriano, con la filigrana trasparente.
Quella lettera non dice solo quello che vi è scritto; è una testimonianza di un periodo, di un modo di vivere, del pensiero e dello stile di chi l’ha scritta. Quella lettera è unica, non c’è un altro originale.
Ed ho pensato a come avrebbe scritto Pasolini oggi. Sarebbe stata una email, un SMS oppure un messaggio su Facebook? Senza errori, i caratteri perfetti, allineati al millimetro, e la firma in stampatello, come il resto della lettera. La carta, poi... quale carta? L’originale non esisterebbe, tutte le copie sarebbero originali, tutti gli originali sarebbero copie.
Penso che riprenderò ad usare la penna, che troppo tempo ho lasciato nel cassetto.

*La scrittrice e giornalista reggina Maria Franco ha recentemente resa pubblica sul giornale online Zoomsud una lettera che ricevette da Pier Paolo Pasolini nel 1970. Il poeta, dopo aver letto alcune sue poesie, la invitò a leggere, per ampliare i suoi orizzonti, alcuni autori tra i quali Elsa Morante.

mercoledì 26 settembre 2012

Scontro tra caste

Su Sallusti, che io vedo come individuo e non come giornalista (come credo debbano fare tutti quelli che dichiarano di essere contro le caste) ritengo che debbano essere scissi i due concetti di "condanna" e di "pena". Se è colpevole, e tre sentenze in tal senso credo lo sanciscano definitivamente, deve essere condannato. Nessuno può diffamare altri individui, e se lo fa o ne è responsabile, deve pagare. Ma 14 mesi di carcere sono un chiaro atto di terrorismo psicologico verso chi esercita la professione. Quello che non capisco è lo sdegno di quel centrodestra che ha continuamente chiesto il carcere per i giornalisti. E quello che capirò ancora meno è se sarà trovata una soluzione "bonaria" di aggiustamento per questo caso. Se la legge è uguale per tutti e gli individui sono tutti uguali, la soluzione per Sallusti (che nel migliore dei casi sarà la milionesima vittima di una sentenza sbagliata) deve essere successiva alla soluzione per tutti gli altri. In caso contrario avremo assistito alla ennesimo scontro tra caste, giornalisti contro magistrati, con immenso spiegamento di forze da entrambe le parti, che si sarà conclusa con la mediazione della terza e forse più potente casta, la politica. Tutto quello che potrà scaturire da un accordo a tre del genere vedrà soccombente l'unica vera associazione di individui naturalmente lecita : i cittadini.

Ci cazziano e non lo capiamo....


Stamattina ad Omnibus, programma di La7, c'era il governatore della Calabria Scopelliti a sbandierare come sempre le sue assurde teorie sulla positività del suo operato. Abituato ai monologhi senza contraddittorio e soprattutto al tempo illimitato a disposizione, in televisione si trova come un pesce fuor d'acqua se c'è chi lo incalza ed ha poco tempo per rispondere. E così si innervosisce. Ma il colpo di grazia lo ha ricevuto da un amico, o presunto tale. In realtà, tra squali predatori, l'amicizia esiste solo se c'è da mangiare per tutti; se non c'è cibo o c'è da salvarsi allora ognuno per se e Dio per tutti. "Se io facessi a Verona quello che ha fatto il Consiglio Comunale di Reggio, approvando alcuni mesi fa il bilancio consuntivo 2010 con 118 milioni di perdite andrei subito a casa. Ma andrei subito a casa anche se lo chiudessi con un euro di perdita..." firmato Flavio Tosi. E noi ridiamo soddisfatti perchè Tosi ha contraddetto Scopelliti. Ma più che a Scopelliti, questo è soprattutto un bel calcio nei denti ai reggini, che permettono ancora che chi prende in giro la città e il mondo intero rimanga al suo posto. A Verona non sarebbe successo, ci dice orgoglioso Flavio Tosi. Forse aveva ragione quando rivendicava per Verona la dignità di città metropolitana al posto di Reggio. La città è costituita dalle case, dalle strade, ma soprattutto dai cittadini e da chi li amministra e rappresenta .

martedì 25 settembre 2012

Manifesti funebri


di Antonio Calabrò*
Finalmente la città di Reggio ha uno scatto d'orgoglio. Uno scatto degno dei migliori centometristi, uno scatto di rabbia verso il cielo, di dignità contro un destino baro e infame.
Stanchi di essere accusati di connivenza e convivenza con la Mafia, tutti i reggini hanno firmato un “Manifesto” dove si respingono al mittente le accuse spregevoli di cui sono fatti oggetto. Basta, si è urlato in coro. Questa diffamazione deve terminare !
La dovete finire di dire che c'è il buco di bilancio. I buchi di bilancio ci sono in tutte le città, anzi il nostro è piccolo, è un buchino, una misera inezia di quasi duecento milioni di euro. Che c'è di male?
La dovete smettere di dire che le aziende miste sono state infiltrate. Lo sappiamo tutti che i mariuoli ci sono dappertutto. Cosa viene a significare che la Multiservizi è stata sciolta per mafia? O che anche la Leonia è indagata? Sono cose normali, accadono in ogni luogo d'Italia.
Basta con questa criminalizzazione. Reggio è una città di grande cultura e storia. Ha i Bronzi. Sono orizzontali da qualche tempo, ma presto si rialzeranno. Il museo è chiuso, ma riaprirà. Si vuole forse negare che le ultime amministrazioni non abbiano fatto cultura? E come la mettiamo con RTL? E con Lele Mora e la sua scuderia? E la notte Bianca? E i salsicciai di festa di Madonna? Non è forse cultura questa?
Che vuol dire che la città è sporca come una casbah ottocentesca? La colpa mica è di chi deve pulire. Sono solo pochi sporcaccioni, sempre i soliti, che producono pattume a non finire. Lo fanno apposta.
E i problemi dell'acqua? Non sapete che ci sono sempre stati? Il problema dell'acqua al Sud dura da secoli. Mica è colpa di noi reggini. E i buoni libri tagliati? Mica si possono mantenere tutti i lussi, adesso. E i trasporti che non funzionano, le aziende sul lastrico, la disoccupazione giovanile a livelli mai raggiunti? Sono tutti argomenti che non dipendono da noi. La città è sana e forte, queste sono faccende secondarie.
Così i reggini hanno fatto un manifesto, e l'hanno firmato, tutti. Operai, studenti, classi dirigenti, professionisti. Tutti concordi nel sostenere questa reazione alla diffamazione continua che getta fango sulla nostra antica civiltà.
“Reggio è una città normale”, si ribadisce. E con questa frase si compie la migliore delle operazioni possibili. Non è un manifesto politico. Neanche un manifesto sociale. In realtà è un manifesto funebre.
Oggi a Reggio è morta la verità. Questa è la realtà. Oltre le parole, è il vero significato del manifesto.
Le associazioni antimafia che hanno sottoscritto, quelle nate con la volontà di contrastare l'evidente anormalità della città, vista la situazione tranquilla e florida, dovrebbero sciogliersi. Che senso hanno?
A Reggio è morta la verità. Tutti gli altri firmatari, in buona fede e non, sono come quei parenti degli annunci mortuari che “ne danno il triste annunzio”.
(In realtà il manifesto è stato firmato da circa 400 notabili. Meno dello 0,25 %, Tutti gli altri reggini non sono stati interpellati. Tutti gli altri reggini non contano).
* scrittore