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martedì 27 marzo 2012

La ''falsa politica'' e gli uomini d'onore

Osso, Mastrosso e Carcagnosso, i tre cavalieri che secondo la leggenda fondarono le tre mafie(Illustrazione di Enzo Patti)

La recentissima notizia del caso di Marco Puntorieri, ''uomo d'onore'' ucciso dalla 'ndrangheta dopo essere stato attirato in un tranello con l'inganno, mi ha fatto tornare alla mente un episodio della mia vita accaduto quando ero sotto le armi, che in qualche modo ha contribuito a formare il mio modo di pensare ed agire attuale. 
L'anno era il 1982, la localita' non ha importanza, era una caserma dell'Esercito, una di quelle cosiddette ''operative'' e per questo oltre ai bravi ragazzi come potevo essere io vi si trovavano arruolati anche tanti facinorosi, aspiranti malavitosi o delinquenti titolati a tutti gli effetti. I bravi ragazzi erano spesso considerati dagli altri dei fessacchiotti e per questo emarginati, ma a volte l’istinto di aggregazione che ha sempre caratterizzato la nostra gente quando si trova lontano da casa prevaleva, cosicché qualcuno veniva accettato nel gruppo. E così fu nel mio caso; va detto che io sono cresciuto “in strada”, ed ero già allora abituato ad avere a che fare con gente “border-line” con la giustizia. In definitiva, sapevo come comportarmi per stare tranquillo, e stare tranquillo a quei tempi era una necessità per chi come me non intendeva entrare in meccanismi pericolosi. 
L’essere accettato non comportava automaticamente la partecipazione alle attività poco ortodosse del gruppo (per fortuna, dico io); in caserma a quei tempi le problematiche da affrontare erano di due tipi: quelle prettamente militari, e quelle attinenti alla vita sociale tra commilitoni di tutte le località d’Italia e per questo con molteplici aspetti e sfaccettature. In caserma fare parte di un gruppo, quale che ne fosse la provenienza, aiutava molto, e la fratellanza per me si concretizzava nelle uscite per andare a cena fuori, partite a carte a “patruni e sutta”, tarantelle il sabato sera in camerata quando gli ufficiali erano fuori, e tutto quanto poteva richiamare alla mente l’aspetto folkloristico dei nostri usi e costumi; ci illudevamo così di essere a casa. Accadeva però, di tanto in tanto, che i miei “amici” ritenessero necessario regolare qualche problema con altri commilitoni, e che, per quella deformazione mentale bacata caratteristica di certi ambienti, l’unico modo per ottenere la cosiddetta “soddisfazione” fosse la violenza. Va detto, su questo specifico argomento, che il nonnismo in caserma era una vera e propria piaga, era praticato indistintamente dai militari anziani provenienti da tutta Italia, e aveva uno dei suoi punti di forza sul silenzio delle vittime, che venivano sottoposte a scherzi e vessazioni spesso al di là del sopportabile. I gruppi composti da elementi “difficili”, ottimizzavano a loro uso e consumo la perversa usanza del nonnismo, traendone vantaggio nell’imposizione del “rispetto” e questo era un aspetto relativo a tutte le aree geografiche di provenienza, anche se per le regioni del nord era meno marcato. Nel gruppo di reggini di cui facevo parte io erano egemoni due appartenenti a famiglie dichiaratamente ‘ndranghetiste, tutti e due “battiati”, come si dice, e le regole vigenti rispecchiavano quindi quelle dell’ambiente di provenienza dei due. All’inizio ero tenuto fuori da questo aspetto dell’attività del gruppo, ma dopo un po’ di tempo, evidentemente ritenendo di potermi dare fiducia gli altri cominciarono a parlare in mia presenza anche di qualche piccolo problema da risolvere. Piccole cose, il gavettone da fare al caporale lombardo per rappresaglia oppure l’avvertimento al polentone che esagerava; comunque sempre azioni che venivano attuate applicando la mentalità mafiosa che vede il potere dello stato come un nemico, e gli “amici” come quelli che sono delegati a risolvere le controversie. Un giorno accadde che un caporale ebbe un diverbio con un componente del gruppo, giungendo quasi alle mani; furono separati dall’ufficiale di servizio, ed entrambi consegnati in caserma. Secondo i miei “amici” la cosa non poteva finire lì, occorreva ottenere “soddisfazione”; il caporale era calabrese del reggino, e questo rendeva l’episodio assolutamente importante negli equilibri perversi dell’ambiente. La discussione che deliberò l’intervento contro il caporale si svolse in mia presenza, e contribuì notevolmente a farmi comprendere la pochezza e falsità degli atteggiamenti “onorevoli” di cui vantavano la titolarità gli appartenenti all’onorata società. “Cumpari, u caporali sbagghiau, e havi a pavari!” (compare, il caporale ha sbagliato e deve pagare!) disse quello che era stato offeso (secondo lui). Ora, parlando tra persone normali, “sbagghiau” (ha sbagliato) è un concetto relativamente soft, ma quando ad usare quel termine sono i cosiddetti “uomini d’onore” la cosa cambia. Lo “sbaglio” è considerato una colpa grave ed è spesso punito con la morte, nel codice della ‘ndrangheta; ma io a quei tempi non lo sapevo, altrimenti appena sentita la parola avrei abbandonato la discussione terrorizzato, ben sapendo con chi avevo da fare. E onestamente penso proprio che mi sarei fatto i fatti miei, sarei un bugiardo se adesso affermassi il contrario. Stetti quindi a sentire il seguito della discussione, la riporto a memoria in italiano: “compare, se fossimo a casa nostra, sapremmo bene come risolvere la cosa, ma qui siamo scoperti, e dobbiamo andarci piano” - disse uno dei due “aristocratici” della ndrangheta.- “una lezione però dobbiamo dargliela, a quell’infame, dobbiamo almeno dargli un sacco di legnate” - insistette l’offeso - “certo, questo è sicuro, altrimenti qua perdiamo credibilità” - rispose l’altro. “Ma come facciamo? Non è mai solo, è difficile beccarlo in un posto isolato.” - A questo punto intervenne l’altro “ndranghetista”, più anziano e certamente più scafato degli altri presenti: “vi dico io come facciamo: gli facciamo la falsa politica! Tu devi andare da lui a rappacificarti.” - disse rivolgendosi all’offeso, che lo guardò stupefatto, ma senza dire una parola - “Gli devi dire che avete esagerato tutti e due, che per te la cosa finisce qui. Lo devi convincere che può stare tranquillo. Dopo che si tranquillizzerà, tra un mese o più, lo inviterai a bere con te allo spaccio della caserma, dopo il tramonto; lo aspetteremo per la strada, al buio, quando tutti sono in libera uscita e gli daremo la lezione che merita.” E così fu stabilito. Per fortuna, non so se per caso o perché qualcuno denunciò il progetto, il caporale dopo una settimana fu trasferito in una caserma vicina, e credo che la cosa sia finita lì. 
La “falsa politica”... Gli uomini d’onore agiscono così: nel buio, ingannando l’avversario, tanti contro uno solo. La “falsa politica”, un concetto che ho poi ritrovato più volte in testi specializzati sulla ‘ndrangheta, e che io ho potuto “toccare con mano”.  Il mito del cavaliere da cui sarebbe stata fondata la ndrangheta, i libri sacri, la Bibbia stessa, i riferimenti ai Santi, l’aspetto eroico dell’essere ‘ndranghetista, l’onore, tutte chiacchiere. Violenza, inganno, abusi, sopraffazione e meschinità, questi sono aggettivi più appropriati per definire la mafia. 
Noi eravamo ragazzi, in realtà, ed ognuno seguiva un destino che in parte era già scritto ma in parte avrebbe scritto personalmente con le sue azioni successive. Erano ragazzi anche i due ‘ndranghetisti, che pur atteggiandosi a boss commettevano l’errore di parlare di cose di ‘ndrangheta davanti ad un estraneo come me. Io ho fatto tesoro di questa ed altre esperienze che ho fatto da giovane, ma sono stato anche molto fortunato; tanti miei amici d’infanzia non lo sono stati.

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