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martedì 10 aprile 2012

L'innocenza nascosta.

Mi torna alla memoria il periodo in cui, non so se per esperimento innovativo o per semplice iniziativa benevola del direttore del carcere minorile di Reggio Calabria, fu chiesto a me ed ai miei amici d’infanzia di costituire una squadra di calcio da contrapporre ad una rappresentativa dei ragazzi rinchiusi. Tra di noi c’era il figlio del direttore, e quindi eravamo persone ben conosciute e evidentemente ritenute degne della fiducia che ci veniva concessa. Avevo più o meno quindici anni, eravamo tutti coetanei, e in breve entusiasti ed incuriositi ci ritrovammo a discutere di cosa avremmo trovato all’interno del carcere, da noi visto fino a quel momento solo dall’esterno. Giocammo tre partite senza alcun incidente; successivamente alla terza ci fu comunicato che non sarebbe stato possibile proseguire, non ho mai saputo il perché. Il primo giorno, di pomeriggio, ci presentammo al portone del carcere in tuta e con il pallone; come avremmo fatto per qualsiasi altra partita da giocare in strada (a quei tempi a Reggio i campi di calcio regolari erano un concetto fantastico; si giocava in spiazzi irregolari, alcuni con dei pali in legno infissi per terra da chissà chi, a volte in salita, altre con fosse degne delle strade di Beirut ai tempi della guerra del Libano. Chi arrivava prima giocava.) Naturalmente non era la stessa cosa, e già dal primo approccio ce ne accorgemmo. Documenti? E chi li aveva portati, anzi chi li aveva, alla nostra età? Qualcuno aveva la fotografia autenticata se era andato in gita con la scuola, ma certo non se l’era portata dietro. Il direttore del carcere, che ci conosceva bene uno ad uno ovviò al primo intoppo intervenendo personalmente. Entrammo nel grande androne: c’erano due cancelli, se ricordo bene; fummo indirizzati verso quello a sinistra, e prima di farci passare un agente ci controllò con una specie di metal-detector, che suonò regolarmente con tutti noi, a causa delle cerniere delle tute. Superato il secondo ostacolo ci ritrovammo in un largo corridoio; percorrendolo tutto, fino in fondo, notai su un lato un calcio-balilla ed un tavolo da biliardo a “funghetti”, giochi che erano molto in voga. Ci ritrovammo in un cortile in terra battuta grande abbastanza per disputarci una partita di calcio secondo gli standard “da strada” di allora. Ad aspettarci c’erano, oltre ad un paio di agenti in borghese, una decina di ragazzi di varie età. La maggior parte si avvicinò e da subito ci trattò con familiarità, anche perché due di loro erano ragazzi del nostro quartiere che conoscevamo bene. Ricordo che fui molto stupito di trovarli li dentro. Quattro di loro, però, non si avvicinarono subito. Eravamo stati avvisati di non fare domande ai ragazzi sulle cause della loro detenzione, di evitare qualsiasi motivo di urto, di non reagire alle provocazioni e di interpellare immediatamente gli agenti presenti in caso di problemi, ma non ce ne fu alcun bisogno. Un ragazzo Rom con il braccio destro monco si presentò come capitano della squadra, insieme al nostro capitano prese accordi per l’inizio della partita, e praticamente costrinse un agente a fare l’arbitro, minacciandolo benevolmente con un siparietto semiserio (almeno a me sembrò così). Il Rom cercò all’inizio di fare un po’ lo spavaldo con noi, correva come un cavallo mantenendo un equilibrio miracoloso visto il suo handicap, e teneva il pallone senza passarlo a nessuno, al punto di prenderlo in mano durante il gioco, ma fu  subito redarguito dai suoi compagni. Dieci contro dieci, compresi i quattro che non si erano avvicinati; il primo tempo si svolse come tutti i primi tempi delle partite amichevoli del mondo: corsa a perdifiato avanti e indietro, gioco duro, fair play degno della migliore educazione. Avevo visto chi erano i quattro ragazzi che non si erano avvicinati all’inizio; tre non li conoscevo, ma uno si, eccome! Un altro ragazzo del quartiere, di famiglia di ndrangheta blasonata, che era tristemente famoso per un gravissimo episodio criminale avvenuto qualche anno prima: la madre del ragazzo ed un uomo con cui si era appartata in macchina, suo presunto amante, erano stati uccisi a colpi di pistola; del delitto si era auto-accusato proprio lui, ed era stato condannato. Quello che non sapevo era che stesse scontando la pena proprio a Reggio. Mi disse che presto sarebbe stato trasferito, non poteva stare troppo tempo nella stessa struttura, ma non mi spiegò perché. La profonda tristezza che leggevo nei suoi occhi è un ricordo che ancora oggi mi torna alla mente periodicamente. Anche lui, come tutti gli altri, fu gentile e a parte qualche calcio negli stinchi di normale amministrazione durante le fasi di gioco, andò tutto bene. Durante l’intervallo mi trovai seduto su una panchina ai margini del campo accanto a due dei ragazzi inizialmente taciturni; parlavamo della partita, scherzandoci sopra, quando si avvicinò Antonio, uno dei miei compagni, che ad onor del vero non ha mai brillato per arguzia, e lo dimostrò anche allora: “e tu, compare, per esser qua dentro che hai fatto, una rapina?” disse rivolto ad uno dei due. Mi  si gelò il sangue, per poi sciogliersi subito per la rabbia che mi assalì, ma non feci in tempo a parlare che il ragazzo alzò lo sguardo, apparentemente spavaldo, e disse, con un accento tipico della piana di Gioia Tauro: “io? omicidio, duplice tentato omicidio e lesioni!” Antonio fece un salto indietro e se ne andò, lasciando me in imbarazzo. Ma il ragazzo, guardandomi con uno sguardo triste, proseguì la sua risposta: “faccio parte della famiglia xxxx, quella della faida”. Mi diede una pacca sulla spalla e mi disse: “ancora c’è tempo, vuoi fare una partita a calcio-balilla? trovati un compagno!” E così mi ritrovai a giocare a calcio-balilla con un ragazzo che a sedici anni aveva già ucciso volontariamente un uomo. Alla fine della partita  sembravamo tutti e venti dei compagni di scuola, o forse ancora meglio dei commilitoni. Scherzi, sgambetti, abbracci e anche un divertente fuori programma: quando io ed i miei compagni fummo radunati per essere accompagnati fuori uno dei detenuti si mischiò in mezzo a noi; sapeva benissimo che non poteva riuscire a scappare, ma ci fece segno di stare zitti, stringendosi a due di noi. Fece pochi passi e fu logicamente beccato da un agente che ridendo lo afferrò e gli diede un bel calcio nel sedere, a cui lui reagì scappando e ridendo a crepapelle. Ridemmo anche noi. All’uscita dal carcere ci soffermammo a commentare l’accaduto. Era stata una bella esperienza, tutto sommato avevamo passato una bella giornata, tornavamo a casa allegri....noi. Ah, dimenticavo! Volete sapere poi chi ha vinto per quel giorno? L’innocenza.

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