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lunedì 24 gennaio 2011

Perchè voto Massimo Canale Sindaco di Reggio Calabria

 (di Antonio Calabrò, scrittore e poeta)
 
Qualche tempo fa partecipai ad un convegno, organizzato da Giusva Branca e Raffaele Mortelliti per Strill.it, per la presentazione del libro “ A Milano comanda la ‘Ndrangheta”, di  Davide Carlucci e Giuseppe Caruso. La sala “Falcomatà” presso l’Università per Stranieri Dante Alighieri, era abbastanza affollata. Studenti, giornalisti, intellettuali, forze dell’ordine e della magistratura e, immancabilmente, politici locali. Dopo una interessantissima illustrazione delle tematiche del volume, sintetizzate egregiamente nel titolo, iniziò il dibattito e, come al solito, i primi a parlare furono i politici. La mia natura istintiva, riluttante ad ogni bla-bla vuoto di contenuto, spingeva ad andarmene; sono un appassionato delle parole, e vederle usare in modo strumentale, svuotate dai contenuti autentici, prive di sostanza, mi provoca un malessere quasi fisico. Acquistai il libro, mentre i “politici” da operetta continuavano a menare romanze cialtron- wagneriane (il grande impegno della nostra città contro il crimine- wow! -  Stiamo facendo il possibile per arginare il fenomeno delle cosche- riwow ! – Le misure prese del comune contro la ‘ndrangheta – ririwow !) e iniziai a sfogliarlo trattenendomi ancora qualche minuto in sala, con la voce dei perditempo in sottofondo. Proprio mentre stavo per infilarmi gli auricolari del mio Santo IPod un giovanotto distinto, dal viso serio e grave, senza alcun cedimento a quell’aria ridanciana e popolana che distingue gran parte dei politici attuali, con l’espressione appunto di chi è consapevole di essere nel bel mezzo di un disastro, si alzò per parlare. Io amo la solitudine, non conduco vita sociale attiva, non partecipo alle vicende locali, mi informo poco su quello che avviene nella mia città rispetto alla quale ho un sentimento cinico e depresso di odio-amore. È una mia colpa grave, altrimenti avrei dovuto sapere in anticipo ciò che sarebbe avvenuto. Il giovane,dotato della micidiale arma della razionalità, del dubbio e della voglia di verità, iniziò a parlare pacatamente: ma che parole !In alcuni casi è stupendo usare la metafora dell’alzo zero: senza girare attorno, senza iperboli e parabole, senza retorica inutile, in modo diretto ed immediato, quel distinto giovanotto confutò tutte le ciarle raccontate fino ad allora; descrisse il sistema di potere cittadino, aiutandosi con un paio di esempi; mise in ridicolo alcuni episodi precedentemente richiamati; ridiede, con quel breve discorso, dignità, voglia di lottare, onore, intelligenza, coraggio e generosità a tutti noi reggini. Quel giovanotto era Massimo Canale. Non sto a raccontarvi la baraonda che accadde subito dopo. 
 Punti nel vivo, gli stoici difensori del nulla-fatto-politica  usarono tutte le frecce nel loro arco per contrastare la verità conclamata. Devono avere un manuale multiuso, questi politicanti azzeccagarbugli: interrompere, sbraitare, professare comunanze d’intenti, offendere, fingere d’indignarsi. Fatto sta che l’evento si trasformò in rissa verbale ed accesa, al punto che in seguito il Magnifico Rettore della Dante Alighieri negò l’accesso alla sala ai convegni organizzati da Strill.it. Anche io, devo dire, non mi trattenni dall’intervenire nella giostra, e domandai se per caso non era più logico considerare la ‘Ndrangheta, più che una istituzione autonoma, come un ingranaggio componente un intero sistema di potere, funzionale a quel sistema, necessario, direi, a quel potere.Rimasi ad osservare il Paraponziponzipò successivo; ed ancora mi colpì la solitudine di Massimo Canale, per niente arrendevole rispetto alle mani protese dagli altri. Non finì  come finiscono gran parte delle finte diatribe del teatrino politico, cioè mangiando tarallucci e bevendo vino di Pellaro. Terminò invece per scadenza del tempo (si erano fatte le otto di sera) e con Massimo Canale che, quasi sorretto dalla sua valigetta stoica, salutò brevemente, senza i luminosi sorrisi necessari al consenso, e se ne andò solitario, lungo una via bagnata da pioggia insistente. Non aveva l’ombrello.La solitudine della verità, in questa valle di menzogne. 
Allora iniziai ad interessarmi a lui; mi fu presentato da Demetrio Delfino politico per il quale posso dire senza timore “una brava persona”.  La presentazione fu breve e stringata;  ne ricevetti ( a conferma) l’impressione che il Canale è persona che bada all’essenza. Ho letto il suo programma, le sue idee;  seguo le sue attività ; vedo chi sono le persone del suo entourage; soprattutto percepisco la sua profonda onestà intellettuale ed il suo rigore. Dopo questi lunghi anni di profonda decadenza della mia città, che si è tentato di trasformare in una filiale ridanciana, volgare e deficiente del mondo perverso degli spettacolini televisivi (pensare che il pregiudicato per spaccio di cocaina Lele Mora abbia avuto centinaia di migliaia di euro dal mio Municipio per far trotterellare le sue meretrici sulla Nostra Via Marina mi provoca un travaso di bile), dopo il massacro mediatico, politico e sociale subito dalla mia parte politica negli ultimi decenni, ho finalmente ritrovato quella espressione GRAVE, RESPONSABILE, ONESTA, che non vedevo in un politico dai tempi di Berlinguer. Quella espressione è stampata nel viso di Massimo Canale. Oggi si è toccato il fondo, in Italia. Scampoli di umanità si aggirano per vicoli bui come gatti neri e affamati, cercando una via d’uscita all’idiozia, contorno efficace del MALE imperante. Come nel romanzo di James F. Cooper, una intera tribù è stata sterminata. L’intera classe politica seria non esiste più. Ballano il waca-waca in tv, parlano come carrettieri, gonfi di boria e di prosopopea, distanti dalla gente, distanti dai problemi, senza alcuna idea che non sia quella di arricchirsi. Ma, in questo squallore, in questa guerra senza esclusione di colpi, ho trovato il mio Ultimo dei Mohicani: è Massimo Canale.  Gli affiderò volentieri il mio voto, convinto di non sprecarlo, ed anche se perderò so che non sarà un voto sprecato; nulla si perde nel  battersi per una speranza, per una idea giusta, per la lealtà, l’onestà e la concordia.  Le medicine giuste per ridare lustro alla mia povera  e derelitta città.PS. Ho scritto sull’onda di un ragionamento che mi frulla in testa da tempo. Non ho altre motivazioni. Non ho pretese, non voglio nulla, non ho debiti, non cerco posti di lavoro, né nient’altro. Detesto i ruffiani, la fedeltà incondizionata, le persone senza dubbi. Ho scritto, in parole povere, col cuore in mano. Ci credo.--

 E CI CREDO ANCHE IO!!!!!!!!

2 commenti:

  1. Sinistra tracandàli

    Sta sinistra tracandali,
    perdi a stu maru Canali.
    Non sacciu i chi parra,
    i l’orticeddu soi si mbarra

    Sensa i nu trippedi,
    Massimu non si sedi.
    Havi tortu stu maru,
    c’a so testa pensa paru.

    E’ u partitu chi cumanda,
    iddu a ttia ti manda.
    D’u partitu nu sacerdoti,
    tuttu pi iddu i so doti.

    I so disegni su chiari,
    sulu unu poti cumandari.
    Sta scola non è na fera,
    Massimu,ora,chi spera!

    A pirsuna si nnulla,
    non è pi tutti sta culla.
    U partitu è na missioni,
    e sapi i cu su i portroni.

    I Massimu non fu piccatu,
    p’u partitu è riatu.
    A Rriggiu si prisenta,
    a so facci libbirtà difenta.

    A spiranza è sensa partitu,
    dda u vinu esti citu.
    Cu s’a strica e s’a senti,
    sulu i putiri è potenti.

    Sta sinistra tracandàli,
    chi sapi d’a genti normali.
    Sempri prisuntusa,
    i portroni borijusa.

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  2. Di solito non pubblico i commenti di anonimi, ma avevo già intenzione di pubblicare questa poesia, che avevo letto sul web e pertanto per questa volta derogo alla regola. Invito comunque chi voglia commentare a firmare i propri testi anche se non autenticato su google.

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