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domenica 21 luglio 2013

L'anello di Graziella.



Era venerdì, il 21 aprile 1905. Pasquale attendeva sul molo al porto di Napoli di imbarcarsi sulla nave che lo avrebbe portato verso un futuro diverso da quello che gli si prospettava in Calabria. O almeno così lui credeva. La nave era la Weimar, un piroscafo tedesco di 5000 tonnellate; avrebbe avuto uno strano destino, tanti anni dopo: costruita in Scozia per una società tedesca, dopo aver cambiato bandiera varie volte finì affondata proprio da un sottomarino tedesco durante la prima guerra mondiale. Quando l’equipaggio della nave diede il via all’imbarco, Pasquale salì tra i primi e si sistemò alla meno peggio per un viaggio che sarebbe durato una ventina di giorni, mare e tempo permettendo. La nave partì il giorno stesso, nel tardo pomeriggio; le luci del porto di Napoli si allontanarono lentamente e Pasquale pensò di avere definitivamente dato una svolta alla propria esistenza. Con il pensiero salutò l’Italia, immaginando di tornarvi un giorno da vincitore. Non era di famiglia povera, suo padre era un commerciante di legname a Reggio Calabria con un’attività avviata e redditizia. Primo di numerosa prole (otto fra maschi e femmine) la sua era soprattutto una sfida verso il padre, che pur con tutto il bene che un padre può volere al figlio (e don Ciccio gliene voleva, eccome) lo soffocava con la sua autorità. Aveva 21 anni, e voleva vivere la sua vita, come tutti i giovani della sua età. Durante il viaggio Pasquale stava spesso sul ponte, seduto su un rotolo di gomena a scrutare l’orizzonte, pensando, anzi immaginando quello che avrebbe trovato nel nuovo mondo. Partiva avvantaggiato rispetto alla maggior parte dei suoi compagni di viaggio: suo padre, seppur furiosamente contrario all’iniziativa gli aveva dato una somma di denaro e lo aveva indirizzato verso un suo compare, don Carmelo, che abitava a Brooklyn da anni ed era ben addentrato nella comunità italiana del posto; il lavoro non spaventava, ed era qualificato in diversi rami dell’artigianato dell’epoca. Sapeva fare il calzolaio, era esperto di legname e della lavorazione dello stesso ed aveva una buona infarinatura sulle tecniche di costruzione in muratura. La nave giunse a New York l’otto maggio successivo, in anticipo sul previsto di due giorni. Era lunedì, un buon giorno per iniziare una nuova vita. Pasquale fu tra i primi a scendere, e passò il giorno ad espletare le formalità che adesso definiremmo “burocratiche”, ma che nulla avevano a che vedere con quelle di oggi almeno nei modi, che a quei tempi erano molto rudi. Alla fine ne venne fuori e, non senza qualche difficoltà si recò dal compare Carmelo a Brooklyn; don Carmelo fu felice di rivedere nel giovanotto il bambino che anni prima aveva tenuto sulle sue ginocchia e lo accolse secondo la migliore tradizione di ospitalità calabrese. La seconda cosa che fece fu occuparsi della sua sistemazione provvisoria; la prima naturalmente fu telegrafare a don Ciccio a Reggio per informarlo dell’arrivo di Pasquale e tranquillizzarlo. In un paio di settimane Pasquale conobbe quasi tutti i componenti della comunità italiana di Brooklyn; dopo qualche mese parlava abbastanza comprensibilmente l’inglese e lo capiva perfettamente. Aveva trovato lavoro (don Carmelo ci aveva messo con discrezione lo zampino) presso una ditta di costruzioni, ed in breve tempo aveva conquistato la fiducia del suo datore di lavoro. Mister Johnson non era chiaramente di origini italiane, ma con gli immigrati italiani aveva un buon rapporto e ne aveva molti alle sue dipendenze. Nel giro di sei mesi divenne capomastro nel cantiere più grande della ditta, con operai italiani, e dopo un anno fu nominato responsabile del personale. Dopo un anno e mezzo di duro impegno cominciò a pensare di recarsi in Calabria a trovare la sua famiglia, ma per vari motivi, nonostante le continue richieste della famiglia rimandò il viaggio fino alla fine del 1908. Giunse a Reggio il 20 dicembre 1908. Trovò il padre, don Ciccio, ancora più burbero ma visibilmente commosso e fiero dei risultati ottenuti dal figlio; la madre, Maria, sempre attiva e felice di rivederlo gli fece trovare una stanza tutta per lui, arredata per l’occasione con quanto di meglio si poteva trovare, mobilia e arredi vari. Era chiaro l’intento benevolmente subdolo di cercare di smuovere la sua nostalgia e convincerlo a rimanere a Reggio. Ma Pasquale, seppur evidentemente toccato dai ricordi era fermamente intenzionato a tornare in America subito dopo le festività natalizie; aveva una casa sua, una ragazza che avrebbe potuto essere la sua compagna della vita, un buon lavoro. Era una persona rispettata, a New York, anzi, a “Broccolino” (Brooklyn) come dicevano gli italo-americani. Trascorse il Natale allegramente con la sua famiglia; i suoi fratelli non facevano altro che chiedergli notizie sull’America e lui li accontentava con storie vere ed inventate. La sera, seduti intorno al braciere, teneva banco con i suoi racconti americani. Così per tutte le sere, in attesa del capodanno, compresa quella del 27 dicembre. Quella sera, alla fine della solita serie di racconti, le due sorelline di Pasquale, Anna e Graziella manifestarono la volontà di dormire insieme ai genitori; don Ciccio come al solito era contrario perchè sapeva di avere un sonno agitato, si muoveva spesso nel letto ed aveva paura di fare del male involontariamente alle figlie. Come ogni volta che le due sorelline ottenevano il permesso, avrebbe trascorso la nottata in bianco, e per questo si oppose. Le due sorelline, come sempre insistettero confidando nella madre che di solito intercedeva con successo, ma stavolta Pasquale si intromise nella discussione redarguendole: avrebbero dormito nella loro stanza, perché il loro padre era stanco e non poteva permettersi una nottata insonne. La madre non se la sentì di contraddire il figlio, e così fu! Quella non fu però una notte qualsiasi: alle cinque e ventuno del mattino del 28 dicembre un boato scosse l’intera città, e uno dei più terrificanti terremoti della storia, seguito da un violento maremoto, distrusse Reggio Calabria e Messina in pochi secondi. Le case crollarono come castelli di carta, e l’abitazione di don Ciccio non rimase immune dalla catastrofe. Alle prime luci dell’alba, agli occhi dei vivi si presentò una scena indimenticabile. Della casa di don Ciccio era crollata una parte ma le camere da letto erano rimaste in piedi....esclusa una: quella delle due sorelline, Anna e Graziella, che erano rimaste sotto le macerie. Impossibile descrivere la disperazione di Pasquale, il dolore per la perdita delle due sorelline (uniche vittime appartenenti alla sua famiglia) ed il rimorso per non avere permesso che dormissero con i genitori: se lo avessero fatto si sarebbero salvate. I morti erano migliaia, la situazione igienica pessima, i cadaveri venivano seppelliti velocemente nelle fosse comuni, prima ricoperti con calce viva per scongiurare epidemie, e così fu anche per le due sorelline che non lasciarono ai propri cari neanche una tomba su cui piangere. Furono seppellite in una fossa comune vicino alla falegnameria di don Ciccio. La situazione era improvvisamente ed imprevedibilmente cambiata; adesso a Reggio c’era bisogno di Pasquale, i suoi genitori provati dal duro colpo, non avrebbero probabilmente sopportato di vedere partire anche lui. A malincuore, dopo averci pensato e ripensato, oppresso dal rimorso e dal dolore, decise di rimanere a Reggio, ad aiutare il padre nella sua attività. Passarono gli anni, ci furono due guerre mondiali: ad una, la prima, Pasquale partecipò attivamente; per l’altra era già troppo vecchio per essere chiamato alle armi. I suoi genitori erano morti, lui si era sposato ed aveva generato sette figli, si era affermato anche in Italia come commerciante ed appaltatore ma non era riuscito a spegnere il rimorso per la morte delle due sorelline. Il dolore si era attenuato, ma il rimorso era un’altra cosa. Periodicamente tornava prepotentemente a galla, alimentato anche dall’assenza di una tomba su cui portare dei fiori. Nell’immediato dopoguerra, era il 1946, venne disposta la bonifica del terreno adiacente la vecchia falegnameria di famiglia, e quindi la fossa comune venne aperta e le salme riesumate. Quello che ne restava, logicamente, perché la calce viva aveva bruciato quasi tutto. Un giorno si presentò a casa di Pasquale un vecchio amico di suo padre, don Peppino, quasi centenario coetaneo di don Ciccio, e, dopo aver accettato un bicchiere di vino, spiegò il motivo della sua visita. Il nipote di don Peppino, Luigi, lavorava per il comune ed aveva diretto i lavori di bonifica del terreno; nel corso della bonifica erano stati ritrovati numerosi gioielli d’oro appartenenti alle vittime che avevano resistito all’azione corrosiva della calce. Luigi aveva raccolto tutti quei gioielli ed aveva ricevuto dalla Prefettura l’incarico di inventariarli. Don Peppino, che aveva visto i gioielli, ne aveva notato uno che riteneva di conoscere ed era riuscito, dopo tante insistenze, a convincere il nipote a lasciarglielo prendere per mostrarlo a Pasquale. Tirò fuori dalla tasca un anellino d’oro appeso ad una catenina da collo. “Mi sembra di riconoscere questo anello, lo portava tua madre prima di fidanzarsi con tuo padre, se ricordo bene”. La commozione assalì Pasquale, l’anello era proprio quello, sua madre lo aveva regalato a Graziella che lo teneva appeso al collo in attesa di poterlo portare al dito senza che si sfilasse (era troppo piccola ancora). -“Non lo avrebbe mai potuto portare al dito”- pensò. Don Peppino, avuta la conferma di quanto pensava, salutò Pasquale e se ne andò lasciando sul tavolo l’anello.... -“l’inventario era ancora da iniziare, uno più, uno meno....”

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